CCNL Scuola 2025-2027: gli aumenti rappresentano un segnale positivo

Il vero tema resta il recupero del salario reale e la sostenibilità economica della professione docente

A cura di Redazione Redazione
02 luglio 2026 14:49
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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani accoglie con favore la sottoscrizione della parte economica del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del comparto Istruzione e Ricerca 2025-2027, che interessa circa 1,2 milioni di lavoratrici e lavoratori e prevede incrementi medi mensili di 137 euro, con un aumento medio di 143 euro per il personale docente e la corresponsione degli arretrati già nel periodo estivo. Il rinnovo costituisce un risultato significativo, in quanto riconosce il valore del lavoro svolto quotidianamente da docenti e personale scolastico e restituisce continuità alla contrattazione collettiva. Tuttavia, una valutazione economicamente fondata richiede di andare oltre il dato nominale degli aumenti, analizzandone gli effetti sul reddito reale dei lavoratori.

Le più recenti analisi macroeconomiche evidenziano infatti che la crisi inflazionistica del biennio 2022-2023 ha prodotto una delle più consistenti erosioni del potere d'acquisto registrate negli ultimi decenni. Secondo l'OCSE, nonostante la ripresa delle retribuzioni osservata nell'ultimo anno, all'inizio del 2025 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 7,5% rispetto ai livelli del 2021, rappresentando il peggior risultato tra le principali economie dell'Organizzazione. Gli stessi rinnovi contrattuali, pur significativi, non sono stati finora sufficienti a compensare integralmente la perdita di capacità di acquisto determinata dall'impennata dell'inflazione. Anche l'ISTAT e l'Organizzazione Internazionale del Lavoro confermano come il recupero del salario reale proceda lentamente e rimanga ancora incompleto. In questo scenario, il rinnovo del contratto della scuola rappresenta certamente un'iniezione di liquidità per il personale, ma non può essere valutato esclusivamente sulla base dell'incremento nominale dello stipendio. Dal punto di vista dell'economia del lavoro, il parametro realmente significativo è il salario reale, ossia la quantità di beni e servizi che la retribuzione consente effettivamente di acquistare. Proprio sotto questo profilo emerge una criticità che il dibattito pubblico affronta ancora marginalmente. L'indicizzazione delle retribuzioni all'inflazione nazionale costituisce infatti una misura soltanto parziale del benessere economico dei lavoratori, poiché non tiene conto delle profonde differenze territoriali del costo della vita. I mercati immobiliari, i canoni di locazione, il costo dei trasporti, dei servizi e dei beni essenziali presentano nel nostro Paese differenziali molto marcati tra aree metropolitane e territori periferici, determinando livelli profondamente diversi di reddito disponibile a parità di stipendio. Due docenti con identica retribuzione possono quindi sperimentare condizioni economiche sostanzialmente differenti esclusivamente in funzione della sede di servizio.

Questa asimmetria assume una rilevanza ancora maggiore per migliaia di docenti di ruolo costretti a permanere per lunghi periodi lontano dalla propria residenza. I meccanismi di reclutamento e gli attuali vincoli alla mobilità comportano costi fissi strutturali che incidono significativamente sul reddito disponibile: locazioni spesso elevate nelle grandi aree urbane, duplicazione delle spese domestiche, utenze, trasferimenti periodici per il ricongiungimento familiare, maggiori costi di trasporto e permanenza. Si tratta di spese sostanzialmente incomprimibili che assorbono una quota rilevante dell'incremento retributivo, riducendone l'efficacia sul piano del benessere economico. Sotto il profilo dell'analisi economica, tale fenomeno determina una crescente divergenza tra salario nominale e salario reale e può produrre effetti sistemici sull'intero comparto dell'istruzione. Quando la remunerazione effettiva non risulta adeguata rispetto ai costi necessari per svolgere la propria attività lavorativa, diminuisce l'attrattività della professione docente, aumenta il costo-opportunità dell'insegnamento rispetto ad altri sbocchi occupazionali e si riduce la capacità del sistema scolastico di attrarre e trattenere capitale umano altamente qualificato. In un Paese caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione e dalla necessità di investire sulla qualità dell'istruzione, tale dinamica merita una riflessione approfondita anche sotto il profilo della sostenibilità economica del sistema educativo.

Per il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, una moderna politica di valorizzazione della professione docente non dovrebbe limitarsi all'adeguamento nominale delle retribuzioni, ma considerare il potere d'acquisto effettivo del personale scolastico e gli squilibri territoriali del costo della vita. Ciò non significa mettere in discussione l'unitarietà del contratto collettivo nazionale, principio fondamentale di uguaglianza, bensì aprire una riflessione, sostenuta dalla più autorevole letteratura economica internazionale, sull'opportunità di strumenti compensativi capaci di attenuare gli effetti delle differenti condizioni economiche dei territori. Indennità di sede, misure di welfare abitativo, agevolazioni fiscali o interventi mirati a favore dei docenti fuori sede potrebbero concorrere a ristabilire condizioni di maggiore equità sostanziale senza alterare l'impianto unitario del sistema retributivo. L'articolo 3 della Costituzione affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l'uguaglianza sostanziale dei cittadini. Applicare tale principio alla scuola significa riconoscere che la dignità della professione docente non dipende esclusivamente dall'entità dello stipendio, ma anche dalle condizioni economiche reali nelle quali esso viene percepito. Quando il costo della vita e gli oneri derivanti dalla mobilità territoriale comprimono significativamente il reddito disponibile, il principio di uguaglianza rischia di rimanere soltanto formale. Il CNDDU ritiene che investire nel benessere economico reale dei docenti significhi investire nella qualità dell'istruzione, nella tutela del diritto allo studio e nella costruzione di una società più giusta, inclusiva e democratica. La promozione dei diritti umani passa anche attraverso il riconoscimento di condizioni di lavoro che consentano agli insegnanti di svolgere con serenità e dignità la loro insostituibile funzione educativa, culturale e civile.

prof. Romano Pesavento presidente CNDDU

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