La comunità che sostiene: dalla cultura dell'inclusione alla cultura dell'accessibilità educativa
Relazione del Prof. Romano Pesavento
Relazione del Prof. Romano Pesavento
Presidente Nazionale del Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU)
2ª Giornata Diocesana insieme alle persone con disabilità Diocesi di Lamezia Terme
Introduzione
Eccellenza Reverendissima Mons. Serafino Parisi,
Autorità civili e religiose,
Gentili relatori,
Cari docenti, famiglie,
desidero esprimere il mio più sentito ringraziamento alla Diocesi di Lamezia Terme per aver promosso questa seconda Giornata Diocesana insieme alle persone con disabilità. Ringrazio in particolare Sua Eccellenza Monsignor Serafino Parisi per aver voluto creare uno spazio di dialogo che unisce il mondo ecclesiale, quello scolastico, le famiglie, le istituzioni e il volontariato attorno a un tema che riguarda il cuore stesso della nostra democrazia: il diritto di ogni persona a sentirsi parte della comunità.
Il titolo scelto per questo incontro, "La comunità che sostiene: famiglie e territorio per una inclusione autentica", richiama immediatamente una responsabilità condivisa. Nessuno può educare da solo. Nessuna istituzione può affrontare da sola le fragilità del nostro tempo. La scuola, la famiglia, la Chiesa, gli enti locali, il Terzo Settore e l'intera società civile sono chiamati a costruire quella che Papa Francesco definiva una vera cultura dell'incontro, nella quale ogni persona venga riconosciuta non per i suoi limiti, ma per la sua irripetibile dignità.
Come Presidente del Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani desidero proporre una riflessione che parte dalla scuola, ma guarda alla società nel suo complesso. L'inclusione, infatti, non rappresenta soltanto una metodologia educativa: è il modo concreto con cui una comunità interpreta i principi della Costituzione e traduce in pratica i diritti umani.
Don Lorenzo Milani scriveva che «non c'è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali». In questa semplice affermazione è racchiuso il significato più profondo dell'inclusione. Trattare tutti allo stesso modo non significa necessariamente essere giusti; essere giusti significa creare le condizioni affinché ciascuno possa esprimere pienamente le proprie potenzialità.
È questo il compito che dovrebbe essere affidato alla scuola italiana.
Il cambiamento culturale della scuola italiana
Negli ultimi cinquant'anni il nostro Paese ha compiuto una delle più importanti rivoluzioni culturali della propria storia repubblicana.
Quando nel 1977 furono abolite le classi differenziali, l'Italia fece una scelta coraggiosa che molti osservatori internazionali considerarono rivoluzionaria. Non si trattava soltanto di modificare l'organizzazione della scuola; si trattava di cambiare il modo di guardare la persona.
La Legge n. 517 del 1977, la Legge n. 104 del 1992 e, più recentemente, il Decreto Legislativo n. 66 del 2017, modificato dal D.Lgs. n. 96 del 2019, hanno progressivamente costruito un modello inclusivo che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento nel panorama europeo.
A queste norme si è aggiunta la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che ha introdotto un cambiamento decisivo: la disabilità non viene più interpretata come una caratteristica della persona, ma come il risultato dell'interazione tra le condizioni individuali e le barriere presenti nell'ambiente.
È una trasformazione culturale straordinaria.
Per secoli abbiamo pensato che fosse la persona a dover superare i propri limiti.
Oggi comprendiamo che è la società a dover eliminare gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione.
Questo principio coincide perfettamente con quanto afferma l'articolo 3 della Costituzione italiana, laddove la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini.
Non si tratta semplicemente di garantire un diritto all'istruzione.
Si tratta di costruire le condizioni affinché quel diritto possa essere realmente esercitato.
La scuola italiana ha saputo interpretare questa sfida con grande lungimiranza.
