Solo l’Occidente conosce la Storia
Dalla historia dei Greci alla coscienza storica occidentale: perché una contestata affermazione delle nuove Indicazioni nazionali ha solide ragioni storiografiche.
«Solo l'Occidente conosce la Storia»: stupisce non poco l'ondata di indignazione che, persino fra insegnanti e intellettuali, ha suscitato questa condivisibile sentenza, contenuta nelle nuove Indicazioni nazionali, emanate nel 2025, per le scuole del primo ciclo d’istruzione.
Si tratta, infatti, di un giudizio assolutamente pacifico, che chiunque abbia un minimo di cultura storiografica non può non sottoscrivere e che è stato invece banalizzato, come se chi l’ha formulato intendesse affermare che altre civiltà non abbiano un passato di cui fare memoria. È questa un’interpretazione non solo superficiale, ma anche capziosa, visto che viene esplicitamente smentita dallo stesso documento ministeriale, redatto da competenti e accreditati storici, coordinati dall'autorevolissimo Ernesto Galli della Loggia: il punto, si legge nelle Indicazioni, è che «la Storia, come da oltre due millenni l’Occidente l’intende», non si riduce a una cronologia, ma «consiste nel pensare i fatti. Nel pensarli nella loro origine, nei loro nessi, nelle loro conseguenze» (p. 53).
È questa la cifra distintiva di quell'indagine storiografica che, sin dagli inizi, si qualifica come una ricerca accurata intorno alle «azioni degli uomini» e alle loro cause, secondo la definizione che, nel V secolo a.C., ne dà Erodoto di Alicarnasso: il prologo delle sue Storie segna l'atto di nascita della storiografia occidentale ed è il primo manifesto di quel metodo storico che, subito dopo di lui, sarà affinato da Tucidide.
La storia concepita quale studio finalizzato all'accertamento della verità dei fatti può essere insomma considerata, scrive l'antichista Marta Sordi, «una scoperta integralmente greca, nel nome e nel concetto che esprime: non perché le antiche civiltà orientali e il mondo preclassico abbiano ignorato la narrazione di avvenimenti umani realmente accaduti o presunti tali e non abbiano manifestato la volontà di ricordarli (la memoria è, anche nel mondo greco e romano, alla radice della storia), ma perché solo i Greci si posero con chiarezza, sin dall’età arcaica, il problema della historia, cioè dell’indagine tesa ad accertare, al di là delle diverse versioni, l’esistenza del fatto e a ricostruire attraverso la critica […] ciò che di esso può essere provato» (Storia greca e romana, Jaca Book, Milano, 2017 [I ed. 1992], pp. 16-17).
È proprio la conoscenza storica ad aver permesso ai popoli dell’Occidente di maturare quella coscienza di sé le cui radici si trovano già nelle pagine di Erodoto: il «padre della storia», meritato appellativo che gli attribuirà Cicerone, presenta infatti le guerre greco-persiane come la lotta in difesa della libertà caratteristica del mondo ellenico contro il dispotismo dell'Impero achemenide.
Ecco dunque che cos'è, ancora oggi, la civiltà occidentale: il regno della libertà. Sta soprattutto in questo il frutto di quella consapevolezza di sé resa possibile dalla cultura storica, fondata dai Greci, arricchita del significativo contributo romano e corroborata dal cristianesimo, che, per stare all’azzeccata definizione del medievista Marc Bloch, «è, per essenza, una religione storica: nel senso che i suoi dogmi fondamentali poggiano su avvenimenti» (Apologia della storia o Mestiere di storico, Einaudi, Torino, 1998 [ed. or. 1993], p. 26).
Poiché è ovviamente impensabile che tutti gli studiosi e insegnanti arrivati ad alzare le barricate contro le Indicazioni nazionali ignorino questi fondamenti epistemologici del discorso storico, l'ipotesi più probabile è che non si tratti, purtroppo, di una polemica in buona fede.
Chi vuole essere intellettualmente onesto non può quindi non asserire che, davvero, «solo l'Occidente conosce la Storia».
Luca Girardi