Il peso dell'indifferenza

Il bullismo non fa solo male: isola. La testimonianza di una studentessa che ha vissuto sulla sua pelle cosa significa sentirsi "straniera"

06 luglio 2026 19:04
Il peso dell'indifferenza - La Voce della Scuola
La Voce della Scuola
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NOTA DI REDAZIONE: Pubblichiamo questa testimonianza grazie alla nostra giovane autrice, nella convinzione che alcune storie debbano essere lette senza il filtro dell'inchiesta giornalistica, perché è la voce diretta a portare un'informazione che nessuna verifica potrebbe restituire allo stesso modo. Si tratta del racconto in prima persona di una studentessa che ha vissuto, in anni recenti, un trasferimento scolastico da una regione all'altra e le difficoltà, non solo di ambientamento, ma di isolamento e sofferenza, che ne sono seguite. Abbiamo scelto di non riportare nomi di scuole o riferimenti specifici, perché quello che resta, ed è quello che ci interessa, è la domanda che la testimonianza pone alla scuola come istituzione. La pubblichiamo non come atto d'accusa verso singoli, ma come contributo alla riflessione, da sempre necessaria, sul bullismo e sul ruolo di chi educa nel riconoscerlo e nel fermarlo.

Esistono ferite che non lasciano segni sulla pelle, ma scavano solchi profondi nell'anima. Sono quelle provocate dalle parole, dagli sguardi, dall'indifferenza, da quel silenzio assordante che troppo spesso accompagna il bullismo. È proprio di quel silenzio che voglio parlare. Un silenzio che protegge chi umilia e abbandona chi soffre.

Questo non è un semplice articolo. È una testimonianza. È il grido di una ragazza che per troppo tempo ha soffocato il proprio dolore dietro un sorriso sempre più fragile. Lo scrivo non per suscitare pietà, ma perché nessuno possa più dire: "Non lo sapevo."

Ho diciotto anni e tra pochi giorni conseguirò il diploma. Dovrebbe essere il momento in cui si tirano le somme di un percorso fatto di crescita, sogni e ricordi felici. Eppure, quando ripenso ai miei anni di scuola superiore, la prima emozione che riaffiora non è la nostalgia, ma l'angoscia.

Qualche anno fa mi sono trasferita da Napoli in un'altra regione. Ho frequentato dal secondo al quarto anno di scuola superiore presso un istituto della nuova città, convinta di iniziare un nuovo capitolo della mia vita. Non immaginavo che quel cambiamento si sarebbe trasformato in un incubo e in una lenta discesa nell'isolamento.

Ero soltanto una ragazza con una valigia piena di speranze, desiderosa di costruire nuove amicizie e trovare il proprio posto in una realtà nuova.

Il mio unico "errore" era quello di essere diversa. Diversa perché napoletana. Diversa per il mio accento. Diversa per il mio modo di parlare, di vivere, di esprimermi. In un luogo che avrebbe dovuto educare al rispetto, la diversità è diventata un marchio da esibire per colpire, umiliare ed emarginare.

Mi domando ancora oggi quando la diversità abbia smesso di essere una ricchezza per trasformarsi, agli occhi di alcuni, in una colpa.

La scuola dovrebbe rappresentare il primo presidio di civiltà, il luogo in cui ogni giovane impara non soltanto la disciplina, ma soprattutto il valore dell'umanità. Dovrebbe essere un rifugio sicuro nel quale sentirsi accolti e protetti.

Per me, invece, è stata una prigione.

Ogni mattina attraversavo quel cancello con il cuore colmo di paura. Ogni corridoio sembrava il preludio dell'ennesima umiliazione. Ogni giornata era una battaglia combattuta nel silenzio, nella speranza che nessuno trovasse un nuovo motivo per farmi sentire sbagliata.

La sofferenza, quando diventa quotidiana, finisce per insinuarsi ovunque. Ti convince che forse il problema sei tu. Ti ruba il sorriso. Ti spegne lentamente.

