Comunità Energetiche, la transizione che nasce dai territori

Caterina Clarke (ReOrient – Coordinamento CERS Roma e Lazio): «La sfida non è solo produrre energia rinnovabile, ma redistribuire potere decisionale, conoscenza e sviluppo attraverso comunità partecipate e solidali»

A cura di Diego Palma Diego Palma
06 luglio 2026 11:44
Comunità Energetiche, la transizione che nasce dai territori -
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La transizione energetica non è soltanto una sfida ambientale, ma rappresenta un'opportunità per ripensare il modello di sviluppo dei territori, rafforzare la coesione sociale e creare nuove forme di partecipazione delle comunità. In questo scenario si inseriscono le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali (CERS), strumenti che coniugano sostenibilità, inclusione e sviluppo locale, valorizzando il contributo di cittadini, enti pubblici e Terzo Settore.

Nel corso del Seminario regionale FQTS Sardegna, dedicato ai temi della coprogettazione, della corresponsabilità e del ruolo del Terzo Settore nella costruzione di nuove politiche territoriali, il tema delle Comunità Energetiche è emerso come una delle prospettive più innovative per promuovere uno sviluppo sostenibile, contrastare la povertà energetica e rafforzare la partecipazione delle comunità locali.

Ne parliamo con la Dott.ssa Caterina Clarke, di ReOrient e del Coordinamento CERS Roma e Lazio, per approfondire il contributo che le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali possono offrire alla transizione ecologica e sociale, il ruolo del Terzo Settore e le opportunità che questo modello può rappresentare anche per la Sardegna.

Durante il Seminario FQTS si è parlato di un nuovo modello di sviluppo fondato sulla coprogettazione e sulla partecipazione delle comunità. Quale ruolo possono svolgere le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali nel rafforzare il protagonismo del Terzo Settore?

Le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali possono svolgere un ruolo molto importante perché permettono di tradurre in pratica alcuni principi che il Terzo Settore conosce bene: partecipazione, mutualismo, cura dei beni comuni, solidarietà e responsabilità collettiva.

Una CERS non è soltanto uno strumento tecnico per produrre e condividere energia rinnovabile. È anche un soggetto collettivo che organizza una comunità intorno a una risorsa essenziale, l’energia, e la orienta verso finalità sociali, ambientali e territoriali. Questo passaggio è decisivo: l’energia non viene trattata solo come una merce, ma come un bene capace di generare relazioni, diritti, coesione e redistribuzione.

Il Terzo Settore può essere protagonista di questo processo perché possiede una capacità specifica di leggere i bisogni dei territori, coinvolgere soggetti diversi, costruire fiducia e accompagnare le persone più fragili dentro percorsi collettivi. In questo senso, le CERS rafforzano il ruolo del Terzo Settore non come semplice beneficiario di politiche pubbliche, ma come attore della transizione ecologica.

Il Movimento CERS nazionale nasce proprio da questa consapevolezza: la transizione energetica non può essere soltanto tecnologica o calata dall'alto, ma deve essere anche democratica, partecipata e socialmente orientata. Il percorso, avviato nell'ottobre 2025 presso la fabbrica ex-GKN di Campi Bisenzio, luogo simbolo di una riconversione ecologica rivendicata dal basso, prende le mosse dall'idea che anche l'energia debba essere democratizzata: non solo nella produzione, ma anche nella governance e nella redistribuzione dei benefici economici e sociali che essa genera. Le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali rappresentano proprio questo: uno strumento attraverso cui le comunità possono riappropriarsi della capacità di decidere collettivamente come produrre, condividere e reinvestire il valore generato dall'energia nei propri territori.

Le associazioni e gli enti del Terzo Settore operano quotidianamente accanto alle persone più fragili. In che modo una CERS può diventare non solo uno strumento di produzione energetica, ma anche un'opportunità concreta per contrastare la povertà energetica, creare inclusione sociale e generare sviluppo locale?

La povertà energetica è una forma sempre più rilevante di disuguaglianza. Non riguarda soltanto l’impossibilità di pagare le bollette, ma incide sulla salute, sull’abitabilità delle case, sull’accesso a condizioni di vita dignitose e sulla possibilità delle persone di partecipare pienamente alla vita sociale.

Una CERS può intervenire su questo problema in modo innovativo perché non si limita a produrre energia rinnovabile. Può organizzare meccanismi mutualistici e redistributivi attraverso i quali i benefici economici dell’energia condivisa vengono destinati, in tutto o in parte, a finalità sociali: sostegno alle famiglie vulnerabili, efficientamento energetico delle abitazioni, servizi di prossimità, progetti educativi, percorsi di formazione, rigenerazione urbana e rurale, cura dei beni comuni.

L’aspetto fondamentale è che le persone in condizione di fragilità non devono essere considerate soltanto destinatarie passive di un aiuto. Nel modello delle CERS solidali, possono diventare membri della comunità con pieni diritti partecipativi e decisionali. Questo significa spostare l’intervento sociale da una logica puramente assistenziale a una logica di empowerment.

Inoltre, una CERS può generare sviluppo locale perché attiva competenze, filiere, professionalità, imprese etiche, percorsi di formazione e opportunità di lavoro giusto. La transizione energetica, se governata dalle comunità, può diventare anche occasione per costruire economie territoriali più collaborative e resilienti.

