Maturità 2026, le sette tracce e le tre polemiche: Furedi, Pavese e l'assenza delle scrittrici
Sette tracce e tre polemiche distinte: la traccia Furedi letta in chiave politica, Pavese "fuori programma" e l'assenza di autrici per il 27° anno
Sono oltre cinquecentomila gli studenti che giovedì 18 giugno hanno aperto il plico della prima prova, scegliendo tra sette tracce e disponendo di sei ore. La ripartizione resta quella consueta: due proposte di analisi del testo (Tipologia A), tre di testo argomentativo (Tipologia B), due di attualità (Tipologia C). Gli autori selezionati dal Ministero dell'Istruzione e del Merito sono Cesare Pavese e Vitaliano Brancati per la A, Giuseppe Saragat, Piero Bianucci e Frank Furedi per la B, Wenke Husmann e Mario Calabresi per la C.
Più che sui singoli testi, l'attenzione pubblica si è concentrata quasi subito su tre fronti di polemica distinti.
La traccia Furedi e la lettura politica
Il caso più discusso è la proposta B3, un brano tratto da "I confini contano. Perché l'umanità deve riscoprire l'arte di tracciare frontiere" (Meltemi, 2021) del sociologo Frank Furedi, ungherese naturalizzato britannico, a lungo docente all'Università del Kent. Il testo invita a rivalutare l'idea di confine non in senso geografico ma esistenziale e generazionale, con riferimento al tema dell'"adultescenza" e del passaggio dall'adolescenza all'età adulta.
La scelta ha alimentato una lettura in chiave politica, dato il profilo di Furedi, considerato un autore controcorrente e collocato da alcuni vicino all'area conservatrice e sovranista europea. Lo stesso ministro Giuseppe Valditara ha commentato la traccia, sottolineando come i confini in questione siano «i confini dell'io e quindi il rispetto verso l'altro» e il tema del passaggio tra generazioni, abbinandolo alla riflessione sulla fatica presente nella proposta di Calabresi. Una parte del mondo studentesco e di sinistra ha letto la presenza di Furedi come segnale di un orientamento culturale del Ministero; voci di destra hanno invece rivendicato l'apertura a un pensiero non allineato al canone progressista.
Va però osservato che ridurre l'intera prova a un'operazione ideologica è difficile da sostenere, poiché accanto a Furedi compaiono il discorso costituente del socialdemocratico Saragat, la riflessione di Calabresi, giornalista più associato all'area di centrosinistra, e testi privi di marcatura politica come quelli di Bianucci e Husmann. Il quadro complessivo è composito, e questo è il punto che un'analisi distaccata dovrebbe trattenere.
Pavese "fuori programma" e il Novecento mancato
Il secondo fronte riguarda l'analisi del testo. La proposta su Pavese ("Passerò per Piazza di Spagna") ha generato proteste sui social, con molti studenti convinti che l'autore non rientrasse nei programmi effettivamente svolti. Diversi docenti e osservatori hanno ribaltato l'argomento: le Indicazioni nazionali prevedono il Novecento, dunque il problema non è un autore "a sorpresa" ma curricoli che spesso non arrivano a coprire pienamente il secolo. È una questione che riguarda meno la scelta ministeriale e più il rapporto tra programmi prescritti, programmi reali e tempi della didattica.
L'assenza delle autrici: ventisette anni di analisi del testo al maschile
Il terzo fronte è il più strutturale. Per il ventisettesimo anno consecutivo, la Tipologia A non propone alcuna autrice donna: la scelta è ricaduta su due scrittori uomini, Pavese e Brancati. Sulle sette tracce complessive compare una sola firma femminile, quella della giornalista tedesca Wenke Husmann nella Tipologia C.
Il dato ha riacceso un dibattito che precede l'esame di Stato. La scrittrice ed ex dirigente scolastica Maria Pia Veladiano ha rilevato l'ennesima assenza di una donna nell'analisi del testo, precisando che non si tratta di introdurre quote ma di esercitare una vigilanza contro l'invisibilità strutturale del femminile nel canone. Una ricerca citata dal quotidiano Domani sui manuali del triennio indica che le scrittrici antologizzate oscillano tra il 2,74% e l'8,83% del totale degli autori: se le autrici non entrano nei programmi, difficilmente arriveranno nelle tracce. La circostanza pesa ancora di più nell'anno del centenario del Nobel a Grazia Deledda, unica italiana ad averlo vinto.
Tre fratture, una sola domanda
Le tre polemiche rispondono a logiche differenti. La prima è un conflitto di interpretazione politica su un testo isolato; la seconda è una questione didattica scambiata per un problema di scelta degli autori; la terza è un nodo culturale di lungo periodo che chiama in causa programmi e manuali prima ancora del Ministero. Tenerle distinte aiuta a evitare la tentazione, ricorrente in queste giornate, di leggere l'intera prova come manifesto.
La domanda di fondo resta: l'esame di Stato sta diventando terreno di contesa simbolica più che spazio di verifica di competenze? La prova del 2026 sembra suggerire che il vero banco di prova, più della singola traccia, è la capacità dei maturandi di leggere questi testi con gli strumenti critici che la scuola dovrebbe aver fornito.