Nuovo Contratto, oltre il totem dell’anzianità: la scuola davanti al nodo della carriera docente

L’11 marzo si apre ufficialmente il tavolo per il rinnovo del CCNL Istruzione e Ricerca 2025-2027 convocato dall’ARAN. Un appuntamento che, almeno nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe segnare una discontinuità rispetto al passato.

03 marzo 2026 12:18
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Il ministro Giuseppe Valditara ha rivendicato la riduzione dei ritardi storici nei rinnovi contrattuali, ricordando che il Governo Meloni ha già chiuso i contratti 2019-21 e 2022-24. Se anche il 2025-27 venisse definito entro l’anno, i docenti statali arriverebbero – secondo le stime ministeriali – a un incremento medio complessivo di 416 euro lordi mensili distribuiti su tre rinnovi consecutivi.

Ma la vera partita non si gioca solo sugli aumenti. Il punto più delicato riguarda il possibile superamento del principio che, per decenni, ha regolato la progressione economica degli insegnanti: l’anzianità come unico criterio di avanzamento.

Il “totem” dell’anzianità

Nel sistema scolastico italiano, lo scatto automatico per fasce di servizio ha rappresentato una garanzia di equità e di tutela contro possibili arbitri. In assenza di un sistema condiviso di valutazione individuale, l’anzianità è stata percepita come l’unico parametro oggettivo, verificabile e sottratto a discrezionalità.

La cultura professionale della scuola si è storicamente fondata su collegialità e cooperazione. L’idea di introdurre differenziazioni economiche legate a performance individuali o a valutazioni qualitative è stata spesso vissuta come un rischio di frammentazione interna o di competizione impropria.

Non va dimenticato che la scuola italiana non ha mai sviluppato una vera carriera verticale interna alla funzione docente. Le uniche alternative strutturate sono state l’accesso alla dirigenza o all’ispettorato tecnico. In questo vuoto ordinamentale, l’anzianità è diventata l’unico meccanismo stabile di crescita economica.

Una sensibilità che cambia

Eppure qualcosa si muove. L’atto di indirizzo per il triennio 2025-27 prevede una formazione “verificata, valutata e incentivata” e ipotizza una distinzione dell’incremento retributivo tra una quota fissa, legata al superamento della formazione, e una quota variabile connessa all’effettivo svolgimento di funzioni di supporto al piano dell’offerta formativa.

Un’ipotesi che avrebbe segnato, fino a pochi anni fa, una frattura difficilmente accettabile dalla categoria.

I dati dell’indagine “Essere insegnanti oggi”, promossa da CISL Scuola e Tuttoscuola con il contributo della Fondazione Ezio Tarantelli, raccontano però un mutamento significativo. Meno di un docente su cinque ritiene che l’incremento retributivo debba dipendere esclusivamente dall’anzianità. La maggioranza indica come criteri rilevanti la qualità dell’apporto professionale, le responsabilità organizzative e, in misura minore, sistemi credibili di crediti formativi.

Il dato generazionale è particolarmente eloquente: la quota di chi difende la sola anzianità scende sensibilmente tra i docenti più giovani, segnalando una maggiore apertura verso forme di valorizzazione differenziata.

Le ragioni storiche del rifiuto

Per comprendere questo passaggio occorre ricordare perché, finora, la categoria abbia difeso con decisione lo scatto automatico.

Anzitutto per il timore dell’arbitrio. In un sistema fortemente eterogeneo sul piano territoriale e organizzativo, la mancanza di criteri nazionali chiari avrebbe potuto tradursi in valutazioni discrezionali o in eccessiva dipendenza dalle scelte dei singoli dirigenti.

In secondo luogo, per la difficoltà oggettiva di misurare la qualità dell’insegnamento. I risultati degli studenti dipendono da variabili sociali, familiari e ambientali che sfuggono al controllo diretto del docente. Legare la retribuzione a indicatori quantitativi è sempre apparso riduttivo.

Infine, in un contesto di retribuzioni mediamente inferiori rispetto ad altri lavoratori con analogo titolo di studio, l’anzianità ha svolto una funzione compensativa e di stabilizzazione del reddito.

La sfida del nuovo contratto

Il confronto che si apre ora dovrà sciogliere un nodo cruciale: come superare il “totem” dell’anzianità senza scivolare nella discrezionalità o nella competizione interna.

Perché l’eventuale innovazione non si disperda nella contrattazione di istituto, sarà necessario che il CCNL definisca in modo rigoroso criteri, contenuti e misure dell’incremento retributivo connesso alla formazione e alle funzioni svolte.

Non si tratta di abbandonare il principio di equità, ma di aggiornarlo. La questione non è se riconoscere l’esperienza maturata, bensì come affiancarla a percorsi di crescita professionale strutturati, trasparenti e nazionali.

Il tabù dell’anzianità non è mai stato un rifiuto del merito in sé. È stato, piuttosto, la difesa di un equilibrio in assenza di alternative credibili. Se oggi il clima appare diverso, la responsabilità del legislatore e delle parti sociali sarà quella di costruire un sistema che sappia coniugare stabilità, valorizzazione e coesione della comunità professionale.

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