Emma Bonino, una vita di battaglie civili. Cosa resta da raccontare a scuola
Addio a Emma Bonino: 78 anni di battaglie, dall'aborto alla Corte penale internazionale. Una vita spesa contro ogni conformismo.
Emma Bonino è morta questa mattina a Roma, a 78 anni. Era stata ricoverata più volte per problemi respiratori dopo che nel 2015 aveva reso pubblica una diagnosi di tumore al polmone sinistro, da cui nel 2023 aveva dichiarato di essersi ripresa. Il ricovero in codice rosso all'ospedale Santo Spirito di Roma risale al pomeriggio del 7 settembre, seguito dal trasferimento in terapia intensiva per una crisi respiratoria; il 10 settembre era stata spostata in una struttura privata, con un quadro clinico definito delicato. La notizia della sua scomparsa è stata data dal partito +Europa, di cui era presidente.
Non è consuetudine, per una testata che si occupa di scuola, dedicare spazio alla biografia di una leader politica. Ma la parabola di Emma Bonino tocca da vicino l'educazione civica, la storia dei diritti e il modo in cui le nuove generazioni imparano a leggere il proprio Paese: motivi sufficienti per fermarsi un momento a ricordarla.
Una biografia che attraversa mezzo secolo di Repubblica
Nata a Bra, nel Cuneese, il 9 marzo 1948, Bonino ha attraversato da protagonista mezzo secolo di politica italiana. La sua attività cominciò con la battaglia per la legalizzazione dell'aborto, condotta fino al punto di autoaccusarsi pubblicamente del reato di procurato aborto, un gesto che anticipa il metodo che avrebbe segnato tutta la sua carriera consistente nel mettere il proprio corpo e la propria credibilità personale a garanzia delle cause in cui credeva.
È un tratto che chi insegna storia ed educazione civica conosce bene. La storia della Repubblica non è fatta solo di leggi approvate in Parlamento, ma anche di battaglie condotte fuori e spesso contro le istituzioni, prima di essere assorbite da esse. Bonino, insieme a Marco Pannella, è stata tra le figure che meglio rappresentano questo passaggio.
Il suo impegno non si è fermato ai confini nazionali. Le proteste a Varsavia contro il regime di Jaruzelski, che le costarono l'arresto e l'espulsione, e quelle a New York contro il divieto di vendita di siringhe senza ricetta. Ha lavorato per l'istituzione della Corte penale internazionale, si è battuta contro la pena di morte rappresentando l'Italia alle Nazioni Unite, ed è intervenuta nei conflitti di Bosnia, Kosovo, Ruanda, Somalia, Sudan e Afghanistan durante gli anni da commissaria europea.
Dalle piazze alle istituzioni
Il percorso istituzionale è altrettanto denso. Deputata dal 1976, commissaria europea dal 1995, ministra del Commercio internazionale e delle Politiche europee nel governo Prodi, poi ministra degli Esteri nel governo Letta nel 2013. Nel 2017 ha fondato +Europa, il partito che ha guidato fino alla fine.
La notizia della morte è stata diffusa dallo stesso +Europa, che l'ha ricordata come una delle protagoniste più libere della storia politica italiana. Tra i primi commenti, quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ne ha riconosciuto la voce forte e riconoscibile nella politica italiana, pur nella distanza delle posizioni.
Perché ne parliamo qui
Per chi insegna storia, diritto o educazione civica, la vicenda di Bonino offre un caso di studio utile: mostra come si costruiscono i diritti in una democrazia liberale. Non per decreto, ma attraverso mobilitazione, conflitto, mediazione e, alla fine, istituzionalizzazione.
È una lezione che vale indipendentemente dal giudizio che si dà nel merito delle singole battaglie, comprese quelle più divisive.
Resta, al di là delle appartenenze politiche, la testimonianza di una coerenza intellettuale rara. Soave dal quotidiano il Foglio, ricorda come Bonino avesse pubblicamente riconosciuto l'errore quando la campagna contro Giovanni Leone si rivelò infondata. Un gesto che, in un'epoca di polarizzazione permanente, meriterebbe di essere raccontato ai ragazzi tanto quanto le battaglie vinte.