Oggi nelle nostre classi convivono differenze culturali, linguistiche, sociali e personali che rappresentano una straordinaria ricchezza educativa.
La presenza di studenti con disabilità, con Disturbi Specifici dell'Apprendimento, con Bisogni Educativi Speciali, di studenti stranieri o provenienti da contesti di fragilità sociale non costituisce un problema da affrontare, ma un'opportunità per ripensare continuamente il significato stesso dell'educazione.
La scuola non forma soltanto competenze.
Forma cittadini.
Forma persone capaci di convivere nella diversità.
Ed è proprio questa la più autentica educazione ai diritti umani.
La scuola inclusiva, infatti, non produce benefici esclusivamente per gli studenti che presentano particolari bisogni educativi.
Migliora la qualità dell'apprendimento dell'intera classe.
Promuove l'empatia.
Sviluppa il senso della cooperazione.
Educa alla corresponsabilità.
Costruisce quella cultura della pace che rappresenta uno degli obiettivi fondamentali dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Eppure, nonostante gli straordinari progressi compiuti, il cammino non può dirsi concluso.
La scuola italiana è chiamata oggi ad affrontare una nuova trasformazione.
Se il Novecento è stato il secolo dell'inclusione, il XXI secolo dovrà essere il secolo dell'accessibilità educativa.
È questo il passaggio culturale sul quale desidero soffermarmi nel prosieguo della mia riflessione.
La Calabria: una terra che educa all'inclusione tra criticità e opportunità
Parlare di inclusione in Calabria significa confrontarsi con una realtà complessa, ricca di contrasti ma anche di straordinarie potenzialità.
Questa è una terra che ha fatto dell'accoglienza uno dei tratti più autentici della propria identità. Le comunità locali, le famiglie, il volontariato, il mondo associativo e le parrocchie rappresentano un patrimonio umano che spesso riesce a supplire alle difficoltà strutturali del territorio. In Calabria il senso della comunità continua ad avere un valore profondo; non è raro che le reti di solidarietà diventino il primo sostegno per le persone più fragili e per le loro famiglie.
Proprio per questo motivo la scelta della Diocesi di Lamezia Terme di dedicare una giornata alle persone con disabilità assume un significato che va oltre l'ambito ecclesiale. Essa richiama l'intera comunità civile alla responsabilità educativa e sociale che ciascuno è chiamato ad assumere.
Tuttavia sarebbe poco onesto fermarsi a una rappresentazione esclusivamente positiva della realtà.
La Calabria continua infatti a confrontarsi con sfide rilevanti: la povertà educativa, la dispersione scolastica, il progressivo spopolamento delle aree interne, le difficoltà nei collegamenti e nella mobilità, la carenza di alcuni servizi territoriali e le persistenti disuguaglianze tra contesti urbani e periferici. Sono fenomeni che incidono direttamente sul diritto all'istruzione e che richiedono una risposta sistemica. Il Piano regionale per il diritto allo studio 2025-2026 richiama esplicitamente la necessità di contrastare la povertà educativa e il disagio formativo attraverso interventi coordinati tra istituzioni scolastiche, enti locali e Regione.
Dietro questi dati non vi sono semplicemente numeri.
Vi sono storie.
Vi sono bambini che affrontano quotidianamente lunghi spostamenti per raggiungere la scuola.
Vi sono famiglie che vivono in piccoli comuni dell'entroterra, dove l'accesso ai servizi educativi è più complesso.
Vi sono ragazzi che rischiano di interrompere il proprio percorso formativo non per mancanza di capacità, ma per l'assenza di opportunità.
È proprio qui che il concetto di inclusione assume un significato ancora più ampio.
L'inclusione non riguarda soltanto la disabilità.
Riguarda ogni forma di vulnerabilità.
Riguarda ogni ostacolo che limita l'effettivo esercizio del diritto all'istruzione.
Quando parliamo di povertà educativa non ci riferiamo soltanto alla mancanza di risorse economiche.
