Il Punto - L'intervista a Suor Anna Monia Alfieri
Tablet al posto dei genitori, smartphone al posto dell'educazione. Dai banchi a rotelle ai climatizzatori: cambia la scuola, ma la vera emergenza è educativa. L'intervista a Suor Anna Monia Alfieri
Dall'era dei banchi a rotelle all'era dei climatizzatori. La Legge di Bilancio 2027 cambia simbolo alla scuola italiana e per la prima volta finanzia non un arredo, ma l'aria che si respira in classe.
Ma un'aula fresca basta a salvare una generazione?
Ne abbiamo parlato con Suor Anna Monia Alfieri, una delle voci più autorevoli e più scomode della scuola italiana. Laureata in Giurisprudenza, in Economia e con un Magistero in Teologia, collaboratrice dei governi più diversi - dalla Ministra Giannini alla Fedeli, dal Ministro Bianchi fino all'attuale Ministro Valditara - si è affermata come figura di trasversalità politica e di voce libera. Istituto Marcelline, esperta di politiche scolastiche, da anni denuncia senza filtri quella che chiama "la crisi degli adulti".
In questa intervista a tutto campo, che pubblichiamo integralmente, Alfieri non fa sconti a nessuno: genitori, presidi, politica, narrazione sul politically correct, seconde generazioni, paritarie.
Dallo smartphone in classe al tabù della bocciatura, dai 15enni che saccheggiano le vetrine a Milano al ragazzo che passa 4 ore su TikTok, fino ai genitori da portare in tribunale e al decreto sicurezza. Con una domanda di fondo che attraversa tutte le altre:
Abbiamo chiesto troppo poco ai nostri ragazzi per paura di frustrarli? E ora chi li protegge davvero?
Ecco le sue risposte, senza edulcorazioni.
Suor Monia, lei dice che la crisi è degli adulti. Ma se un genitore oggi lavora 10 ore, torna distrutto e dà in mano il tablet al figlio per avere pace, è un cattivo genitore o è una vittima di un sistema che non sostiene più la famiglia?
Guardi, non parlo mai né di vittime né di sistemi, io parlo di persone, bambini, giovani, adulti e anziani. Ogni persona compie delle scelte e ogni scelta comporta delle conseguenze. Io so che i genitori devono lavorare, comprendo benissimo questa necessità. Il lavoro è il modo con cui ciascuno di noi contribuisce al bene della società, contribuisce all’opera creatrice di Dio. Dall’altra parte, però, se si decide di avere dei figli, occorre tenere conto del fatto che ai figli occorre dedicare del tempo. Chiaro: può capitare che il tablet possa essere la soluzione una tantum, non deve, però, diventare la soluzione una semper. Inoltre credo che i genitori non siano pienamente consapevoli dell’aiuto che la scuola, di ogni ordine e grado, può dare loro nell’educazione dei figli, ognuno secondo le proprie responsabilità. Si parla, infatti, sempre più di alleanza educativa scuola – famiglia: sono convinta sostenitrice della necessità di questa alleanza, a patto, però, che non si trasformi nell’ennesima occasione in cui la famiglia è deresponsabilizzata del proprio ruolo educativo che viene addossato interamente sulla scuola: se alleanza si deve chiamare, occorre che ognuna delle due parti senta su di sé il dovere di adempiere al proprio mandato.
Il tabù dello smartphone
Ha detto che lo smartphone va limitato. La Ministra Fedeli propose di vietarlo a scuola e fu attaccata. Oggi se un preside lo sequestra rischia la denuncia del genitore. Chi protegge il preside che vuole proteggere i ragazzi?
Anche su questo fronte voglio fare chiarezza. Credo che niente sia dannoso in sé e per sé ma che il danno derivi dall’utilizzo che la persona fa di uno strumento o di una realtà. Si ritorna sempre alla persona e alla sua capacità di comprendere e agire responsabilmente per il bene proprio e altrui. Ora, è inutile girarci attorno: il cellulare ed il tablet rappresentano una fonte irresistibile di attrazione/distrazione per i nostri giovani. Pertanto credo che il primo passo da compiere sia un’educazione all’utilizzo del cellulare, del tablet, in generale del mondo digitale. Quando, però, l’adulto si accorge che l’intervento educativo risulta vano, allora l’unica soluzione è togliere il cellulare dalle mani del proprio figlio. Non ci sono alternative. Il rischio della creazione della dipendenza è reale. Poi, quando ci si accorge di situazioni gravi, ci si rende conto che sarebbe bastato il controllo per evitare quelle situazioni. Allora torniamo alla responsabilità. I presidi oggi, grazie all’attività riformatrice del Ministro Valditara, sanno di avere delle tutele, sanno di poter contare su garanzie maggiori rispetto al passato, proprio quando la loro azione è condotta nel supremo interesse degli studenti.
