Certi abbracci non finiscono mai: il mio ritorno tra i banchi dell'Amaldi di Roma
Ci sono professioni che si scelgono e altre che ti scelgono, ridefinendo i confini di ciò che sei. Insegnare non è un mestiere
Ci sono professioni che si scelgono e altre che ti scelgono, ridefinendo i confini di ciò che sei. Insegnare non è un mestiere: è un modo di abitare il mondo, di proteggere, di restare anche quando la vita ti porta altrove.
Da un anno la mia vita è al Nord, eppure una parte di me non ha mai abbandonato le aule della scuola “Edoardo Amaldi”, nel quartiere La Storta-Olgiata, a Roma. È rimasta lì, custode silenziosa di un affetto che la distanza non ha potuto scalfire.
Pochi giorni fa ho varcato nuovamente quella soglia, riaprendo la porta delle mie vecchie classi. In un istante, gli sguardi dei miei bambini si sono accesi e il tempo si è fermato, azzerando mesi di distacco come se non me ne fossi mai andato. Non servivano parole. C'era solo lo spazio denso dell'emozione pura.
Sono entrato nel pieno della vita che continua. Ho riabbracciato i bambini di quinta, immersi nei preparativi frenetici del loro spettacolo di fine anno: quel rito di passaggio così denso di emozioni, mentre si preparano, con un misto di orgoglio e trepidazione, a spiegare le ali verso la nuova esperienza delle scuole medie. E poi i bambini di quarta, che mi si sono stretti intorno indicando con gioia una foto affissa in classe, un nostro vecchio scatto di gruppo che custodiscono appeso alla parete come un tesoro prezioso, per avermi sempre lì con loro.
All'improvviso, la stanza è diventata un'unica onda. Si sono alzati di scatto, travolgendomi in un abbraccio collettivo che toglieva il fiato. Mi stringevano i vestiti, le braccia, aggrappandosi con l'urgenza di chi teme che un soffio possa portarti via di nuovo. In quella morsa di pura innocenza ho capito: non ero stato dimenticato. La distanza era solo un'illusione geografica.
Poi, il miracolo della spontaneità. Le loro voci si sono fuse in un coro potente, intonando la nostra canzone, quella che avevamo cantato mille volte insieme: “Quarta, quinta, che confusione, sarà perché ti amo!”. Quel testo modificato, urlato a squarciagola con il sorriso stampato in faccia, ha riempito le pareti e mi ha fatto tremare dentro. Non era solo musica: era la colonna sonora della nostra storia, la prova che certi legami non si spezzano.
Prima del congedo, mi hanno consegnato un dono inestimabile: le loro letterine scritte a mano, con la promessa che le avrei lette solo più tardi.
Il momento è arrivato a diecimila metri d’altezza, sul volo di ritorno che mi riportava verso Nord. Sospeso tra le nuvole, lontano da terra ma vicinissimo a loro, ho aperto quei fogli di quaderno. Tra disegni colorati, cuori a matita e parole disarmanti, la mente è tornata a quella foto appesa in classe e le lacrime sono scese da sole, in silenzio, mentre il mondo scorreva minuscolo fuori dal finestrino dell'aereo.
Lassù, nel punto più alto, ho trovato la verità più limpida: i chilometri non cancellano ciò che si costruisce con il cuore.
Oggi voglio solo dirvi grazie. Grazie, piccoli miei, perché mi avete ricordato chi sono e il motivo profondo per cui ho scelto questa strada. Vi auguro il meglio che la vita possa offrirvi. A voi di quinta, buona fortuna per il grande salto; a voi di quarta, custodite questa spensieratezza. Continuate a cantare, a crescere, a brillare. Perché le strade cambiano, i destini si evolvono, ma certi abbracci durano per sempre.
Il vostro maestro, Giorgio Mellucci