Ottant'anni: parlo io!
La Repubblica compie ottant'anni e decide di parlare. Di tutto quello che ha visto, subito e sopportato. E di perché non ha nessuna intenzione di essere vecchia.
Lo so, in genere non sono io a parlare. Anzi, in genere io non parlo. Mai. Più che altro sono gli altri che parlano di me. Tra Presidenti, ministri, costituzionalisti alla tv, professori di diritto pubblico… succede ogni due giugno. Vengono fuori a frotte come gli orsi al risveglio dal letargo e parlano di me approfittando dell’unica data in cui sanno che qualcuno fingerà di stare a sentirli.
Ma ottant'anni sono ottant'anni, e a una certa età, si sa, la pazienza si assottiglia.
È da un po’ che lo dicono. Mi sono fatta vecchia. Lo dicono con una faccia compiaciuta che stonerebbe ad un funerale. Poi applaudono quando passano le Frecce Tricolori e tutto si ferma lì. Lo spettacolo, la cerimonia, il discorsetto con le parole giuste al posto giusto. Ne ho visti così tanti di compleanni da accorgermi che oramai lo hanno trasformato in una liturgia precisa. E le liturgie non aiutano a pensare.
Mi ricordo molto bene quando tutto è cominciato. Quando ero più giovane. Una vita fa. Come si discusse attorno a me ancora in culla. Con quanta veemenza, con quante speranze. E con quanta retorica, sicuro. Ma la retorica non disturba quando è un segnale genuino di speranza.
Poi siamo partiti e tutte quelle speranze hanno lasciato posto alle cose che sono venute davvero.
Devo dire che una cosa che mi ha sempre disturbato è stato quel modo scorretto perfino sul piano logico di attribuirmi delle caratteristiche solo per come mi chiamo. L’idea che siccome i tempi bui erano stati quelli prima di me, con me sarebbero arrivate automaticamente libertà, democrazia, progresso. Così, senza nessuno sforzo. Certe volte mi sembra che non capiscano che per queste cose ci vuole impegno, sennò ti ritrovi la P2, Tangentopoli, gli opposti estremismi, il debito pubblico che cresce, il trasformismo e un populismo trasversale che cambia casacca senza cambiare natura.