Il fallimento del politicamente corretto
Lei parla di "coraggio del no". Per anni a scuola ci hanno detto "non bocciare, non frustrare, includere sempre". Abbiamo creato una generazione che non regge un rimprovero. Dobbiamo chiedere scusa ai ragazzi per come li abbiamo cresciuti?
Sostanzialmente sì. Un tema molto dibattuto ultimamente è stato quello della valutazione, con la proposta di una serie di sperimentazioni volte ad eliminare i voti e le schede di valutazione del primo quadrimestre. In tutta onestà ritengo che mantenere i due documenti di valutazione, a metà e a fine anno, sia la strada migliore da percorrere. Innanzitutto occorre capire cosa significhi valutare e cosa sia oggetto di valutazione. A volte si rischia di confondere le cose: si valuta la prova, non la persona dello studente. Il fine della valutazione, ricordiamolo, è quello di verificare se lo studente ha raggiunto o meno gli obiettivi che il docente si è preposto per i suoi studenti. Certo, questi ultimi devono rendersi protagonisti del loro percorso: chiedere spiegazioni e delucidazioni, approfondire, collaborare con studenti e compagni. Togliere la pagella del primo quadrimestre rischia di tradursi, all’atto pratico, nel togliere un’occasione importante di analisi e di bilancio del proprio percorso. Il tema si presta ad una osservazione di carattere educativo: ritengo che sia errata quella tendenza ad eliminare dal percorso di crescita dei nostri giovani tutte quelle occasioni di analisi, ripensamento e rilancio del percorso svolto. Dovremmo abbandonare l’idea fissa di togliere occasioni di stress: paradossalmente stressiamo di più i nostri giovani. Perché i fenomeni di attacchi di panico sono aumentati negli ultimi tempi? Ovviamente le ragioni sono le più diverse ma è anche vero che negli ultimi trent’anni la linea educativa seguita è sempre stata quella dell’ovatta, mi si passi questa espressione. E’, invece, quanto mai necessario educare i nostri giovani, con equilibrio e con misura, ad assumersi le proprie responsabilità e a comprendere la vera essenza delle diverse situazioni che la vita ci pone davanti. Oggi è il compito di matematica, domani sarà un colloquio di lavoro. Ma il colloquio lo si prepara da lontano, lo si prepara sui banchi di scuola. Anche questo dibattito, tuttavia, mi conferma dell’interesse che la società di oggi riserva alla scuola: è un elemento positivo sul quale occorre insistere perché è un segnale mandato a tutti del fatto che il mondo della scuola sta a cuore a tanti. Sono fiduciosa che questo interesse si tradurrà in scelte positive e proficue, per tutti, soprattutto si tradurrà nella consapevolezza di una rinnovata esigenza di responsabilizzazione.
Attualità, Milano e i giovani
Un ragazzo di 15 anni che saccheggia un negozio in centro a Milano: cosa vede lei nei suoi occhi? Rabbia, noia, o la convinzione che tanto non gli succederà nulla perché è minorenne?
