Lettera di un docente sulla valutazione formativa

Valutare non è selezionare: è accompagnare

A cura di Redazione Redazione
17 febbraio 2026 23:16
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Lettera aperta di una docente

Di recente, dopo la pubblicazione dei voti in pagella, ho chiesto ai miei studenti cosa pensassero della valutazione. Ne è nato un confronto acceso, sincero, per certi versi disarmante.

Una studentessa ha esordito così:
«Professoressa, io non credo che un’alunna timida, che parla poco o niente, che non sempre esprime il suo parere, possa essere valutata con un buon voto. Va abituata, perché poi nel mondo verrà bastonata. Non c’è sempre chi la capirà».

Un’altra, visibilmente contrariata, mi ha confidato di essere rimasta molto male per aver ottenuto lo stesso voto – un nove – di una compagna che, a suo dire, non era “alla sua altezza”. Lei interviene sempre, è pronta a rispondere, partecipa con entusiasmo. Si sentiva penalizzata. Il voto uguale, nella sua percezione, era un’ingiustizia.

In quel momento ho compreso quanto il processo valutativo sia ancora radicato, anche nei nostri ragazzi, in una visione selettiva e competitiva. La valutazione come classifica. Come metro rigido che misura ciò che si vede in superficie. Come strumento per distinguere chi “merita” da chi non è abbastanza.

Ho parlato loro di percorsi personalizzati, di valutazione formativa, di processi e non solo di risultati. Ho spiegato che la scuola non è un’arena, ma un luogo di crescita. Che valutare non significa stilare una graduatoria, ma riconoscere un percorso evolutivo. Mi guardavano come se stessi parlando un’altra lingua.

E allora mi sono chiesta: possibile che ancora oggi la valutazione venga percepita solo come sanzione o premio? Possibile che non sia chiaro che ognuno parte da un punto diverso e che il vero compito della scuola sia accompagnare ciascuno nel proprio cammino?

Se un ragazzo cresce nella motivazione, se supera una fragilità, se trova il coraggio di esporsi anche solo un poco rispetto a prima, quel movimento ha un valore enorme. Non può essere ignorato solo perché non coincide con la performance più brillante della classe.

Una studentessa ha insistito:
«Professoressa, noi dobbiamo essere preparati alla vita. Se lei valorizza chi non raggiunge gli standard, lo illude. Il mondo lo bastonerà».

È una frase che colpisce. Ma quale idea di mondo stiamo trasmettendo ai nostri giovani? Un mondo che punisce la timidezza? Che non riconosce lo sforzo? Che non concede tempo per maturare?

Proprio al liceo, credo sia necessario lavorare sulle fragilità, sulla resilienza, sul coraggio di provarci. Preparare alla vita non significa abituare alla competizione feroce, ma fornire strumenti interiori: autostima, consapevolezza, capacità di affrontare le difficoltà senza sentirsi definiti da un confronto continuo con gli altri.

Che posto occupa il benessere emotivo nella nostra scuola? Quanto spazio diamo all’ascolto attivo, al riconoscimento delle differenze, alla valorizzazione della diversità? Se persino gli studenti interiorizzano un’idea punitiva e selettiva della valutazione, forse dobbiamo interrogarci sul messaggio implicito che passa quotidianamente.

La mia risposta è stata chiara: ognuno ha un proprio percorso evolutivo. Ognuno ha uno stile, un tempo, un modo diverso di apprendere. La valutazione deve partire da ciò che uno studente era, non dal paragone con chi gli siede accanto.

Qualcuno è rimasto perplesso. Qualcun altro non ha approvato. Ma ho visto molti occhi illuminarsi. Ho percepito gratitudine in chi, forse per la prima volta, si è sentito visto oltre la superficie.

So che è un percorso lento. So che richiede coerenza, pazienza, coraggio pedagogico. Ma sono convinta che uno studente che prova a mettersi in gioco, che cerca strategie per vincere la propria timidezza, che si reinventa nonostante le paure, abbia già compiuto un passo gigantesco. E quel passo merita riconoscimento.

Questa è la scuola in cui credo.
Una scuola in cui la valutazione non seleziona i migliori, ma valorizza i progressi.
Una scuola in cui si misura anche ciò che è in potenza.
Una scuola che non illude, ma sostiene.

Perché preparare alla vita significa insegnare a crescere, non a temere il confronto.

Stefania Conte
Palermo

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