Autismo e sfide

Autismo, Bölte: «La vera inclusione comincia dalla scuola»

Il professor Sven Bölte spiega perché la diagnosi non basta: servono scuole preparate, rispetto e attenzione a ogni persona.

03 novembre 2026 17:45
Autismo, Bölte: «La vera inclusione comincia dalla scuola» - Il professor Sven Bölte intervistato da Karola Cappai
Il professor Sven Bölte intervistato da Karola Cappai
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L'autismo non è soltanto una questione sanitaria, ma una responsabilità che riguarda l'intera società. La vera inclusione non si realizza semplicemente attraverso una diagnosi o la presenza di uno studente in una classe, ma richiede ambienti preparati, insegnanti formati e una profonda attenzione alle caratteristiche di ogni individuo.

A sostenerlo è il professor Sven Bölte, docente al Karolinska Institutet di Stoccolma e direttore del centro KIND, tra i maggiori esperti internazionali nel campo dell'autismo e delle condizioni del neurosviluppo.

Con oltre trent'anni di esperienza nella ricerca, Bölte offre una riflessione sul cambiamento culturale che sta attraversando il mondo dell'autismo, sulle criticità dei sistemi scolastici e sulla necessità di costruire una società più consapevole. Dall'inclusione educativa alle disuguaglianze nell'accesso ai servizi nei diversi Paesi, fino all'importanza dell'autodeterminazione dei giovani autistici, emerge una visione che mette al centro la persona, le sue capacità e il diritto di costruire il proprio futuro.

L'intervista

Professore, dopo oltre trent'anni dedicati alla ricerca sull'autismo, quale considera il risultato più importante raggiunto finora e quali sono le sfide che dobbiamo ancora affrontare?

Credo che stiamo attraversando un periodo di profonda trasformazione. Oggi stanno accadendo molte cose importanti: l'interesse verso l'autismo cresce costantemente e sempre più persone comprendono di avere un ruolo da svolgere.

Abbiamo anche acquisito una maggiore consapevolezza del fatto che le persone autistiche, comprese quelle che incontrano difficoltà nella vita quotidiana, sono più numerose di quanto pensassimo in passato.

Uno dei cambiamenti più significativi è proprio questo risveglio della società. Stiamo iniziando a comprendere che l'autismo non è esclusivamente una questione sanitaria, ma qualcosa che riguarda tutti.

Riguarda la scuola, il mondo del lavoro, il tempo libero e ogni ambito della vita sociale.

Penso che sarebbe importante che ciascuno possedesse almeno una conoscenza di base dell'autismo. Quando incontriamo una persona autistica, dovremmo sapere come relazionarci in modo appropriato, mostrando rispetto, curiosità e gentilezza.

Sono convinto che attraverso questi atteggiamenti possiamo ottenere risultati molto importanti.

Lei sottolinea l'importanza di andare oltre la diagnosi e concentrarsi sui punti di forza e sui bisogni individuali. Come possiamo applicare concretamente questo approccio nelle scuole?

Penso che, in realtà, sia abbastanza semplice.

Per molto tempo le scuole non hanno attribuito sufficiente importanza alle diagnosi. Oggi, invece, in alcune situazioni sembrano esserne quasi condizionate eccessivamente.

Credo che dobbiamo tornare a guardare ogni singolo studente come individuo.

Gli insegnanti, generalmente, conoscono i propri alunni. Sanno quali sono i loro punti di forza e quali difficoltà possono incontrare. È fondamentale mantenere questa attenzione, evitando che la diagnosi diventi un ostacolo alla comprensione della persona.

Dovremmo chiederci come si trova quello specifico studente nella nostra classe, quali condizioni favoriscono il suo apprendimento e quali aspetti dell'ambiente scolastico possono rappresentare una difficoltà.

Ma c'è un altro elemento che considero particolarmente importante: la scuola deve sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio ruolo.

Non possiamo limitarci a valutare gli studenti. Dobbiamo imparare a valutare anche gli insegnanti, l'organizzazione scolastica e il funzionamento complessivo della scuola.

Tradizionalmente, il sistema educativo tende a pensare: noi offriamo un determinato modello di insegnamento e tutti gli studenti devono adattarsi a ciò che proponiamo.

Credo invece che sia necessario riconoscere che l'educazione è un processo di interazione.

Insegnare significa, da una parte, trasmettere conoscenze e contenuti, ma dall'altra significa comprendere gli studenti, gestire le dinamiche della classe e creare le condizioni necessarie affinché ciascuno possa apprendere.

Sono due responsabilità fondamentali che devono essere riconosciute e affrontate con la stessa attenzione.

Quali sono, secondo lei, gli errori più comuni che il sistema scolastico commette nell'inclusione degli studenti autistici? E quanto è importante l'ambiente scolastico nel determinare il loro benessere e le loro opportunità di apprendimento?

L'inclusione è una buona idea soltanto quando esistono una preparazione adeguata e un progetto concreto.

Per molto tempo, l'inclusione è stata soprattutto una decisione politica. Sono state introdotte politiche inclusive senza preoccuparsi sufficientemente di preparare le scuole e formare il personale.

Ma includere non significa semplicemente inserire studenti con esigenze differenti nella stessa aula.

Non possiamo pensare che basti mettere tutti insieme perché, quasi magicamente, ogni cosa funzioni.

È necessario preparare l'ambiente scolastico, formare gli insegnanti, sviluppare competenze specifiche e mettere a disposizione procedure e strumenti adeguati.

Gli insegnanti devono possedere le conoscenze e le risorse necessarie per affrontare situazioni differenti.