Nel ragazzo di 15 anni che saccheggia e devasta vedo una allarmante mancanza di educazione. Ritengo, infatti, che il tema della giustizia abbia un legame indissolubile con il mondo dell’educazione, perché implica e presuppone la dinamica della responsabilità personale che è un fronte sul quale devono dispiegarsi le energie di tutti i cittadini nei confronti dei giovani. Chi è responsabile rispetta l’altro, le sue proprietà, ed agisce, pertanto, secondo giustizia. Per questo sostengo sempre tutte le iniziative che le scuole promuovono per educare i giovani alla giustizia. Si tratta di iniziative molteplici. Innanzitutto, sembrerà scontato, ma ogni scuola è dotata di un Regolamento che dettaglia tutte le norme di comportamento, chi infrange tali norme deve essere consapevole che andrà incontro ad una sanzione. Il Regolamento della scuola costituisce il primo approccio per lo studente all’idea secondo la quale la vita in società deve rispettare determinate regole che garantiscono il rispetto per tutti e per tutto. Invito tutti i docenti a far rilevare ai loro studenti l’importanza del Regolamento per la vita in comunità ma anche per il rispetto di se stessi. Chiaramente il Regolamento non ha una logica esclusivamente sanzionatoria ma un fondamento educativo a presidio della crescita in un ambiente sereno. La libertà del singolo non è un assoluto. Sempre nel campo della scuola ritengo di grandissima utilità l’insegnamento dell’educazione civica, così come aggiornato dal Ministro Valditara: si tratta di contenuti belli, che pongono sfide educative e di crescita, un’occasione di approfondimento dei vincoli che stanno alla base della vita comunitaria, a qualsiasi dimensione. Certo non basta l’Educazione civica, serve un’azione congiunta e corresponsabile della scuola con la famiglia, delle istituzioni pubbliche e private, dello Stato e gli Enti locali, della magistratura e della stampa, affinchè si ristabiliscano le motivazioni profonde della legalità e del senso di giustizia. Ecco che tutta la società è chiamata a costruire il senso di giustizia tra i cittadini. In che modo? A mio avviso noi adulti dobbiamo avere il coraggio di riproporre dei modelli per far capire ai giovani che è possibile costruire una società diversa. L’illegalità si nutre della non conoscenza, dell’ignoranza, del gusto per la polemica costruita ad arte col solo scopo di confondere. Ecco, dunque, il ruolo ricoperto dalla scuola. L’unica difesa possibile contro il dilagare della criminalità è la scuola, perché la guerra contro la mafia inizia con la garanzia del diritto all’istruzione. La scuola, infatti, favorisce quella conoscenza che consente a tanti ragazzi, una volta divenuti adulti, di dedicare la propria vita alla legalità, di vivere una vita buona, per sé e per gli altri, una vita giusta di cittadini che pagano le tasse e contribuiscono ad abbassare le disparità esistenti nella nostra società. Se la scuola abdica al proprio dovere, vani saranno gli sforzi per contrastare il fenomeno delle mafie e tutte le altre forme che non garantiscono la giustizia. Ancora, rivestono un’importanza fondamentale tutte le diverse iniziative che hanno come tema l’educazione alla giustizia, in particolare la giustizia riparativa. Possiamo dire che l’educazione alla giustizia è il fondamento di ogni proposta realmente educativa, perché solo dal rispetto di sé, degli altri, delle cose passa la misura della civiltà di un popolo.
Genitori in tribunale
Lei propone che i genitori paghino per i danni dei figli. Non è rivoluzionario? Oggi il genitore dice "è colpa della scuola, è colpa della società". Come li costringiamo a guardarsi allo specchio?
Guardi, io cerco sempre la verità, cerco di approfondire, cerco di capire, cerco di mediare, la contrapposizione non è mai utile, anzi è dannosa. Certamente ci sono responsabilità da parte delle famiglie che, forse, avrebbero dovuto esercitare la loro responsabilità genitoriale in modo più attento, dall’altra ci sono situazioni che sono di difficile gestione e, soprattutto, non sono semplici da comprendere, pertanto intervenire risulta più difficile. Io credo che la chiave di tutto sia sempre quella della responsabilità
Volontariato vs TikTok
Un 16enne passa 4 ore su TikTok a vedere gente che guadagna senza studiare. Perché dovrebbe andare gratis in una casa di riposo ad accudire un anziano? Che gliene viene in tasca, concretamente?
