Castel Volturno, a chiedere i metal detector sono gli studenti
Per mesi si è discusso se i controlli a scuola siano sicurezza o repressione. A Pinetamare i ragazzi li chiedono, dopo un coltello in classe.
Quando dopo La Spezia si è cominciato a parlare di metal detector nelle scuole, la discussione ha seguito un copione prevedibile. Il ministro Valditara ha difeso la misura, chiedendo cosa mai ci sarebbe da non reprimere, se non il diritto di portare coltelli in classe. Chi la contestava ha parlato di scuole trasformate in caserme e ha ricordato che servono educazione e presenza di adulti, non varchi. Ragioni serie, da una parte e dall’altra.
Poi lunedì 19 ottobre, nella sede di Pinetamare dell’Isis “Vincenzo Corrado”, a Castel Volturno, un 14enne ha colpito un coetaneo all’addome con un coltello a serramanico. Da martedì gli studenti non entrano in aula. Alla dirigente Nicoletta Fabozzi hanno chiesto proprio i metal detector all’ingresso.
La contraddizione sta tutta qui. Il confronto politico ha trattato lo strumento come un simbolo, a seconda dei casi di fermezza o di autoritarismo. Per i ragazzi di Pinetamare è una richiesta pratica. Dicono di sapere che i dispositivi sono invasivi e che possono dare un’immagine militarizzata della scuola, ma che la priorità è sentirsi tutelati. Non è un’ideologia, è la conseguenza di un compagno ferito e di un altro portato via.
Il quadro normativo, intanto, non coincide con la richiesta. La circolare firmata da Valditara e Piantedosi a gennaio prevede strumenti mobili, attivabili su richiesta del dirigente d’intesa con prefettura e questura, con controlli affidati alle forze dell’ordine. Ai ragazzi è stato spiegato che l’iter richiede tempo. Loro rispondono che altrove questi controlli funzionano già e chiedono perché non qui. Una risposta, con una data, sarebbe dovuta.
Non è una prova che avesse ragione l’una o l’altra parte. Un varco ferma l’arma, non il ragazzo che la porta, e la vicenda chiama in causa anche servizi sociali e giustizia minorile. Ma mostra quanto la distanza tra il dibattito e la vita quotidiana in certe scuole sia ampia, e quanto poco, finora, si sia chiesto agli studenti cosa pensassero davvero.