Accoglienza Turistica, la voce di una docente
«Nel triennio serve pari dignità. L’ospitalità professionale si insegna»
Dopo l’approfondimento sull’IP17, arriva una nuova testimonianza dal mondo della scuola: nel triennio Accoglienza Turistica resta penalizzata rispetto a Sala e Cucina. La proposta: riportarla nelle compresenze, rafforzarne il ruolo e inserirla anche nel Liceo del Made in Italy. Intanto una petizione chiede un intervento concreto.
Il dibattito sul futuro dell’Accoglienza Turistica negli istituti professionali alberghieri si arricchisce di una nuova voce e di una proposta che sposta ulteriormente il centro della discussione: non basta preservare formalmente la declinazione, occorre restituire all’accoglienza un ruolo effettivo nella formazione dei futuri professionisti dell’ospitalità.
Il tema era stato recentemente affrontato da La Voce della Scuola nell’approfondimento dedicato all’Accoglienza Turistica nell’IP17, nel quale venivano analizzate le criticità legate alla sua presenza nel nuovo assetto degli istituti professionali.
Per approfondire:
Accoglienza Turistica IP17 – La Voce della Scuola
A partire da quella riflessione, una docente di Accoglienza Turistica, in servizio dal 2019, richiama l’attenzione su quella che definisce una significativa disparità strutturale nel triennio conclusivo.
Il problema riguarda in particolare le ore di compresenza e, più in generale, il peso attribuito alla disciplina nel terzo, quarto e quinto anno.
«Una disparità che penalizza Accoglienza Turistica»
La docente parte da un confronto molto concreto con gli altri laboratori caratterizzanti degli istituti alberghieri.
Mentre Enogastronomia – Cucina e Servizi di Sala e Vendita continuano a beneficiare nel triennio di spazi didattici e laboratoriali importanti, Accoglienza Turistica vede ridursi fortemente il proprio peso.
Una differenza che, secondo la docente, produce conseguenze non soltanto sul monte orario, ma sulla stessa formazione professionale degli studenti.
«Questa asimmetria non solo determina una drastica e penalizzante riduzione del monte orario complessivo della materia, ma priva gli studenti di una competenza oggi fondamentale».
Il punto sollevato merita attenzione perché amplia la questione già emersa nel dibattito sull’IP17: quale ruolo vogliamo attribuire all’accoglienza nella formazione alberghiera italiana?
Se viene considerata una competenza centrale dell'ospitalità, può essere confinata o progressivamente ridimensionata proprio negli anni in cui gli studenti dovrebbero raggiungere una maggiore maturità professionale?
Accogliere non significa soltanto lavorare alla reception
Alla base della riflessione vi è anche la necessità di superare una concezione ormai riduttiva dell’Accoglienza Turistica.
Accogliere un ospite non significa semplicemente effettuare un check-in, fornire informazioni o svolgere procedure di front office.
Significa comunicare, comprendere le esigenze del cliente, costruire una relazione, gestire situazioni complesse, conoscere e raccontare il territorio, valorizzare il patrimonio culturale, artistico ed enogastronomico e trasformare un servizio in un’esperienza.
Sono competenze trasversali all’intera filiera dell’ospitalità.
Ed è proprio qui che la proposta della docente assume una prospettiva interessante: l’Accoglienza Turistica non dovrebbe essere rafforzata soltanto per gli studenti che scelgono quella specifica declinazione, ma dovrebbe entrare maggiormente anche nella preparazione di chi studia Cucina e Sala.
Accoglienza anche nelle compresenze di Sala e Cucina
La proposta è quella di costruire nel triennio una vera sinergia interdisciplinare.
Uno chef, oggi, non è soltanto colui che prepara un piatto. Un maître non è soltanto colui che organizza il servizio in sala. Entrambi rappresentano l'impresa, dialogano con l'ospite e, sempre più spesso, diventano narratori e ambasciatori del territorio.
Per questo, sostiene la docente, anche gli studenti di Sala e Cucina avrebbero bisogno di approfondire i valori e le tecniche proprie dell’accoglienza: comunicazione efficace, relazione con il cliente, educazione, rispetto, capacità di presentare l’offerta e conoscenza del patrimonio artistico, culturale e territoriale.
L’introduzione di momenti di compresenza con Accoglienza Turistica nel triennio di Sala e Cucina potrebbe quindi trasformarsi da semplice rivendicazione di ore in un progetto didattico più ampio.
Non ore assegnate a una disciplina contro un’altra, ma ore nelle quali competenze diverse collaborano alla costruzione dello stesso professionista.
Il cliente non vede le discipline: vede l’esperienza
Del resto, il mercato dell’ospitalità non procede per compartimenti stagni.
Il cliente che entra in un ristorante, in un albergo o in una struttura turistica non distingue le classi di concorso e non conosce la suddivisione dei quadri orari scolastici.
Valuta un’esperienza complessiva.
Valuta come viene accolto, ascoltato e accompagnato. Valuta il servizio, il prodotto, la capacità del personale di comunicare e risolvere un problema. E valuta anche quanto quella struttura sappia raccontare il luogo nel quale si trova.
È per questo che Cucina, Sala e Accoglienza non dovrebbero essere considerate tre realtà concorrenti, ma tre dimensioni di una medesima cultura professionale dell’ospitalità.