Tutto dipende da come il giovane è stato cresciuto ed educato, tutto dipende da quale significato diamo alla parola valore. Occorre avere tanto coraggio e tanto desiderio di incidere sulla realtà. Credo che sia compito di noi adulti far comprendere ai giovani l’importanza di porsi la domanda di quello che ciascuno può fare per gli altri prima ancora di aspettare quello che gli altri possono fare per noi. E’ il campo della responsabilità agita in prima persona. Negli anni mi sono sempre più resa conto del fatto che quelle realtà buone del mondo giovanile, se si va a conoscere le storie dei singoli, sono sempre il frutto di un’educazione improntata al rispetto e alla responsabilità: dietro c’è la famiglia, una buona scuola, la parrocchia, un’associazione di volontariato, un sodalizio politico. Il denominatore comune di tutte queste realtà buone è dunque il rifiuto dell’egoismo, è l’apertura all’altro, ai suoi bisogni, qualsiasi essi siano. Il mondo dei giovani ha bisogno di questa apertura, ha bisogno di persone in grado di far percepire e sperimentare misure alte del vivere. Se l’unica alternativa alla noia è il cellulare, ciò significa che la nostra società ha abdicato al proprio compito di cura nei confronti dei giovani. Le Istituzioni locali e nazionali devono, invece, sostenere l’operato della scuola, delle famiglie (riconoscendo loro innanzitutto il diritto alla libertà di scelta educativa), delle diverse realtà che operano nel campo giovanile. Invito tutte le realtà buone che gravitano attorno al mondo giovanile ad emergere, a far sentire la propria voce, così da offrire una prospettiva diversa al grigiore con il quale spesso si vuole deliberatamente dipingere il mondo dei giovani. Il cuore dell’alleanza è la responsabilità, per sé e per gli altri.
Le seconde generazioni e l'ipocrisia
Quando un ragazzo italiano spacca tutto è un delinquente. Quando lo fa un ragazzo di origine straniera subito parte il dibattito sul disagio e sull'integrazione. Questa doppia morale non è razzismo al contrario?
Guardi, non parlerei di razzismo, parlerei solo di mancata assunzione di responsabilità e di perbenismo. E’ troppo facile dire che il ragazzo che spacca le vetrine lo fa perché non è stato integrato nella società. Chi avrebbe dovuto farlo? La risposta è semplice: noi. Spesso chi è stato a favore di un’accoglienza non gestita poi, di fatto, ha scaricato sul privato, sul terzo settore la gestione e il reperimento delle risorse, non ha mosso un dito e non ha promosso alcuna forma di reale integrazione. Parlo perché so quel che dico sulla base dell’esperienza che ho vissuto e che vivo con gli studenti esuli dall’ Ucraina accolti dalle scuole paritarie a loro spese, grazie all’aiuto dei privati, del terzo settore: dove sono quei politici, veri radical chic, che si riempiono la bocca di parole quali accoglienza e integrazione, senza sporcarsi realmente le mani e vivendo nei loro appartamenti nei centri storici delle nostre città o nei quartieri più alla moda? La risposta è semplice: sono rimasti e rimangono nei loro appartamenti. Trovo strano che, dopo i fatti del 17 ottobre, molti abbiano fatto riferimento, in una sorta di tentativo di allontanamento della propria responsabilità, a concetti quali emergenza educativa e mancata integrazione. Prima del 17 ottobre, dove si trovavano? Non hanno forse visto questo disagio giovanile? Se lo hanno percepito, come mai non sono intervenuti? Da sempre sono incline ad agire in prima persona, piuttosto che scaricare sul Governo di turno il peso e le responsabilità. Proviamo tutti quanti a scendere in campo, ciascuno per la propria parte. La nostra azione sarà una goccia nell’oceano, eppure Madre Teresa ci ha insegnato che senza quella goccia l’oceano non esisterebbe.
Il suo passato meridionale
Lei è del Sud, ha vissuto il pregiudizio. Oggi un ragazzo di Secondigliano o di Quarto Oggiaro ha davvero le stesse chance di riscatto che ha avuto lei tramite la scuola? O la scala sociale si è rotta?
Certo che ho vissuto il pregiudizio ma mi trovavo in una condizione migliore rispetto a quella in cui si trovano i ragazzi oggi, italiani o figli di immigrati. Infatti ero circondata da adulti - i miei genitori, i docenti -, dalla società civile, da politici e intellettuali che cercavano stimolarci a studiare, a lavorare sodo per riscattarci, erano capaci di condannare le derive di illegalità che dal sud arrivavano nelle regioni del nord. Quegli adulti non ci avrebbero mai giustificati con una sorta di paternalismo, questo ci ha permesso di riscattarci. La mia fortuna è stata avere a fianco adulti esigenti che ci hanno chiesto molto senza mai giustificarci. Allora la domanda è: oggi esistono adulti cosi responsabili che antepongono a tutto i giovani? Con a tutto intendo paternalismo e strumentalizzazione elettorale ed ideologica. Poi la scuola era un vero ascensore sociale.