Parliamo della possibilità di accedere alla cultura, alla lettura, allo sport, alla musica, ai laboratori, alle tecnologie, ai servizi per l'infanzia, a tutte quelle esperienze che permettono ad una persona di sviluppare pienamente le proprie capacità.
Martha Nussbaum definisce queste opportunità capabilities, capacità concrete di scegliere il proprio progetto di vita.
L'educazione rappresenta la più importante tra queste capacità.
Senza educazione la libertà rischia di rimanere soltanto un principio teorico.
È per questo che investire nella scuola significa investire nella democrazia.
Negli ultimi anni la Regione Calabria ha mostrato una crescente attenzione verso queste problematiche.
La recente Legge Regionale n. 20 del 2025 "Strategie di intervento educativo e inclusione scolastica degli alunni con alto potenziale cognitivo e con altri bisogni educativi speciali (BES)" rappresenta un segnale importante perché promuove strategie di intervento educativo rivolte agli alunni con Bisogni Educativi Speciali, valorizzando il ruolo delle scuole, dei Centri Territoriali di Supporto, dell'Ufficio Scolastico Regionale, delle Aziende Sanitarie Provinciali e delle famiglie in una prospettiva di corresponsabilità educativa.
Ancora più significativa appare l'istituzione dell'Unità di Pedagogia Scolastica per lo sviluppo della comunità educante, prevista dalla Legge Regionale n. 25 del 2025, che riconosce il valore del pedagogista e dell'educatore professionale come figure di supporto alla comunità scolastica per prevenire la povertà educativa, contrastare la dispersione e promuovere il benessere degli studenti. È un modello che interpreta la scuola come comunità educante e non come semplice luogo di trasmissione delle conoscenze.
Sono segnali incoraggianti.
Essi dimostrano che l'inclusione non può essere affidata esclusivamente alla buona volontà dei singoli insegnanti.
Occorre una visione politica.
Occorrono investimenti.
Occorrono reti territoriali.
Occorre una governance educativa condivisa.
La Calabria, proprio perché caratterizzata da diverse criticità, può diventare un laboratorio nazionale di innovazione inclusiva.
Le regioni che affrontano le sfide più impegnative sono spesso quelle che sviluppano le soluzioni più coraggiose.
Lo dimostra la storia della scuola italiana.
Fu proprio in territori complessi che nacquero alcune delle più significative esperienze di pedagogia democratica.
Pensiamo proprio a don Lorenzo Milani.
Pensiamo alle scuole popolari.
Pensiamo alle tante esperienze di volontariato educativo che hanno trasformato periferie difficili in comunità di apprendimento.
Naturalmente questo richiede una forte alleanza tra tutte le componenti della società.
La scuola, da sola, non basta.
La famiglia resta il primo luogo dell'educazione.
Le istituzioni devono garantire servizi efficienti.
Gli enti locali sono chiamati a progettare territori accessibili.
Il Terzo Settore offre competenze preziose.
La Chiesa continua ad essere uno dei principali presìdi educativi, soprattutto nei contesti più fragili.
È proprio questa sinergia che dà significato al titolo del nostro incontro.
La comunità che sostiene non è una comunità che delega, ma condivide responsabilità, costruisce alleanze, riconosce nella persona il centro di ogni scelta educativa.
Le risorse economiche sono certamente necessarie.
Ma il capitale più prezioso rimane il capitale umano.
Investire nella scuola significa investire sul proprio futuro, nell'inclusione e nella democrazia.
L'accessibilità educativa rappresenta un’opportunità di progresso per tutti i cittadini.
Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce la necessità di compiere un ulteriore passo in avanti.
Se il secolo scorso ci ha insegnato il valore dell'inclusione, oggi siamo chiamati a costruire una scuola capace di rendere realmente accessibile ogni ambiente di apprendimento.
