Oltre la carità e il dimensionamento: per una scuola della responsabilità
Perché la promozione non sia un'elemosina, la pedagogia non ceda ai numeri e il successo coincida con la reale consapevolezza dello studente
Negli ultimi decenni, il sistema scolastico italiano ha subito una mutazione genetica, passando da istituzione della Repubblica a una sorta di "azienda di servizi" ossessionata dalle statistiche. Il concetto di successo formativo, nato con le migliori intenzioni nel D.P.R. 275/1999, è stato progressivamente svuotato del suo valore etico per diventare un paravento burocratico.
Oggi, "successo formativo" viene spesso tradotto, in modo surrettizio, come l'obbligo di evitare la bocciatura a ogni costo. Ma la norma parla chiaro: la scuola deve garantire il diritto ad apprendere, non il diritto a un titolo di studio privo di contenuti. Confondere i due piani significa tradire l'articolo 3 della Costituzione: regalare una promozione a uno studente privo di competenze non è inclusione, è una condanna alla precarietà intellettuale e professionale.
Il vero convitato di pietra in ogni consiglio di classe è il dimensionamento scolastico. Con le nuove soglie numeriche previste dalle recenti leggi di bilancio, la chiusura di un plesso o la perdita di un’autonomia non sono più spettri lontani, ma minacce concrete. In questo scenario, lo studente smette di essere un cittadino da formare e diventa un "numero di matricola" necessario per mantenere in vita l'organico. Il docente si trova stretto in una morsa deontologica:
Se valuta con rigore, rischia la fuga degli iscritti verso istituti più "morbidi" (il cosiddetto dumping valutativo).
Se promuove per inerzia, contribuisce allo svuotamento di senso della scuola stessa.
È un sistema che incentiva il marketing della manica larga: le scuole competono non su chi offre la formazione migliore, ma su chi garantisce il percorso meno accidentato. Il risultato? Una "pace sociale" interna che nasconde un deserto culturale.
Lotta all'abbandono o lotta alla statistica?
Il PNRR ha inondato le scuole di fondi per la lotta alla dispersione scolastica. Ma qual è la strategia? Spesso ci si limita a interventi di "maquillage" pedagogico. La vera lotta all'abbandono si fa con la didattica orientativa e con il recupero delle lacune, non con la rimozione del concetto di errore. Promuovere uno studente che non ha raggiunto gli obiettivi minimi "per non perderlo" è un falso ideologico. Se un ragazzo esce dal sistema istruzione con un diploma ma senza saper comprendere un testo complesso o risolvere un problema logico, la scuola ha fallito il suo compito di formare un adulto responsabile. La responsabilità, infatti, nasce dal confronto con il limite e con le conseguenze delle proprie azioni (o omissioni). La promozione non è un atto di carità e il dimensionamento scolastico non deve dettare la linea pedagogica. Il successo formativo è tale solo se lo studente, a giugno, è un cittadino più consapevole di quanto lo fosse a settembre.