Non nascondo che per almeno due decenni il ruolo della scuola come ascensore sociale è andato smarrito- continua Suor Anna Monia Alfieri -.Ora, però, grazie alle riforme del Ministro Valditara, la situazione è davvero cambiata e lo dimostrano i dati INVALSI. I grandi investimenti del PNRR, dei diversi Piani Estate, di Agenda SUD e Agenda Nord hanno creato reali occasioni di crescita, di sviluppo, di conoscenza. Torniamo a dare nuova fiducia alla scuola, torniamo ad impegnarci e a far sì che quanto è vissuto a scuola sia esperienza umanamente e culturalmente significativa.
La scuola paritaria, accusata
Le paritarie vengono spesso accusate di essere per ricchi. Ma le sue Marcelline a Milano accolgono anche periferie? Possono essere un avamposto educativo proprio dove lo Stato arranca?
Certamente! La scuola, purtroppo, è stata individuata come campo assai fertile per narrazioni distorte: è chiaro, infatti, che è tutto interesse di chi vuole mantenere la società divisa, a tutela dei propri interessi, fare in modo che le menti dei giovani siano indirizzate verso canoni precostituiti e non siano invece aperte al pensiero libero e liberante. Da questa impostazione nascono le narrazioni della scuola privata, della scuola dei ricchi, dei denari sottratti alla scuola pubblica, alias statale, dei regali fatti ai ricchi, dei privilegi concessi alle scuole dei preti e delle suore. E si va avanti così, perché queste narrazioni comode, narrazioni che confondono i cittadini e consentono di mantenere un confortevole status quo che prevede la separazione della società attraverso la formazione dei giovani. Così, chi si straccia le vesti contro i fondi destinati alle famiglie che scelgono una scuola paritaria, in realtà, poi, sceglie per i propri figli le scuole paritarie con rette da 15 mila euro, quelle che non possono essere scelte da chiunque. E così si crea la cerchia degli amici, la trama delle conoscenze, la rete che si trasforma in lobby. Ristretta e inaccessibile. Eppure, proprio per evitare la lobby, i Costituenti hanno inserito in Costituzione il principio della libertà di scelta educativa dei genitori nei confronti della prole e, a distanza di cinquant’anni, è arrivata la legge 62/2000, a firma del ministro Luigi Berlinguer, legge che ha istituito il Sistema pubblico dell’istruzione, articolato nei due rami della scuola statale e della scuola paritaria, in modo che lo Stato non fosse gestore pressoché unico del sistema dell’istruzione e garante e controllore di se stesso ma allo Stato fosse riconosciuto il ruolo che più gli pertiene, ossia quello di garante e controllore del servizio. Eppure, si va avanti così, perseverando nella sussidiarietà al contrario, visto che le famiglie che scelgono la scuola paritaria hanno pagato le tasse per un servizio del quale non si avvalgono e diventano i primi finanziatori dello Stato, attraverso le tasse ed il servizio non usufruito. Lo Stato ci guadagna, denaro buono e utilissimo da destinare allo spreco dei mille rivoli della burocrazia e della macchina statale. Invece possiamo dire che il vento sta cambiando. La misura del Buono Scuola Nazionale, ossia un contributo per le famiglie con ISEE inferiore ai 30 mila euro che hanno figli iscritti alla scuola secondaria di primo grado o al primo biennio del secondo grado, ha riscosso un grandissimo successo: sono state presentate ben 14 mila domande, segno che il pluralismo educativo è un’esigenza reale e sentita. Le famiglie meno abbienti desiderano che sia loro riconosciuta nei fatti la garanzia della libertà educativa. Non si tratta, evidentemente, di un privilegio per pochi ma un desiderio di molti. Il successo del Buono Scuola è la prova che tutti i genitori desiderano poter scegliere la scuola per i loro figli, a costo zero, dopo aver pagato le tasse. A breve pubblicherò uno studio sui sistemi scolastici in Europa e in Italia augurandomi possa contribuire alla riflessione scevra da letture ideologiche e quindi distorte.
Il decreto sicurezza
Il governo punta sul decreto sicurezza. Lei dice "giusto ma non basta". Allora cosa manca in quel decreto? Se potesse scriverci un articolo in più, cosa aggiungerebbe?