Ed è probabilmente proprio questa la sfida che gli istituti alberghieri dovranno affrontare nei prossimi anni: passare dalla semplice coesistenza dei laboratori alla loro effettiva integrazione.
«L’Italia vive di turismo: serve un potenziamento manageriale e culturale»
La docente richiama inoltre il peso che il turismo riveste nell’economia italiana e sottolinea una contraddizione: mentre il sistema economico richiede professionalità sempre più capaci di gestire esperienze, relazioni e servizi complessi, nella scuola la disciplina specificamente dedicata all’accoglienza rischia di perdere spazio.
Da qui la richiesta di un potenziamento non soltanto quantitativo, ma anche manageriale e culturale dell’insegnamento.
La formazione del futuro professionista dell’ospitalità dovrebbe infatti integrare competenze operative con capacità organizzative, relazionali, linguistiche, digitali e di valorizzazione territoriale.
È una prospettiva che dialoga direttamente con la questione posta nel precedente approfondimento sull’IP17: una declinazione formativa può continuare a esistere se perde progressivamente gli elementi che dovrebbero renderla riconoscibile?
Una petizione: «L’accoglienza professionale non si improvvisa, si insegna»
La riflessione non rimane soltanto sul piano delle testimonianze individuali.
Sul tema è stata infatti promossa una petizione dal titolo “L’ACCOGLIENZA PROFESSIONALE NON SI IMPROVVISA, SI INSEGNA!”, che chiede di restituire maggiore centralità alla disciplina.
Tra le richieste avanzate figurano il rafforzamento delle ore di laboratorio di Accoglienza Turistica nel triennio e l’introduzione di almeno due ore della disciplina B019 anche nei percorsi di Cucina e Sala.
La petizione propone inoltre di portare le competenze dell’Accoglienza Turistica nel Liceo del Made in Italy e di estenderne la presenza anche ad altri percorsi nei quali la relazione professionale con il pubblico e la valorizzazione dell'immagine dell'Italia possono assumere un ruolo significativo.
L’idea di fondo è chiara: l’accoglienza non è una predisposizione personale né una semplice forma di cortesia. È una competenza professionale e, in quanto tale, deve essere insegnata, esercitata e valutata.
Per leggere, approfondire e sostenere la petizione:
L’ACCOGLIENZA PROFESSIONALE NON SI IMPROVVISA, SI INSEGNA! – Firma la petizione
Non una battaglia tra laboratori
Sarebbe tuttavia riduttivo interpretare questa richiesta come una contrapposizione tra Accoglienza, Cucina e Sala.
La questione posta dalla docente sembra indicare esattamente la direzione opposta.
La sfida consiste nel chiedersi quale professionista voglia formare oggi un istituto alberghiero.
Un cuoco che conosce perfettamente le tecniche di cucina ma non sa raccontare il prodotto e il territorio è sufficientemente preparato per il turismo contemporaneo?
Un professionista di sala può prescindere dalle competenze relazionali e dalla capacità di interpretare le esigenze di una clientela internazionale?
E un addetto all’accoglienza può essere formato senza una solida conoscenza dell’offerta enogastronomica, culturale e territoriale?
La risposta potrebbe trovarsi proprio in una maggiore contaminazione tra le discipline professionalizzanti.
La richiesta alle istituzioni
La docente chiede quindi che venga valutato «un intervento concreto volto a rivedere la distribuzione delle ore e a ripristinare la dignità di questa materia, per il bene del nostro sistema scolastico e del futuro occupazionale dei nostri giovani».
È una richiesta che apre almeno due livelli di confronto.
Il primo riguarda specificamente l’IP17 e la necessità di capire se gli attuali strumenti di flessibilità consentano realmente alle scuole di garantire un percorso di Accoglienza Turistica forte, riconoscibile e continuativo.
Il secondo è ancora più ampio: le competenze dell’accoglienza devono appartenere soltanto a una declinazione oppure dovrebbero diventare patrimonio comune dell’intera formazione alberghiera?
La proposta di introdurle nelle compresenze di Sala e Cucina parte proprio da questa seconda prospettiva.
Il futuro degli alberghieri passa anche da qui
Il dibattito, dunque, non riguarda semplicemente qualche ora in più o in meno nel quadro orario.
Riguarda il modello di scuola professionale che vogliamo costruire.
Se il turismo italiano vuole competere sulla qualità, sull’esperienza, sulla cultura, sul Made in Italy e sulla capacità di valorizzare territori unici al mondo, la formazione non può concentrarsi esclusivamente sulla produzione del servizio. Deve insegnare anche come quel servizio viene presentato, comunicato, raccontato e vissuto dall’ospite.
Perché un grande piatto può raccontare un territorio. Un servizio di sala può trasformare una cena in un’esperienza. Ma è la cultura dell’accoglienza a tenere insieme prodotto, servizio, persona e luogo.
Ed è forse proprio questo il messaggio più significativo che arriva oggi dai docenti: l’Accoglienza Turistica non chiede semplicemente di sopravvivere all’interno degli istituti alberghieri. Chiede di essere riconosciuta come una delle competenze strategiche per il futuro dell’intero sistema dell’ospitalità italiana.
La discussione, a questo punto, riguarda scuole, docenti e dirigenti, ma soprattutto chi decide ordinamenti, organici e quadri orari.
Perché se l’ospitalità rappresenta una parte fondamentale dell’identità economica e culturale italiana, l’accoglienza professionale non può essere lasciata all’improvvisazione: deve essere insegnata.