C'è poi un altro aspetto che considero importante.

Negli ultimi anni abbiamo introdotto nelle scuole modalità organizzative e didattiche che non sempre risultano vantaggiose per gli studenti con bisogni specifici.

Penso, ad esempio, alla crescente quantità di lavori di gruppo, alle attività progettuali, all'utilizzo continuo delle piattaforme digitali, ai cambiamenti frequenti di aula e alla presenza di numerosi insegnanti differenti.

Anche gli orari possono diventare complessi e poco prevedibili.

Quando ero giovane, ricordo che le scuole erano generalmente più strutturate. Era più semplice comprendere che cosa ci si aspettasse dagli studenti.

Oggi, invece, l'organizzazione scolastica può risultare frammentata e confusa.

Molti studenti non comprendono chiaramente quali siano le aspettative o come debbano organizzarsi.

Naturalmente, per i bambini e i ragazzi autistici, così come per quelli con altre condizioni del neurosviluppo, questa complessità può rappresentare una difficoltà ancora maggiore.

Per questo motivo, l'ambiente scolastico ha un ruolo decisivo.

Non possiamo parlare di inclusione senza considerare il modo in cui la scuola è organizzata e quanto sia realmente accessibile e comprensibile per gli studenti.

Ci troviamo in Africa, dove l'accesso alla diagnosi, all'istruzione e ai servizi di supporto può essere molto diverso rispetto all'Europa. Come possiamo rendere i progressi della ricerca sull'autismo accessibili a tutti, indipendentemente dal Paese in cui vivono?

Nei Paesi a basso e medio reddito, naturalmente, i servizi sono spesso meno sviluppati e l'accesso alle risorse è più limitato.

I sistemi educativi possono essere molto differenti e le possibilità di ricevere una diagnosi o un sostegno specialistico non sono paragonabili a quelle dei Paesi economicamente più avanzati.

Tuttavia, credo che oggi stia emergendo una situazione interessante.

Anche nei Paesi ad alto reddito stiamo iniziando a raggiungere i limiti della capacità dei nostri sistemi di assistenza.

Il numero delle persone che ricevono una diagnosi è aumentato e sempre più individui richiedono l'accesso ai servizi.

Questo significa che anche noi dobbiamo iniziare a pensare in modo diverso.

Non possiamo continuare a basarci esclusivamente sui servizi specialistici. Dobbiamo sviluppare competenze, conoscenze e capacità di risposta nell'intera società.

Ed è proprio ciò che molti Paesi a basso e medio reddito hanno sempre cercato di fare.

Quando le risorse sono limitate, è necessario imparare a utilizzarle nel modo più efficace possibile, coinvolgendo maggiormente le comunità e valorizzando ciò che è disponibile.

Da questo punto di vista, credo che oggi le diverse realtà si stiano avvicinando.

I Paesi ad alto reddito devono imparare a creare maggiore consapevolezza sociale e a utilizzare meglio le proprie risorse.

I Paesi con risorse più limitate hanno già maturato esperienze importanti in questa direzione e, per certi aspetti, potrebbero persino avere qualcosa da insegnarci.

Credo quindi che sia possibile imparare reciprocamente e sviluppare nuovi approcci che rendano il sostegno alle persone autistiche più accessibile.

Vorrei concludere con una domanda rivolta direttamente ai giovani autistici che oggi frequentano la scuola e stanno costruendo il proprio futuro. Quale messaggio desidera lasciare loro?

Direi loro che una delle cose più importanti è sviluppare una buona conoscenza di sé stessi.

È fondamentale cercare di capire chi si è, quali sono le proprie capacità e quali situazioni possono rappresentare una difficoltà.

Nella mia esperienza, quando parlo e lavoro con adolescenti e adulti autistici che conducono una vita soddisfacente, emerge spesso un elemento comune.

Molti raccontano che le cose hanno iniziato a migliorare quando hanno imparato a comprendere meglio sé stessi.

Quando hanno iniziato a chiedersi: in che cosa sono bravo? Quali sono le mie difficoltà? In quali situazioni mi sento a mio agio? Quali ambienti non sono adatti a me? Quali persone mi fanno stare bene e quali relazioni, invece, possono essere problematiche?

Riconoscere i propri punti di forza e le proprie difficoltà permette di acquisire una maggiore consapevolezza.

E questa consapevolezza può cambiare profondamente la vita.

Molte persone mi hanno raccontato che, una volta raggiunta una migliore comprensione di sé, hanno iniziato a sentirsi più capaci di gestire la propria esistenza.

Hanno acquisito maggiore autonomia, maggiore controllo sulle proprie decisioni e strumenti concreti per affrontare le situazioni quotidiane.

In altre parole, hanno sviluppato la capacità di determinare maggiormente il proprio percorso.

Per questo motivo, il mio consiglio ai giovani autistici è di fare esperienze, avere il coraggio di provare cose nuove e cercare di scoprire chi sono realmente.

È importante comprendere quali contesti funzionano meglio per sé stessi, quali sono le proprie risorse e quali condizioni permettono di esprimere al meglio le proprie capacità.

Credo che conoscere sé stessi sia uno degli strumenti più importanti per costruire una vita soddisfacente e il proprio futuro.

Professore, desidero ringraziarla sinceramente per il tempo che ci ha dedicato, per i riconoscimenti ricevuti e soprattutto per il suo instancabile impegno nella ricerca. Il suo contributo rappresenta una vera fonte di ispirazione per tutti noi.

Grazie a voi per avermi invitato.

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