Guardi, io condivido pienamente i contenuti di quel decreto. Il decreto da solo non basta, occorre l’azione educativa dei cittadini, diversamente tutto si riduce a sanzioni nei confronti di cittadini che non solo non comprendono il proprio errore ma diverranno esempio negativo per altri giovani. Dobbiamo, anche su questo fronte scongiurare il rischio dell’emulazione. Il Governo fa la sua parte con interventi securitari: a noi educatori compete intervenire con interventi educativi, in famiglia e a scuola. Un intervento non esclude l’altro, come alcuni interventi di questi giorni paventavano confondendo volutamente le acque per aumentare il senso di timore. Occorre imparare ad avere uno sguardo ampio sulla realtà che è complessa, pertanto necessita di interventi su più fronti e complementari.
Il mito del successo facile
Troppi influencer, trapper ostentano soldi facili. Noi adulti diciamo "sono cattivi modelli". Ma forse siamo noi che abbiamo venduto ai ragazzi l'idea che senza "Rolex" non vali nulla?
Il mio pensiero è sempre rivolto ai giovani, in particolare al loro bisogno di punti di riferimento. In fin dei conti, in questo bisogno, si cela la fortuna del fenomeno degli influencer. Certamente i social hanno contribuito ad amplificarlo: in esso, paradossalmente, vedo una nuova forma di moralismo fatto di giudizi e di slogan avventati e gridati contro qualcuno o contro qualcosa: la magistratura, i docenti, la Chiesa, la famiglia. A pensarci bene, ad essere sfidata è la nostra voglia di metterci in gioco raccontando ai giovani che esiste un’altra via, che serve avere delle figure di riferimento, ma la differenza la fa la realtà in tutti i suoi aspetti. Del resto, sono intimamente convinta del fatto che siamo nati per essere felici, che Dio ci vuole felici. Ma occorre intendersi su cosa sia la felicità e su cosa essa vada fondata. Del resto, la sofferenza e i momenti di buio attraversano le esistenze di ciascuno di noi e la fuga non è la risposta. Mai. Nei momenti di scoraggiamento penso a quei personaggi positivi che nella vita reale sono riusciti a fare della loro esistenza un capolavoro, diventando un esempio, in modo inconsapevole, per gli altri. Ecco, noi dobbiamo tornare a proporre nuovi modelli positivi ai giovani, dobbiamo tornare a spiegare in cosa consiste la felicità.
Educazione affettiva o disciplina?
Oggi a scuola si parla tanto di educazione all'affettività, alle emozioni. Lei invece insiste sul dovere, rigore e rendimento. Non è in controtendenza?
No, guardi, chiariamo bene i termini: io insisto sul senso del dovere, certo, ma questo senso del dovere non può prescindere dalla dimensione affettiva e relazionale, anzi, senza le relazioni decade anche il senso del dovere. L’uomo è unione di intelletto e spirito, di ragione ed emozioni, non è un automa. Ogni dimensione deve essere amalgamata con l’altra. Come allora tentare di affrontare il tema delle relazioni. La soluzione è semplice ma, al contempo complessa: occorre creare quelle condizioni di pensiero, di diritto, di economia tali da consentire a famiglia, scuola e Chiesa di riassumersi le proprie responsabilità educative. Vorrei in questo spendere una parola in più riguardo alla scuola. Innanzitutto occorre che gli adulti, ossia i genitori e gli insegnanti, tornino ad essere dei veri adulti. Chi è l’adulto? Egli è colui che sa indicare la strada, colui che non nasconde le difficoltà né le fa evitare, semplicemente mette in mano al giovane gli strumenti utili per affrontare quelle difficoltà. Non solo occorrono adulti, occorrono adulti educatori, in una coerenza di stile di vita. La questione morale è importante nella scuola. Badate bene: per morale non intendo quante volte una persona si è sposata o di quale orientamento sessuale è, alludo al comportamento: la bottiglia in mano, la sigaretta fumata fuori dalla scuola non sono comportamenti educativi. Ecco che l’educazione alle relazioni passa attraverso l’esempio degli adulti che i nostri giovani incontrano. I giovani si devono percepire come persone, persone libere, persone che, proprio perché libere, sono responsabili per sé e per gli altri. Il tema della responsabilità individuale va riscoperto, nella scuola come nella società. Ad ogni azione corrisponde una reazione, ogni causa determina un effetto. Da troppi anni noi abbiamo deresponsabilizzato il singolo, giovane o adulto che sia. Ed ecco la crisi della relazione. Soprattutto, abbiamo costruito un’atmosfera deresponsabilizzante e ipergarantista: in questa atmosfera abbiamo allevato i nostri giovani che di essa si sono imbevuti. Pensiamo alle varie tutele della privacy: legittime e sacrosante in alcuni ambiti, in altri realmente perniciose. Un esempio concreto che sembrerà banale: fino a qualche anno fa i risultati dello scrutinio finale erano esposti pubblicamente, i famosi tabelloni: ogni studente si recava a scuola e con il dito faceva scorrere le valutazioni che gli erano state assegnate, compresi esami di riparazione e non ammissioni. Tutto questo non è più possibile, in nome di un presunto diritto alla privacy che non tiene conto della responsabilità cui il singolo è chiamato. Al contrario, va istillata nei giovani una dimensione importante, ossia quella della responsabilità, alla luce del sole. Questa responsabilità porta alla cura di sé e degli altri, non alla violenza contro se stessi (nelle varie forme dell’autolesionismo) e contro gli altri (il bullismo). E’ ovvio però che anche la dimensione della cura è conseguenza della dimensione della responsabilità individuale. Solo così i nostri giovani potranno costruire relazioni sane con se stessi e con gli altri.