È questo il tema sul quale desidero soffermarmi nella parte conclusiva della mia riflessione, proponendo una visione che il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani considera ormai non più rinviabile: il passaggio dalla cultura del sostegno alla cultura dell'accessibilità educativa.
Il valore educativo della diversità
Per molto tempo la scuola ha considerato la differenza come un problema da gestire.
Oggi sappiamo che è esattamente il contrario.
La diversità rappresenta la principale risorsa educativa.
Andrea Canevaro, uno dei padri della pedagogia speciale italiana, ci ha insegnato che l'inclusione non consiste nell'aggiungere qualcuno ad un sistema già costruito.
Consiste nel ripensare il sistema affinché tutti possano partecipare.
Ogni studente porta nella scuola una storia diversa.
Una cultura diversa.
Un modo diverso di apprendere.
Una diversa sensibilità.
Una diversa intelligenza.
La presenza di queste differenze obbliga la scuola ad innovarsi continuamente.
Ed è proprio questa continua capacità di cambiamento che rende viva la scuola.
Le classi inclusive sviluppano maggiormente la cooperazione.
Favoriscono l'empatia.
Ridimensionano la competizione.
Educano al dialogo.
Preparano cittadini capaci di vivere in società sempre più pluralistiche.
La diversità, dunque, non rappresenta una difficoltà.
È il motore stesso dell'innovazione educativa.
È questo il significato più profondo dei diritti umani.
Le nuove sfide: Intelligenza Artificiale, tecnologie e accessibilità
La scuola italiana si trova oggi dinanzi a una nuova trasformazione storica. Dopo aver affrontato la sfida dell'inclusione, è chiamata a confrontarsi con la rivoluzione digitale e con l'avvento dell'Intelligenza Artificiale.
Come ogni innovazione, anche l'Intelligenza Artificiale suscita entusiasmo e timori. Alcuni la considerano una minaccia per il ruolo dell'insegnante; altri vi vedono la soluzione a tutte le difficoltà educative. Entrambe le posizioni rischiano di essere riduttive.
L'Intelligenza Artificiale non sostituirà mai la relazione educativa, che rimane il fondamento dell'apprendimento. Nessun algoritmo può sostituire lo sguardo di un docente che incoraggia uno studente, la sensibilità di chi comprende una difficoltà non espressa, la capacità di creare un clima di fiducia all'interno di una classe.
Tuttavia sarebbe altrettanto miope ignorare le enormi opportunità che queste tecnologie offrono.
Oggi gli strumenti basati sull'Intelligenza Artificiale consentono di personalizzare gli apprendimenti, facilitare la lettura dei testi, tradurre contenuti in tempo reale, supportare studenti con disabilità sensoriali, creare materiali didattici accessibili, adattare le verifiche ai diversi stili cognitivi e offrire nuove modalità di comunicazione agli alunni con bisogni complessi.
Per la prima volta nella storia della scuola disponiamo di tecnologie capaci di adattarsi alle caratteristiche dello studente, anziché chiedere allo studente di adattarsi rigidamente agli strumenti.
È una rivoluzione culturale prima ancora che tecnologica.
Ma proprio per questo è necessario evitare che il divario digitale diventi una nuova forma di esclusione.
L'accessibilità non riguarda soltanto gli edifici scolastici.
Riguarda anche le piattaforme digitali.
I software.
I contenuti.
I linguaggi.
La formazione dei docenti.
Una scuola tecnologicamente avanzata, ma pedagogicamente impreparata, rischierebbe di creare nuove disuguaglianze.
È questo il significato più autentico dell'accessibilità educativa.
Dalla cultura del sostegno alla cultura dell'accessibilità
Consentitemi, a questo punto, di condividere una riflessione che il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani ha recentemente proposto al dibattito pubblico.
Ogni grande cambiamento culturale inizia dalle parole.
Le parole non descrivono semplicemente la realtà.
La costruiscono.
