“Ci sono cose che ti tengono vivo”

percorso di specializzazione sul sostegno TFA dell’Università di Cagliari. Ieri, in cattedra, non c’era una lezione tradizionale

A cura di Diego Palma Diego Palma
04 febbraio 2026 08:33
“Ci sono cose che ti tengono vivo” -
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“Ci sono cose che ti tengono vivo”

«La poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore… sono ciò per cui restiamo in vita. Il lavoro ti tiene in piedi, ma certe cose ti tengono vivo».

La frase di John Keating non è solo una citazione cinematografica: è una soglia. Una linea sottile che separa l’esistere dal vivere davvero. Ed è proprio da questa soglia che prende senso e profondità l’iniziativa voluta dalla prof.ssa Francesca Alfano, tutor del secondo gruppo del percorso di specializzazione sul sostegno TFA dell’Università di Cagliari.

Ieri, in cattedra, non c’era una lezione tradizionale. C’era Andrea Ferrero. E con lui c’era la vita, quella vera, raccontata con leggerezza, ironia, intelligenza. Senza retorica. Senza sconti. Senza pietismi.

Andrea Ferrero è un artista cieco. Ma soprattutto è una persona che rifiuta con forza di essere ridotta alla sua condizione di disabilità. Lo ha detto chiaramente, più volte, con un sorriso disarmante: non sono la mia disabilità. È una parte della sua storia, certo, ma non la sua definizione. E in quell’aula universitaria, gremita di futuri docenti di sostegno, questa affermazione ha avuto il peso di una lezione fondamentale: prima ancora delle strategie, dei PEI, delle normative, viene lo sguardo con cui scegliamo di guardare l’altro.

Andrea ha raccontato di aver perso la vista. Ma ha anche raccontato, con una lucidità che spiazza, di aver trovato dopo la perdita molte delle sue passioni più profonde. La pittura. La scherma. Lo sci nautico. Attività che, nell’immaginario collettivo, sembrerebbero “incompatibili” con la cecità. Ed è proprio qui che Andrea scardina ogni stereotipo: non con proclami, ma con la forza semplice dei fatti.

Ha parlato di autonomia, di quella che si perde e di quella che si ricostruisce in forme nuove. Ha parlato di limiti reali, senza negarli, ma senza mai trasformarli in alibi. Soprattutto, ha parlato di volontà di vivere, di amare, di scegliere, di esporsi. Di essere, ancora e sempre, vivo.

La sua ironia è stata una lama gentile: ha tagliato via l’imbarazzo, le frasi di circostanza, il bisogno di “dire la cosa giusta”. Andrea è diretto, sincero, a tratti spiazzante. E proprio per questo autentico. Non cerca consenso, non cerca compassione. Cerca ascolto. E responsabilità.

In un percorso come il TFA sostegno, spesso carico di contenuti teorici, questa iniziativa rappresenta qualcosa di raro e prezioso: un’esperienza reale, concreta, incarnata. Non un caso studio, ma una persona. Non un modello astratto, ma una storia viva che interroga chi ascolta.

La scelta della prof.ssa Alfano non è casuale: portare in aula una voce come quella di Andrea Ferrero significa ricordare che il sostegno non è “aggiustare” qualcuno per renderlo conforme, ma riconoscere l’altro nella sua complessità, nella sua unicità, nel suo diritto a non essere etichettato.

Alla fine dell’incontro, ciò che resta è tanta ammirazione per le imprese sportive e artistiche. Resta una domanda scomoda e necessaria: che idea di disabilità abbiamo noi? E, soprattutto, che tipo di adulti educanti vogliamo essere?

Non poteva esserci iniziativa migliore all’interno di un percorso che, nella sua interezza e complessità, merita di essere raccontato. Perché oggi, in quell’aula, non si è parlato solo di disabilità. Si è parlato di libertà. Di identità. Di vita che, nonostante tutto, non chiede il permesso per esistere.

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