Basta colpevolizzare i docenti: la scuola non è il capro espiatorio di una società che ha smesso di educere
Il Comitato Docenti contro mobbing e burnout interviene nel dibattito pubblico generato dalle recenti analisi che, con leggerezza inaccettabile, attribuiscono ai docenti la responsabilità di non aver intercettato il disagio degli studenti
Il Comitato Docenti contro mobbing e burnout interviene nel dibattito pubblico generato dalle recenti analisi che, con leggerezza inaccettabile, attribuiscono ai docenti la responsabilità di non aver intercettato il disagio degli studenti sulla base di elementi superficiali e arbitrari.
È necessario ristabilire un principio non negoziabile: la responsabilità penale e morale appartiene esclusivamente a chi compie l’atto. Non esistono attenuanti interpretative né scorciatoie narrative. Qualsiasi tentativo di spostare il focus su presunte mancanze degli insegnanti rappresenta una distorsione della realtà e un atto di deresponsabilizzazione collettiva. Allo stesso tempo, fermarsi al singolo colpevole è la risposta più semplice e più sterile. I fenomeni complessi non nascono nel vuoto, ma sono il risultato di un progressivo deterioramento sociale che investe direttamente la scuola: fragilità familiari, perdita di riferimenti educativi, aumento esponenziale dei bisogni psicologici e relazionali degli studenti.
In questo contesto, si pretende che la scuola supplisca a tutto, e che lo faccia senza strumenti, senza risorse, senza tutele. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: docenti sovraccaricati, esposti, isolati. Si è costruito negli anni un sistema che chiede agli insegnanti di essere contemporaneamente educatori, psicologi, assistenti sociali e mediatori, mentre li si sommerge di burocrazia e li si priva di autorevolezza. Un sistema che li lascia soli davanti a classi sempre più complesse, a famiglie spesso assenti o conflittuali, e a una crescente delegittimazione sociale. E poi, quando qualcosa si incrina, si cerca il responsabile più comodo: il docente. Questo meccanismo non è più accettabile.
La scuola e la società sono legate da un rapporto diretto e inscindibile: una società fragile indebolisce la scuola; una scuola indebolita non può formare cittadini consapevoli. Negare questa evidenza significa rifiutare ogni analisi seria.
In questo quadro, desta forte preoccupazione l’insistenza dei cosiddetti “codici d’onore” che producono un effetto preciso: insinuano che il problema siano i docenti, trasformando una comunità professionale in una categoria da sorvegliare anziché da sostenere. Gli insegnanti non hanno bisogno di codici. Hanno bisogno di condizioni di lavoro dignitose e non tossiche.
Pertanto, il Comitato Docenti ribadisce con forza che servono interventi strutturali, sistemici e immediati. Oggi. Non domani. Le priorità che propone sono inequivocabili e non più differibili:
urge una legge specifica e vincolante che garantisca una tutela effettiva dei docenti contro il mobbing, sia orizzontale che verticale, contro le vessazioni delle famiglie e contro il burnout (il Comitato Docenti ne ha già elaborata una);
una drastica riduzione del carico burocratico, che oggi sottrae tempo, energie e qualità alla didattica;
un riconoscimento economico e sociale coerente con il livello di responsabilità e complessità della funzione docente;
l’attivazione di politiche sociali strutturate, capillari e continuative di supporto psicologico rivolte a studenti e nuclei familiari in quanto è indispensabile ripristinare l’autorevolezza educativa degli adulti attraverso regole certe, condivise e realmente applicate, capaci di ristabilire il principio di responsabilità e il valore del limite.
Solo in questo quadro può essere ricostruita un’alleanza autentica tra scuola e famiglia, fondata su responsabilità genitoriali chiare, definite e non negoziabili. In termini significa affrontare il nodo alla radice: ricostruire un contesto familiare solido, fondato su principi etici e morali chiari, senza il quale ogni intervento sulla scuola risulta inevitabilmente parziale e inefficace. Solo in un sistema così riequilibrato l’insegnante, già portatore di valori e responsabilità pubbliche, può esercitare pienamente e con dignità la propria funzione, per la quale opera al servizio dello Stato e dell’interesse collettivo.
Infine, una richiesta semplice ma decisiva: rispetto. Non proclamato, ma praticato nelle parole pubbliche, nelle scelte politiche, nella narrazione della scuola perché ogni volta che si delegittima un insegnante, si indebolisce l’intero sistema educativo. E un Paese che indebolisce la scuola sta, consapevolmente, indebolendo il proprio futuro.
Comitato Nazionale Docenti contro mobbing e burnout