La preside sceriffa: la fiction che divide la scuola e l’opinione pubblica

Tra mito televisivo e scuola reale: la fiction su Caivano divide docenti e sindacati e rilancia il modello del “preside sceriffo” come soluzione ai problemi sociali.

A cura di Redazione Redazione
14 gennaio 2026 16:46
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Sulla Rai, dal 12 gennaio 2026, è andata in onda La Preside, serie televisiva ispirata alla figura reale di Eugenia Carfora, dirigente scolastica dell’Istituto del Parco Verde di Caivano (Napoli) e interpretata da Luisa Ranieri. Ambientata tra banchi di scuola e strade difficili, la fiction racconta la trasformazione di un istituto «difficile» in un faro di legalità, speranza e ritorno alla scuola. L’intento è nobile: raccontare una donna che sfida l’abbandono scolastico e la marginalità sociale per restituire dignità a ragazzi e comunità.

Eppure, la reazione nel mondo reale è nettamente più complessa e talvolta aspra rispetto alle celebrazioni del pubblico o dei media di spettacolo. Da più parti, infatti, è stata sollevata una critica politica e pedagogica profonda: si sostiene che la fiction non solo romanza la realtà ma la distorce, creando l’immagine di una preside-eroina capace da sola di risolvere i problemi delle scuole di frontiera, laddove invece la complessità sociale e istituzionale richiederebbe ben altro.

Una narrazione di eroi ai tempi della propaganda?

Critici come Mario Brasile, docente e dirigente sindacale, hanno attaccato la narrazione televisiva: per lui la figura idealizzata della preside non rispecchia la realtà vissuta da chi opera nelle scuole difficili. In una lettera pubblicata sui social, Brasile denuncia che la serie rischia di legittimare un messaggio semplice e rassicurante: esistono soluzioni individuali e decreti repressivi che possono «salvare» scuole e quartieri, mentre la realtà spesso è fatta di conflitti, contenziosi, mobilità di docenti e personale ATA, e relazioni sindacali difficili. Secondo questa interpretazione, l’eroina televisiva alimenterebbe un mito che serve più la politica della sicurezza e dell’autoritarismo che la vera comunità educante. Questo modello narrativo, se accettato acriticamente, potrebbe anche influenzare politiche scolastiche future sbilanciate verso soluzioni di facciata piuttosto che investimenti reali.

Questa lettura è importante perché ci ricorda che la fiction non è soltanto intrattenimento: è narrazione culturale e politica che modella percezioni e aspettative. Nel caso di La Preside, per alcuni spettatori l’immagine idealizzata della dirigente scolastica rischia di diventare un modello preside-sceriffo: carismatico, risolutivo, superiore alle istituzioni burocratiche. Una figura che, più che dialogare, impone. E qui nasce la critica più pungente: quella di chi teme che il racconto fiction passi per verità, e che questa «verità» sia funzionale a giustificare approcci autoritari anche dentro la scuola.

Realtà versus fiction: un problema di contesto

Non tutte le reazioni sono negative. Ampie fasce di pubblico hanno applaudito l’interpretazione di Luisa Ranieri e il tono emotivo della serie, lodando la capacità di dare visibilità a un tema sociale spesso ignorato. I social esplodono di commenti positivi sull’interpretazione dell’attrice e sull’umanità della protagonista.

Eppure, tra i critici è emerso anche un punto diverso: la rappresentazione del territorio stesso. La fiction infatti è stata girata in parte a San Giovanni a Teduccio, e non nel Parco Verde di Caivano, e persino il paesaggio è stato adattato da altre periferie della città. Questo ha fatto sollevare osservazioni sul fatto che il racconto visivo potrebbe non corrispondere alla realtà del luogo che vuole rappresentare, aggiungendo un’altra dimensione di distanza tra la finzione televisiva e gli ambienti sociali reali.

Una scuola tra eroismo e istituzioni

Forse la questione più profonda che La Preside solleva, oltre al confronto tra realtà e fiction, riguarda la natura stessa della scuola pubblica italiana. La narrazione dominante della serie suggerisce che la passione individuale possa contrastare l’abbandono, il degrado, la criminalità. Ma la scuola, nella sua dimensione reale, è un sistema complesso, dentro innumerevoli vincoli normativi, finanziari, formativi e sociali. È fatta da docenti, personale ATA, dirigenti, famiglie, comunità; non è un singolo che cambia tutto da solo. E il rischio è che una fiction troppo idealizzata possa portare lo spettatore a ridurre questa complessità a una dimensione eroica, spingendo le politiche pubbliche verso soluzioni miracolistiche anziché sistemi di supporto, investimenti strutturali, formazione, partecipazione democratica.

Conclusione: oltre il mito televisivo

La Preside è senza dubbio una serie televisiva potente e coinvolgente, capace di attirare milioni di spettatori. Ma come tutte le narrazioni televisive, racconta una versione della realtà costruita, con scelte di tono, personaggi, ambientazione che favoriscono coinvolgimento emotivo e sineddoche narrativa. È legittimo domandarsi — come fanno critici, docenti e osservatori sociali — se una serie televisiva debba essere presa come modello di riferimento per interpretare la complessità delle scuole in contesti difficili, o se invece debba stimolare un dibattito più ampio su quali siano le reali leve e politiche per sostenere e migliorare l’educazione in periferia.

Perché la scuola vera non ha bisogno di eroi solitari, ma di comunità educanti, istituzioni forti, investimenti e democrazia partecipata — elementi che una fiction può evocare, ma non sostituire.

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