L’alunno non è “del sostegno”: la delega che spacca la scuola
L’inclusione cresce quando tutta la scuola allarga lo sguardo: il sostegno accompagna il percorso, mentre ogni docente contribuisce a costruire una classe in cui nessun alunno resti ai margini.
Succede ogni giorno, quasi senza fare rumore. L’alunno con disabilità o con Bisogni Educativi Speciali viene consegnato al docente di sostegno. Il resto del consiglio di classe fa un passo indietro. È la delega, una delle contraddizioni più tenaci della scuola italiana: mentre si parla di inclusione, lo studente viene separato dal gruppo, dentro l’aula o fuori dalla porta.
Gli studiosi lo ripetono da anni. Per Andrea Canevaro, Dario Ianes e Lucio Cottini il sostegno non è la “proprietà privata” di un alunno: serve a cambiare il contesto, aprire la didattica e coinvolgere la classe. Se invece produce corridoi, aule separate e PEI compilati per dovere, non abbatte le barriere. Ne costruisce di nuove.
Le norme non lasciano alibi. Dalla legge 104 del 1992 al decreto legislativo 66 del 2017, il docente di sostegno è contitolare della classe e l’inclusione impegna tutto il consiglio di classe. Il principio è semplice: se è il contesto a creare barriere o opportunità, nessun insegnante può chiamarsi fuori.
E la delega non è teoria. È il compito diverso preparato all’ultimo momento. È una lezione che non viene adattata. È il docente di materia che non partecipa al PEI. È l’alunno accompagnato fuori dall’aula come se fosse la soluzione più naturale. Classi affollate, precarietà e scarsa preparazione alimentano il meccanismo. Il risultato è brutale: la scuola esclude proprio mentre dice di includere.
Le soluzioni ci sono: co-insegnamento, gruppi flessibili, materiali accessibili, vera co-progettazione. Una strada concreta è l’Universal Design for Learning (UDL), che invita a progettare fin dall’inizio lezioni flessibili, offrendo più modi per accedere ai contenuti, partecipare ed esprimere ciò che si è appreso. Ma c’è un nodo che non si può più aggirare: formare i docenti di materia. Strategie inclusive, progettazione accessibile e gestione delle differenze devono entrare nella preparazione professionale di tutti. Più ore di sostegno, da sole, non bastano. L’inclusione non può restare il mestiere di pochi.
Una scuola non è inclusiva perché un alunno con disabilità siede in classe. Lo è quando quella classe viene progettata perché tutti possano apprendere e partecipare. Il docente di sostegno non è il custode di un caso e l’alunno non è il compito di una sola persona. Finché questa responsabilità resterà delegata, l’inclusione sarà una promessa nei documenti. Solo quando diventerà responsabilità comune, il sostegno smetterà di essere un confine e tornerà a essere ciò che deve: un ponte.