Bullismo, Giocondo: la scuola impari ad ascoltare

La docente richiama il ruolo degli insegnanti nella prevenzione della violenza e l'importanza di riconoscere il disagio.

A cura di Redazione Redazione
16 ottobre 2026 13:05
Bullismo, Giocondo: la scuola impari ad ascoltare - Maddalena Giocondo: «Uno scherzo che umilia non è più uno scherzo.
Maddalena Giocondo: «Uno scherzo che umilia non è più uno scherzo.
Condividi

Violenza nelle scuole, Maddalena Giocondo: «Uno scherzo che umilia non è più uno scherzo. La scuola deve saper ascoltare il silenzio»

Al convegno di Napoli sulla violenza scolastica, la docente richiama l'attenzione sulle forme più silenziose di bullismo, sul ruolo degli insegnanti e sulla necessità di costruire una comunità educante capace di proteggere ogni studente.

NAPOLI, 14 ottobre 2026 – La violenza a scuola non si manifesta soltanto attraverso aggressioni fisiche, minacce o episodi eclatanti che conquistano le prime pagine dei giornali. Spesso si insinua nella quotidianità delle classi, nascosta dietro una risata, una parola offensiva, un'esclusione ripetuta o uno scherzo che, giorno dopo giorno, diventa umiliazione.

È questo il messaggio centrale dell'intervento di Maddalena Giocondo, docente, al convegno “Violenza nelle scuole, a Napoli istituzioni, esperti e studenti a confronto”, svoltosi il 14 ottobre 2026 e promosso dalle testate La Voce della Scuola e OggiScuola.

Un intervento intenso, costruito intorno alla responsabilità educativa degli insegnanti e alla necessità di riconoscere il disagio degli studenti prima che si trasformi in una sofferenza più profonda.

La violenza che non fa rumore

Nel suo intervento, Giocondo ha invitato i presenti a superare una visione della violenza scolastica limitata agli episodi più gravi.

La docente ha richiamato l'attenzione su quelle forme di prevaricazione che possono apparire insignificanti agli occhi degli adulti, ma che per chi le subisce rappresentano una ferita quotidiana.

Per rendere concreto il suo messaggio, ha proposto una scena semplice, ambientata al termine di una normale giornata scolastica: suona la campanella, gli studenti escono dall'aula, ma un ragazzo rimane seduto al proprio banco. Quando l'insegnante si avvicina, il giovane cerca di minimizzare quanto accaduto, sostenendo che i compagni stavano soltanto scherzando.

È proprio in quel momento, secondo Giocondo, che l'adulto deve saper andare oltre le apparenze.

Uno scherzo che induce uno studente ad abbassare lo sguardo, a cambiare strada per evitare i compagni o a temere di entrare in classe non può più essere considerato un semplice gioco.

Il confine tra scherzo e violenza non può essere stabilito soltanto dalle intenzioni di chi agisce, ma deve tenere conto delle conseguenze su chi subisce.

Il ruolo degli insegnanti: esserci, osservare, intervenire

Uno dei passaggi più significativi dell'intervento riguarda la responsabilità quotidiana dei docenti.

Per Giocondo, essere insegnanti non significa soltanto trasmettere conoscenze e valutare apprendimenti. Significa anche osservare le dinamiche relazionali, riconoscere chi tende a isolarsi, interrompere comportamenti umilianti e prendere sul serio persino le richieste di aiuto espresse sottovoce.

L'attenzione educativa diventa così una prima forma di prevenzione.

Non sempre uno studente vittima di bullismo riesce a raccontare apertamente ciò che sta vivendo. A volte il disagio si manifesta attraverso il silenzio, la chiusura, la paura o il progressivo allontanamento dalla vita della classe.

Per questo l'insegnante deve essere una presenza attenta, capace di cogliere anche ciò che non viene dichiarato esplicitamente.

La scuola, nella prospettiva proposta dalla docente, deve rappresentare uno spazio nel quale nessuno possa diventare il bersaglio delle prepotenze altrui.