La sua proposta shock
Se le dessero carta bianca per un anno in tutte le scuole italiane, qual è la prima cosa che abolirebbe e la prima che renderebbe obbligatoria?
Guardi, abolirei tutte quelle esperienze e proposte didattiche che in realtà nulla hanno a che vedere con la didattica e l’educazione e renderei obbligatorio un’ora di laboratorio di attività manuali, a scopo benefico, a favore della comunità in cui sorge la scuola. Ecco, ripristinerei le diverse esperienze di volontariato che noi studenti avevamo la possibilità di vivere: personalmente quelle esperienze mi hanno aiutato a scegliere di impegnarmi nel campo del welfare, così da poter offrire il mio contributo per un mondo migliore.
Suor Monia, lei ogni mattina incrocia centinaia di ragazze. C'è un momento, un gesto di una sua studentessa, che le ha fatto pensare "non tutto è perduto, ce la faremo"?
Guardi, magari la deludo, ma è sufficiente che la studentessa ogni mattina entri in aula, estragga dalla cartella libri e compiti e partecipi alla lezione con interesse e impegno. In tutta onestà questo è il segnale più bello per un docente, il segnale che gli fa dire che nulla è perduto! Nella vita ho imparato che la straordinarietà consiste semplicemente nel fare bene il proprio lavoro ordinario, giorno dopo giorno, con costanza. La grandezza si nutre di gesti quotidiani, spesso invisibili, perché si agisce per senso civico, amor proprio, dignità. Ritorniamo a dire ai nostri ragazzi queste parole, a richiamare questi concetti: i nostri giovani pensano che il loro valore dipenda da un like, invece il loro valore è semplicemente essere straordinari nell’ordinario. E’ il valore della vita! In questo valore, però, per primi dobbiamo credere noi adulti.
I docenti soli
Un insegnante precario, 28 anni, in una classe di 25 alunni a Napoli o Milano, con ragazzi violenti, genitori assenti e preside che dinanzi situazioni gravi gli consiglia di "non esagerare". Chi lo difende? Come fa a non mollare?
Lo ripeto: gli strumenti giuridici ci sono e sono stati introdotti. Io ritengo che ci sono contesti scolastici in cui insegnare è un atto di eroismo quotidiano. Io dico a questi docenti che hanno la stima ed il supporto di tutta la società. Li esorto a proseguire. Mi sia consentito dire questo: misure come il metal detector o la presenza delle Forze dell’Ordine a scuola sono state contestate anche da quei docenti che lavorano in situazioni di grande difficoltà didattica ed educativa. Mi chiedo: perché? Si tratta di misure di sostegno al lavoro e alla sicurezza dei docenti. Certo: non ci si può fermare a queste misure, occorrono anche interventi educativi ma perché rifiutare interventi che potrebbero invertire la rotta?
Ci lasci con un messaggio per un docente precario che ogni mattina entra in una classe difficile di una periferia italiana e si sente solo. Cosa gli direbbe?
Direi a questo docente che non è solo- conclude Alfieri-, che può contare sull’appoggio dei colleghi, dei Dirigenti, delle Istituzioni scolastiche. E se questo appoggio dovesse venire meno, direi a questo docente di far sentire la propria voce attraverso canali ufficiali e modalità consone al suo ruolo di educatore.