Quando uno studente arriva alla violenza, noi vogliamo chiedergli: perché?
L’appello de La Voce della Scuola agli studenti e alle studentesse: raccontateci il vostro disagio, la rabbia, la solitudine, il rapporto con la scuola e con gli adulti.
Scriveteci a [email protected]. Garantiremo l'anonimato. Perché condannare la violenza è necessario, ma capire da dove nasce è una responsabilità alla quale non possiamo sottrarci.
Quando uno studente aggredisce un insegnante, c’è una prima cosa da dire senza esitazioni: la violenza è inaccettabile. Un docente non può entrare in una classe con la paura di essere insultato, minacciato o aggredito. La scuola deve essere un luogo sicuro per chi insegna e per chi studia.
Ma dopo averlo detto, che cosa facciamo?
Ci fermiamo alla condanna?
Consideriamo chi ha compiuto quell’atto soltanto un violento da punire, allontanare, sospendere? Oppure abbiamo il coraggio di porci una domanda molto più difficile?
Perché?
Perché un ragazzo o una ragazza arriva a odiare un insegnante?
Perché la rabbia diventa aggressione? Che cosa succede prima? Quanto tempo passa tra l'inizio di un disagio e il momento in cui quel disagio esplode?
E soprattutto: chi c'era ad ascoltare prima che esplodesse?
È da queste domande che La Voce della Scuola vuole partire.
Non vogliamo giustificare un'aggressione. Comprendere non significa assolvere. Cercare le cause di un comportamento violento non significa cancellare la responsabilità di chi lo ha compiuto.
Significa, semmai, provare a impedire che accada ancora.
Questa volta vogliamo ascoltare voi
Molto spesso, quando avviene un episodio grave all'interno di una scuola, a parlare sono gli adulti.
Parlano i dirigenti. Parlano gli insegnanti. Parlano i genitori, gli psicologi, i pedagogisti, i sindacati, i politici, i giornalisti.
E gli studenti?
Gli studenti diventano frequentemente l'oggetto della discussione, molto più raramente ne sono i protagonisti.
Noi vogliamo provare a capovolgere questa prospettiva.
Per questo La Voce della Scuola lancia un appello agli studenti e alle studentesse delle scuole italiane:
scriveteci.
Raccontateci che cosa state vivendo.
Raccontateci anche ciò che normalmente non dite agli adulti.
Vogliamo sapere se vi sentite ascoltati nella vostra scuola oppure invisibili.
Se avete incontrato un professore capace di accorgersi che qualcosa non andava oppure se avete avuto la sensazione che nessuno vedesse il vostro disagio.
Raccontateci la rabbia.
Anche quella che vi vergognate di provare.
Raccontateci che cosa significa per voi essere continuamente valutati, giudicati, confrontati con gli altri. Che rapporto avete con il fallimento, con un brutto voto, con una bocciatura, con un richiamo disciplinare.
Raccontateci se esiste ancora un'autorità che riconoscete oppure se ogni forma di autorità viene percepita come un nemico contro cui combattere.
Ma vogliamo andare anche oltre la scuola.
Che cosa accade quando tornate a casa?
Ci interessa conoscere la vita che esiste dietro lo studente seduto al banco.
Quanto siete soli?
Quanto parlate con le vostre famiglie?
Quando state male, avete qualcuno al quale dirlo?
Oppure entrate nella vostra stanza, chiudete la porta e restate per ore davanti a uno schermo?
Ci sono conflitti che dalla famiglia entrano nella scuola?
Ci sono rabbie che nascono altrove e finiscono per essere scaricate su un compagno, su un professore, su chi in quel momento rappresenta l'autorità?
E quanto pesa il mondo digitale nelle vostre relazioni?
Quanto pesa il bisogno di essere riconosciuti dagli altri, di apparire forti, di non mostrarsi vulnerabili?
Vogliamo sapere se dietro certi comportamenti aggressivi ci siano solitudine, frustrazione, paura, umiliazione, incapacità di comunicare, bisogno di essere visti. Oppure se le cause siano completamente diverse da quelle che noi adulti immaginiamo.
Perché è proprio questo il punto: non vogliamo essere noi adulti a costruire le vostre risposte.
Vogliamo ascoltarle.
Prima del pugno
C'è un momento sul quale dovremmo concentrare maggiormente la nostra attenzione.
È quello che viene prima.