Orientano il nostro modo di pensare.
Definiscono le responsabilità.
Plasmano la cultura istituzionale.
Per questa ragione riteniamo che sia giunto il momento di aprire una riflessione sull'attuale denominazione di docente di sostegno.
Quella definizione ha accompagnato una stagione fondamentale della scuola italiana.
Essa rappresenta una conquista civile che nessuno intende mettere in discussione.
Ma la scuola di oggi non è più quella di trent'anni fa.
Anche il profilo professionale del docente specializzato si è profondamente evoluto.
La normativa vigente gli attribuisce la contitolarità della classe.
La corresponsabilità educativa.
La partecipazione alla progettazione del Piano Educativo Individualizzato.
La collaborazione con il Gruppo di Lavoro Operativo.
L'interazione costante con le famiglie.
Il supporto metodologico ai colleghi.
L'utilizzo delle tecnologie assistive.
La promozione di metodologie inclusive.
In altre parole, il docente specializzato non "sostiene" semplicemente uno studente.
Contribuisce a rendere accessibile l'intero ambiente di apprendimento.
Per questo motivo il CNDDU propone di avviare una riflessione istituzionale finalizzata all'adozione della nuova denominazione di Docente per l'Accessibilità Educativa e l'Innovazione Inclusiva.
Non si tratta di una modifica lessicale.
Si tratta di un cambio di paradigma.
Il termine sostegno richiama, inevitabilmente, un intervento rivolto prevalentemente al singolo alunno.
L'accessibilità educativa, invece, riguarda tutta la comunità scolastica.
Essa significa progettare ambienti di apprendimento nei quali ogni studente possa partecipare, apprendere e sviluppare il proprio progetto di vita.
Il docente specializzato diventa così il professionista dell'innovazione didattica, dell'Universal Design for Learning, dell'accessibilità digitale, della progettazione inclusiva, della formazione metodologica dei colleghi.
Una figura che non opera ai margini della scuola, ma nel cuore della sua progettazione pedagogica.
Crediamo che questa evoluzione culturale rappresenti la naturale prosecuzione del percorso iniziato nel 1977 con l'abolizione delle classi differenziali.
Allora la sfida era l'inclusione.
Oggi la sfida è l'accessibilità.
Le proposte del CNDDU per la scuola del futuro
Come Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani riteniamo che il futuro della scuola italiana debba svilupparsi lungo alcune direttrici fondamentali.
La prima riguarda la formazione permanente dei docenti.
L'inclusione non può essere affidata esclusivamente alla sensibilità personale.
Richiede competenze pedagogiche, psicologiche, tecnologiche e relazionali costantemente aggiornate.
La seconda riguarda la diffusione di una vera cultura dei diritti umani.
L'inclusione non nasce dalle procedure amministrative.
Nasce dal riconoscimento della dignità della persona.
Per questo motivo l'educazione ai diritti umani dovrebbe attraversare trasversalmente tutte le discipline, diventando parte integrante della formazione civica delle nuove generazioni.
Una terza priorità riguarda l'investimento nell'accessibilità digitale.
Ogni innovazione tecnologica introdotta nella scuola dovrebbe essere progettata secondo criteri di accessibilità universale, affinché nessuno rimanga escluso dalla trasformazione digitale.
Occorre inoltre rafforzare il dialogo tra scuola, università e ricerca pedagogica, valorizzando le migliori esperienze nazionali e internazionali sull'inclusione.
È necessario promuovere reti territoriali permanenti tra istituzioni scolastiche, enti locali, servizi sanitari, università, associazioni e comunità ecclesiali.
La comunità educante deve trasformarsi in una vera infrastruttura sociale, capace di accompagnare ogni persona lungo tutto l'arco della vita. È un obiettivo certamente ambizioso, ma raggiungibile se istituzioni, scuola, famiglie e territorio sapranno condividere una comune responsabilità educativa.