Metal detector a scuola, il caso Ponticelli raccontato al Corriere della Sera
La dirigente Valeria Pirone spiega perché i controlli anti-armi, affiancati all’educazione, hanno aumentato la sicurezza percepita dagli studenti
È dalle pagine del Corriere della Sera che emerge con chiarezza una delle esperienze più discusse degli ultimi anni in tema di sicurezza scolastica. L’intervista rilasciata al quotidiano da Valeria Pirone, dirigente dell’Istituto Marie Curie di Napoli, riporta al centro del dibattito pubblico la scelta, allora inedita, di introdurre controlli con metal detector all’esterno della scuola. Una decisione assunta due anni fa e oggi tornata di attualità dopo l’annuncio del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che intende consentire ai dirigenti scolastici di richiedere questa misura in presenza di situazioni critiche.
Nel colloquio con il Corriere, Pirone chiarisce subito che i metal detector non rappresentano una scorciatoia securitaria né tantomeno una rinuncia al ruolo educativo della scuola. «Se anche un solo alunno viene scoraggiato dal portare un coltellino, allora è una misura che vale la pena adottare», afferma, spiegando che la prevenzione non può basarsi esclusivamente sulla sensibilizzazione. Il controllo, secondo la dirigente, è uno strumento di deterrenza che deve affiancarsi al lavoro quotidiano di educazione, ascolto e inclusione.
La scelta di Ponticelli nasce da un fatto concreto: la segnalazione di uno studente che minacciava un compagno mostrando un’arma bianca. Quello che inizialmente sembrava un episodio isolato si è rivelato, grazie al confronto con gli stessi ragazzi, un fenomeno più diffuso. È a quel punto che la scuola ha deciso di attivare una collaborazione istituzionale con il prefetto di Napoli Michele di Bari, ottenendo la presenza delle forze dell’ordine e l’uso dei metal detector all’ingresso.
Nell’intervista al Corriere della Sera Pirone risponde anche alle critiche di chi teme un clima di sospetto o di eccessiva rigidità. L’esperienza, racconta, ha seguito un’evoluzione graduale: inizialmente paura e diffidenza, poi dialogo e normalizzazione. «Oggi molti studenti mi ringraziano», sottolinea, evidenziando come i controlli abbiano avuto un effetto rassicurante soprattutto sui ragazzi più fragili, quelli che rischiano di subire minacce o intimidazioni. In questo senso, la sicurezza diventa una condizione di tutela e non di repressione.
Un aspetto centrale dell’intervista riguarda la natura trasversale del fenomeno. Il possesso di coltelli o oggetti pericolosi non è legato esclusivamente a contesti di marginalità sociale. «Il coltellino nel porta pastelli può averlo il figlio della famiglia benestante come quello che vive in condizioni di disagio», osserva Pirone, invitando a superare stereotipi che rischiano di minimizzare il problema. Proprio questa diffusione rende necessario un approccio sistemico, che coinvolga scuola, istituzioni e territorio.
Più critica, invece, la valutazione sul ruolo delle famiglie. Secondo la dirigente, come raccontato al Corriere, spesso i genitori faticano ad ammettere l’esistenza del problema o tendono a rimuoverlo. Emblematico l’episodio di una madre che, di fronte al ritrovamento di un coltello nel borsello del figlio, ha preferito chiedere il trasferimento dello studente piuttosto che affrontare la questione. «Le famiglie sono l’anello debole», afferma Pirone, ribadendo la necessità di una maggiore assunzione di responsabilità educativa anche fuori dalla scuola.
L’esperienza del Marie Curie, così come emerge dall’intervista al Corriere della Sera, mostra che non esistono soluzioni semplici. I metal detector, da soli, non risolvono il problema, ma inseriti in un quadro più ampio di interventi possono contribuire a creare un ambiente più sicuro. Una scelta che non sostituisce l’educazione, ma la sostiene, riaffermando che la scuola può essere davvero un luogo di crescita solo se garantisce, prima di tutto, la sicurezza di chi la vive ogni giorno.