Io, che sono sempre stata una ragazza solare, ho visto la luce dei miei occhi spegnersi giorno dopo giorno. Ho smesso di riconoscermi. Ho smesso di vivere con serenità. Fino a precipitare nella depressione.

Non provo alcuna vergogna nell'ammetterlo.
La vergogna appartiene a chi ha trasformato la scuola in un luogo di sofferenza. A chi ha scelto di umiliare anziché comprendere. A chi ha assistito senza intervenire.

Perché il bullismo non distrugge soltanto attraverso le parole. Distrugge anche attraverso l'indifferenza. Ed è forse quest'ultima la forma di violenza più crudele.

Molti insegnanti erano consapevoli di ciò che accadeva. Alcuni assistevano agli episodi. Altri ne erano stati informati. Eppure il più delle volte tutto si concludeva con poche parole, con uno sguardo distratto, con quella frase che ancora oggi rimbomba nella mia memoria: "Non posso fare nulla."

Ma davvero un educatore può voltarsi dall'altra parte davanti al dolore di un proprio studente?

A cosa serve insegnare i valori della Costituzione, il rispetto della persona, la solidarietà e l'uguaglianza, se poi quei principi restano chiusi tra le pagine di un libro?

Ho resistito tre lunghissimi anni.
Tre anni durante i quali non imparavo soltanto formule o date storiche, ma imparavo, mio malgrado, cosa significhi sentirsi invisibili.

Poi è arrivato il momento in cui ho capito che sopravvivere non bastava più. Così ho scelto di cambiare scuola all'ultimo anno, trasferendomi in un altro istituto della stessa città.

Molti mi dissero che era una follia. Che stavo rischiando troppo. Che sapevo ciò che lasciavo ma non ciò che avrei trovato.

Avevano ragione.
Ma avevo ormai compreso una verità semplice, ovvero che nessun rischio può essere più grande del continuare a vivere in un luogo che ogni giorno distrugge la tua dignità.

Quel cambiamento ha rappresentato la mia rinascita.
Per la prima volta ho incontrato insegnanti capaci di ascoltare prima ancora che giudicare. Persone che hanno saputo ricordarmi che la scuola può davvero essere il luogo in cui ogni studente si sente visto, rispettato e valorizzato.

Le cicatrici, tuttavia, rimangono.
Il bullismo non termina quando finiscono gli insulti. Continua nella diffidenza, nella paura di fidarsi, nella difficoltà di costruire nuovi legami. Ti insegna a difenderti anche quando nessuno ti sta attaccando. Ti costringe a vivere dietro una corazza che non hai scelto di indossare.

Ed è questa la sua vittoria più crudele.
Oggi, però, desidero trasformare quel dolore in una responsabilità.

Mi domando quanti ragazzi, proprio mentre state leggendo queste righe, stiano entrando in una classe con lo stesso nodo alla gola che accompagnava ogni mio mattino. Quanti stiano sorridendo soltanto per nascondere le lacrime. Quanti, tornando a casa, fingano che vada tutto bene.

Alle scuole, dunque, voglio rivolgere un appello.
Non limitatevi a commemorare le vittime del bullismo quando è ormai troppo tardi.

Abbiate il coraggio di ascoltare prima che il silenzio diventi disperazione.
Abbiate il coraggio di intervenire prima che uno studente perda la speranza.
Abbiate il coraggio di essere davvero ciò che la scuola promette di essere.

Se oggi riesco a raccontare questa storia è soltanto grazie alla mia famiglia e a chi, quando io non vedevo più alcuna luce, ha continuato a credere in me.

Credevo di essere diventata fragile.
In realtà stavo semplicemente imparando quanto possa essere forte un essere umano quando decide di non lasciare che il dolore abbia l'ultima parola.

Per questo non concludo con un addio, ma con un augurio.
Che nessun ragazzo debba più sentirsi straniero nella propria scuola.
Che nessuno debba più sopravvivere là dove dovrebbe semplicemente imparare a vivere.

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