Prima dell'insulto.
Prima della minaccia.
Prima della sedia rovesciata.
Prima del pugno.
Che cosa è successo?
C'erano segnali?
Qualcuno li aveva notati?
Quel ragazzo aveva provato a parlare?
Aveva trovato una porta aperta o un muro?
La scuola possiede realmente gli strumenti per intercettare il disagio prima che diventi violenza?
E gli insegnanti, già caricati di responsabilità educative, burocratiche e sociali enormi, vengono messi nelle condizioni di riconoscerlo e affrontarlo?
Non abbiamo risposte precostituite.
Ed è esattamente per questo che vogliamo iniziare un'indagine partendo dalle vostre testimonianze.
Scriveteci, anche in forma anonima
La Voce della Scuola apre quindi uno spazio dedicato alle testimonianze degli studenti e delle studentesse.
Potete scrivere alla redazione all'indirizzo: [email protected]
Garantiremo l'anonimato a chi ce lo chiederà.
Non ci interessano nomi e cognomi.
Non cerchiamo il colpevole del giorno.
Cerchiamo di comprendere un fenomeno.
Potete raccontarci un'esperienza personale, un momento di rabbia, un conflitto con un insegnante, una situazione vissuta in famiglia, un episodio al quale avete assistito.
Potete raccontarci anche di quella volta in cui avete avuto voglia di spaccare tutto e, fortunatamente, non lo avete fatto.
È forse proprio quella storia che abbiamo maggiormente bisogno di conoscere.
Che cosa vi ha fermato?
Una persona? Un amico? Un professore? Un genitore? La paura delle conseguenze? Oppure qualcuno che, semplicemente, vi ha ascoltato?
Capire ciò che impedisce alla rabbia di diventare violenza potrebbe essere importante quanto comprendere ciò che invece la scatena.
Non un processo ai giovani, ma un'inchiesta con i giovani
Vorremmo che da queste testimonianze nascesse qualcosa di più grande di un articolo.
Un'inchiesta costruita con gli studenti.
Non sui giovani.
Con i giovani.
Vorremmo raccogliere le vostre parole, naturalmente tutelando l'identità di chi desidera rimanere anonimo, e provare a capire quali elementi ritornano.
Solitudine?
Conflitto familiare?
Bullismo?
Pressione scolastica?
Sentirsi umiliati?
Difficoltà economiche?
Mancanza di prospettive?
Bisogno di riconoscimento?
Rabbia verso l'autorità?
Oppure qualcosa che noi non abbiamo ancora compreso?
Potremmo scoprire che alcune delle nostre domande sono sbagliate.
Sarebbe già un risultato importante.
Perché troppo spesso il mondo degli adulti pretende di spiegare i giovani prima ancora di averli ascoltati.
La domanda che resta
Difendere gli insegnanti è indispensabile.
Proteggere chi lavora nella scuola è indispensabile.
Stabilire limiti e responsabilità è indispensabile.
Ma una società che interviene soltanto dopo l'esplosione della violenza ha già perso una parte della propria battaglia educativa.
La domanda più importante non può essere soltanto:
«Come puniamo chi lo ha fatto?»
Deve essercene almeno un'altra:
«Che cosa è successo perché un ragazzo arrivasse fino a quel punto?»
Non per assolverlo.
Non per trasformare chi aggredisce in una vittima.
Ma perché dietro ogni esplosione di violenza potrebbe esserci una storia che nessuno ha saputo leggere in tempo.
Ed è quella storia che vogliamo conoscere.
Per questo oggi La Voce della Scuola non conclude questo editoriale con una risposta.
Lo conclude con una richiesta.
Studenti, studentesse: parlate.
Raccontateci la scuola che vedete voi.
Raccontateci quello che noi adulti non vediamo.
Raccontateci quando vi siete sentiti soli, arrabbiati, umiliati, esclusi, incompresi. Ma raccontateci anche chi è riuscito ad ascoltarvi e che cosa vi ha aiutato a non trasformare quella rabbia in violenza.
Scrivete a: [email protected]
Se lo desiderate, chiedete espressamente l'anonimato: la redazione tutelerà la vostra identità.
Per una volta, prima di parlare dei giovani, proviamo ad ascoltarli.
Perché forse la domanda dalla quale ricominciare la scuola non è soltanto che cosa avete fatto?
È una domanda molto più difficile:
che cosa vi è successo?