Comprendere le cause senza giustificare la violenza

Giocondo ha affrontato anche un aspetto particolarmente delicato: il comportamento di chi esercita violenza.

Dietro gli atteggiamenti aggressivi possono nascondersi fragilità, paure e il bisogno di sentirsi riconosciuti o importanti agli occhi degli altri.

Comprendere queste dinamiche, tuttavia, non significa assolvere chi commette atti di prevaricazione.

Al contrario, significa intervenire educativamente per interrompere il comportamento violento e accompagnare lo studente verso modalità differenti di relazione.

La risposta della scuola non dovrebbe dunque esaurirsi nella punizione, ma comprendere un percorso di responsabilizzazione, attraverso il quale chi ha ferito un compagno possa riconoscere le conseguenze delle proprie azioni e imparare a comportarsi diversamente.

Una comunità educante contro il bullismo

Un altro punto centrale dell'intervento è la consapevolezza che nessun insegnante, da solo, possa affrontare efficacemente un fenomeno complesso come la violenza scolastica.

Serve una comunità educante, capace di agire con coerenza e responsabilità condivisa.

Dirigenti, docenti, personale scolastico, studenti e famiglie devono contribuire alla costruzione di un ambiente nel quale chi chiede aiuto venga ascoltato e chi esercita prepotenze sia fermato e guidato a comprendere la gravità dei propri comportamenti.

Particolarmente significativo il richiamo al ruolo degli spettatori.

Chi assiste a un episodio di bullismo senza intervenire non è necessariamente estraneo a quanto accade. Il silenzio può contribuire a rafforzare l'isolamento della vittima e a normalizzare la violenza.

Educare significa allora insegnare anche il coraggio di non voltarsi dall'altra parte, di riconoscere un'ingiustizia e di sostenere chi si trova in difficoltà.

La scuola insegna anche a stare al mondo

Nelle parole di Maddalena Giocondo emerge una concezione della scuola che va ben oltre la dimensione strettamente disciplinare.

Accanto all'italiano, alla storia, alla matematica e alle scienze, esiste un insegnamento altrettanto fondamentale: quello delle relazioni umane.

Ogni giorno, attraverso i comportamenti degli adulti e le esperienze vissute in classe, gli studenti imparano come affrontare un conflitto, come stare accanto a una persona fragile, come chiedere scusa e come ricominciare dopo un errore.

È in questa dimensione che la scuola assume pienamente la propria funzione educativa e sociale.

Il contrasto alla violenza non può essere affidato esclusivamente a regolamenti, sanzioni o interventi successivi agli episodi più gravi. Richiede una cultura della responsabilità, dell'ascolto e del rispetto, costruita attraverso gesti quotidiani.

Ascoltare ciò che gli studenti non riescono a dire

Il messaggio conclusivo della docente richiama proprio la necessità di non fermarsi alle parole con cui spesso i ragazzi tentano di nascondere la propria sofferenza.

Dietro un apparente «non è successo niente» possono esserci paura, vergogna e il timore di non essere creduti.

L'invito rivolto agli insegnanti è quello di riconoscere questi segnali e di non sottovalutare mai il peso di un'umiliazione ripetuta.

L'intervento di Maddalena Giocondo restituisce così centralità a una delle responsabilità più importanti della professione docente: non limitarsi a vedere ciò che accade in classe, ma imparare a comprendere ciò che uno studente vive, anche quando non trova le parole per raccontarlo.

Perché prevenire la violenza significa prima di tutto costruire una scuola nella quale nessun ragazzo debba sentirsi invisibile, abbandonato o solo.

E nella quale, dietro la frase «stavano solo scherzando», ci sia sempre un adulto disposto ad ascoltare anche il silenzio che viene dopo.

Fonte: Radio Radicale, convegno “Violenza nelle scuole, a Napoli istituzioni, esperti e studenti a confronto”, 14 ottobre 2026. Intervento di Maddalena Giocondo, ore 13:14, durata 7 minuti e 40 secondi.

Ascolta e guarda l'intervento su Radio Radicale

Segui Voce della Scuola