SCUOLA E TUTELE

Deepfake sulle docenti a Genova, CNDDU chiede più tutele

Dopo il caso di Genova, il CNDDU propone un fondo da 10 milioni di euro annui per tutelare i docenti vittime di abusi digitali.

27 ottobre 2026 22:45
Deepfake sulle docenti a Genova, CNDDU chiede più tutele  - prof. Romano Pesavento CNDDU
prof. Romano Pesavento CNDDU
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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per la vicenda verificatasi in un istituto superiore di Genova, dove due studenti quattordicenni hanno utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per realizzare immagini pornografiche contraffatte, associandole ai volti delle proprie insegnanti e diffondendole successivamente nelle chat di classe. Una condotta che non può essere derubricata a manifestazione di immaturità adolescenziale, perché rivela una preoccupante disponibilità a trasformare l'identità e la reputazione di una persona in materiale di umiliazione pubblica.

Secondo quanto riportato dagli organi di informazione, il procedimento davanti al Tribunale per i minorenni si è concluso senza una condanna, dopo l'avvio di un percorso riabilitativo rivolto ai due ragazzi. Nel rispetto delle valutazioni dell'autorità giudiziaria e della specificità della giustizia minorile, riteniamo tuttavia necessario interrogarsi su un aspetto che rischia di rimanere marginale nel dibattito pubblico: quale tutela concreta sia stata assicurata alle docenti coinvolte e quali strumenti siano effettivamente disponibili per affrontare le conseguenze professionali, psicologiche e reputazionali di una simile aggressione.

La falsificazione pornografica dell'immagine di un'insegnante non costituisce soltanto un abuso tecnologico. Rappresenta una forma particolarmente invasiva di delegittimazione personale e professionale, aggravata dal contesto scolastico nel quale viene consumata. La diffusione tra gli studenti introduce infatti un elemento ulteriore di esposizione, perché trasferisce la violazione della sfera privata all'interno delle relazioni quotidiane su cui si fonda l'attività didattica. Anche quando la natura artificiale delle immagini è riconoscibile, il danno non scompare: permane l'associazione offensiva, permane la circolazione del contenuto e può risultare compromessa la serenità necessaria per esercitare la professione.

L'assenza di una condanna penale non deve essere confusa con l'assenza di conseguenze né trasformarsi, nella percezione collettiva, in un messaggio di sostanziale irrilevanza della condotta. La finalità rieducativa del procedimento minorile conserva la propria legittimità, ma la sua credibilità dipende anche dalla capacità di promuovere un'assunzione effettiva di responsabilità. Comprendere la gravità di un comportamento non può ridursi alla frequenza di un percorso formativo: occorre verificare che tale consapevolezza si traduca in un cambiamento concreto, senza dimenticare che le persone colpite continuano a sopportare gli effetti dell'accaduto anche dopo la conclusione della vicenda giudiziaria.

Il caso genovese evidenzia inoltre una grave asimmetria tra la rapidità con cui gli strumenti digitali consentono di produrre e diffondere contenuti lesivi e la lentezza delle procedure necessarie per contenerne gli effetti. Una fotografia manipolata può raggiungere numerosi destinatari in pochi istanti, mentre la sua rimozione, l'accertamento delle responsabilità e il recupero della reputazione richiedono interventi complessi, spesso sostenuti economicamente dalle stesse vittime. È in questa sproporzione che emerge una delle principali insufficienze dell'attuale sistema di tutela del personale scolastico.

Per questa ragione, il CNDDU propone l'istituzione, presso il Ministero dell'Istruzione e del Merito, di un fondo nazionale specificamente destinato all'assistenza dei docenti vittime di manipolazioni digitali a contenuto sessuale, diffusione illecita di immagini e altre gravi aggressioni alla reputazione professionale. Si propone uno stanziamento iniziale di 10 milioni di euro annui, da destinare alla copertura delle spese legali, all'assistenza psicologica specialistica, agli interventi tecnici di individuazione e rimozione dei contenuti e a un contributo economico immediato, fino a 5.000 euro per ciascun caso documentato, nei limiti delle spese ammissibili e senza pregiudicare gli eventuali risarcimenti riconosciuti in sede giudiziaria. Le risorse dovrebbero essere accessibili mediante una procedura riservata e tempestiva, senza subordinare il sostegno alla conclusione definitiva di un procedimento penale.

Un intervento di questa natura risponderebbe a un'esigenza precisa: impedire che chi subisce un'aggressione digitale debba affrontare autonomamente anche i costi necessari per difendersi. Non si tratta di introdurre privilegi professionali, ma di riconoscere che un episodio consumato all'interno della comunità scolastica può produrre conseguenze che investono direttamente l'esercizio della funzione docente e richiedono una risposta istituzionale proporzionata.

La vicenda di Genova impone infine una considerazione che non può essere elusa. Una scuola nella quale l'immagine di un'insegnante può essere trasformata in contenuto pornografico e fatta circolare tra gli alunni è una scuola nella quale il confine tra trasgressione e aggressione è stato pericolosamente oltrepassato. Ridurre tutto alla necessità di educare i ragazzi significherebbe affrontare soltanto una parte del problema. La responsabilizzazione degli autori è indispensabile, ma non può assorbire interamente l'attenzione pubblica, lasciando le vittime in una posizione secondaria.

Il CNDDU ritiene pertanto che la risposta dello Stato debba essere misurata non soltanto dalla capacità di recuperare chi ha commesso il fatto, ma anche dalla disponibilità di risorse, procedure e garanzie effettive per chi ne ha subito le conseguenze. Quando il percorso giudiziario termina, il danno alla persona può continuare. È precisamente in quel momento che la tutela istituzionale non deve interrompersi.

prof. Romano Pesavento- Presidente CNDDU

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