Vietare è più facile che educare

Per educare bisogna conoscere. E per conoscere bisogna studiare, informarsi, aggiornarsi e, qualche volta

12 agosto 2026 19:46
Vietare è più facile che educare - smart phone addiction
smart phone addiction
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Il dibattito sul divieto di smartphone per bambini e ragazzi sotto una certa età parte, a mio avviso, da una preoccupazione assolutamente legittima. Sappiamo ormai quanto un uso scorretto o eccessivo della tecnologia possa incidere sulla capacità di concentrazione, sulle relazioni, sul sonno e, soprattutto quando si parla di social network, sul benessere dei più giovani.

Ma proprio perché il problema è serio, credo meriti una risposta più complessa di un semplice divieto.

Vietare è più facile che educare.

È più facile stabilire che uno smartphone non debba essere utilizzato sotto una determinata età che insegnare a un bambino, e poi a un adolescente, come utilizzarlo. Perché educare richiede tempo, coerenza e soprattutto competenza. E qui arriviamo a una domanda forse scomoda: quanto siamo preparati noi adulti a educare i nostri figli al digitale?

Per educare bisogna conoscere. E per conoscere bisogna studiare, informarsi, aggiornarsi e, qualche volta, essere disposti a mettere in discussione anche le proprie convinzioni e le proprie abitudini.

Quanti genitori sono realmente disponibili a farlo? E quanti possiedono oggi gli strumenti necessari?

Non è una colpa non averli. La trasformazione digitale è stata rapidissima e molti adulti si sono trovati a dover educare i propri figli all'interno di un mondo che loro stessi stanno ancora imparando a conoscere. Proprio per questo, però, la risposta dovrebbe essere più formazione per gli adulti, non semplicemente meno tecnologia per i ragazzi.

C'è poi un'altra contraddizione che trovo difficile ignorare.

Uno smartphone oggi è, a tutti gli effetti, uno strumento digitale. Con caratteristiche diverse, certamente, ma per moltissime funzioni non così diverso da un tablet o da un computer. Attraverso un PC o un tablet un ragazzo può accedere a internet, comunicare, guardare video, utilizzare piattaforme e social network, giocare, studiare, creare contenuti. Può fare moltissime delle cose positive che farebbe con uno smartphone e, purtroppo, anche molte di quelle negative.

Vietare lo smartphone continuando a consentire tablet e computer rischia quindi di diventare soprattutto un modo per tranquillizzare noi adulti. Ci fa sentire di aver eliminato il problema, quando in realtà ne abbiamo eliminato soltanto una delle porte di accesso.

E continuare a non vedere questo significa, in fondo, continuare ad avere il prosciutto sugli occhi.

Diverso è il discorso sui social network.

Su questo ritengo che limiti di età seri, effettivi e realmente verificati siano non soltanto condivisibili, ma necessari. Un bambino non possiede ancora gli strumenti emotivi e cognitivi per gestire dinamiche costruite intorno all'esposizione, al confronto continuo, alla ricerca di approvazione e a meccanismi progettati per trattenere il più possibile l'attenzione dell'utente.

Ma vietare un social network significa intervenire su un contenuto e su un ambiente digitale. Vietare lo smartphone significa invece vietare lo strumento.

Sono due cose profondamente diverse.

Dentro quello stesso smartphone che può diventare fonte di distrazione ci sono dizionari, libri, mappe, applicazioni per imparare le lingue, strumenti per la matematica, programmi per creare musica, applicazioni scientifiche, piattaforme didattiche, strumenti per fotografare un esperimento o documentare un progetto, audiolibri e infinite altre possibilità educative.

Lo smartphone può essere usato male. Certamente.

Ma può essere usato male anche un computer. E può essere usato benissimo uno smartphone.

La vera domanda educativa, allora, non dovrebbe essere soltanto “a quale età possiamo consegnare uno smartphone?”, ma soprattutto: “come insegniamo ai ragazzi a utilizzare consapevolmente gli strumenti digitali che inevitabilmente faranno parte della loro vita?”

Perché quei ragazzi diventeranno adulti in una società nella quale la tecnologia sarà ancora più presente di oggi. Intelligenza artificiale, strumenti digitali, comunicazione online e capacità di distinguere una fonte attendibile da una falsa saranno competenze sempre più importanti.

Pensare di prepararli a quel mondo semplicemente tenendoli lontani dagli strumenti fino a una certa età rischia di essere un'occasione persa.

Ed è forse proprio questa la parte che più mi dispiace del dibattito sui divieti: avremmo potuto utilizzarlo per rimettere al centro il ruolo educativo della famiglia e della scuola.

Alle famiglie servirebbero percorsi di formazione: non lezioni moralistiche su quanto “facciano male i cellulari”, ma strumenti concreti per capire parental control, privacy, algoritmi, social network, intelligenza artificiale, videogiochi, cyberbullismo, disinformazione, tempi di utilizzo e sicurezza online.

E anche la scuola dovrebbe avere un ruolo fondamentale. Non soltanto nel decidere quando uno smartphone debba rimanere spento — durante una lezione, ad esempio, può essere una regola assolutamente ragionevole — ma nell'insegnare quando, perché e come uno strumento digitale possa invece essere utilizzato per imparare.

La scuola ha insegnato per generazioni a usare libri, biblioteche, calcolatrici e laboratori. Oggi dovrebbe insegnare anche a usare criticamente gli strumenti digitali.

Naturalmente servono regole. Servono limiti. E in alcuni casi servono anche divieti.

Ma un divieto dovrebbe essere uno degli strumenti dell'educazione, non il suo sostituto.

Perché possiamo togliere uno smartphone dalle mani di un dodicenne.

Molto più difficile — ma infinitamente più utile — è fare in modo che quel dodicenne, crescendo, impari quando prenderlo in mano, cosa farne e, soprattutto, quando scegliere di posarlo.

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