La Sardegna è una regione ricca di risorse naturali ma caratterizzata da forti disuguaglianze territoriali e dallo spopolamento delle aree interne. Ritiene che il modello delle Comunità Energetiche possa rappresentare una leva strategica per rilanciare questi territori? Quali esperienze maturate nel Lazio potrebbero essere replicate nell'Isola?

Sì, credo che il modello delle Comunità Energetiche possa rappresentare una leva strategica per territori come la Sardegna, a condizione che non venga interpretato soltanto come uno strumento impiantistico. La Sardegna ha un grande potenziale energetico, ambientale e comunitario, ma proprio per questo è essenziale evitare che la transizione rinnovabile si traduca in una nuova forma di estrazione di valore dai territori.

Le CERS possono offrire un’alternativa: trattenere localmente una parte dei benefici della produzione energetica, rafforzare l’autonomia delle comunità, sostenere servizi territoriali, creare nuove opportunità nelle aree interne e contrastare processi di marginalizzazione e spopolamento. Il punto non è soltanto installare impianti, ma costruire processi democratici attraverso cui le comunità possano decidere come produrre energia, come condividerla e come utilizzare i benefici generati.

L’esperienza maturata nel Lazio, attraverso il ruolo di aggregazione svolto dal Coordinamento CERS Roma e Lazio, che raccoglie oltre 25 realtà territoriali, mostra alcuni elementi utili anche per la Sardegna. Il primo è la costruzione di reti tra comunità energetiche, associazioni, enti locali, università, professionisti e soggetti del Terzo Settore. Nessuna CERS, soprattutto nelle fasi iniziali, può affrontare da sola la complessità tecnica, giuridica, amministrativa e sociale del percorso.

Il secondo elemento è la formazione. Nel Lazio abbiamo lavorato molto su percorsi informativi e formativi, perché una comunità energetica nasce davvero solo quando le persone comprendono il senso del progetto, non soltanto il funzionamento degli incentivi. La consapevolezza è una condizione essenziale della partecipazione.

Il terzo elemento è il dialogo con le istituzioni. Le CERS hanno bisogno di amministrazioni pubbliche capaci di riconoscerle come interlocutori stabili, non come semplici soggetti da finanziare occasionalmente tramite bandi. Questo vale ancora di più nelle aree interne, dove la comunità energetica può intrecciarsi con politiche di welfare, mobilità, rigenerazione, servizi di prossimità e sviluppo locale.

Da questo punto di vista, l’esperienza del Lazio non offre un modello da copiare meccanicamente, ma un metodo: costruire reti, condividere competenze, rafforzare la partecipazione e rivendicare un’interlocuzione stabile con le istituzioni. Credo che questo metodo possa essere particolarmente utile anche in Sardegna, proprio perché consente di partire dalle specificità dei territori e non da soluzioni standardizzate.

Spesso il Terzo Settore incontra difficoltà nell'accesso alle competenze tecniche e agli strumenti necessari per avviare una Comunità Energetica. Quali sono oggi i principali ostacoli e quali azioni sarebbero necessarie affinché le associazioni possano diventare protagoniste di questa transizione?

Gli ostacoli principali sono di quattro tipi: tecnici, amministrativi, economici e culturali.

Sul piano tecnico, avviare una CERS richiede competenze interdisciplinari: energetiche, giuridiche, fiscali, amministrative e organizzative. Occorre comprendere una normativa complessa, individuare gli impianti idonei, analizzare i profili di consumo, progettare una governance partecipativa e gestire correttamente gli aspetti connessi agli incentivi e alla condivisione dei benefici.

Sul piano amministrativo, le procedure risultano ancora complesse e frammentate. Le comunità devono confrontarsi con una pluralità di interlocutori – GSE, gestori di rete, Comuni, Regioni – e con iter che spesso richiedono tempi lunghi e competenze specialistiche. Questo rischia di scoraggiare proprio le realtà associative più radicate nei territori.

Sul piano economico, molte associazioni faticano a sostenere i costi iniziali necessari per studi di fattibilità, progettazione, costituzione del soggetto giuridico e realizzazione degli impianti. Senza strumenti finanziari accessibili e adeguati, molte iniziative rischiano di non superare la fase progettuale.

Infine, esiste un ostacolo culturale. Le Comunità Energetiche vengono ancora troppo spesso raccontate come un semplice meccanismo incentivante o come un progetto tecnologico. In realtà sono prima di tutto un progetto di comunità, che richiede partecipazione, fiducia, capacità di cooperazione e una visione condivisa dello sviluppo locale.

Per superare questi ostacoli servono strutture permanenti di accompagnamento: sportelli territoriali, percorsi di formazione, assistenza tecnica pubblica, strumenti finanziari dedicati, modelli statutari chiari, supporto alla progettazione e reti di professionisti orientati da criteri etici. Serve inoltre una maggiore semplificazione delle procedure e un dialogo stabile tra istituzioni e comunità energetiche.

Per questo il Movimento CERS nazionale si è fortemente battuto per l'istituzione di un tavolo permanente di confronto con il GSE e con il MASE. È una conquista importante, perché consente di passare da una gestione episodica delle criticità a un'interlocuzione strutturata e continuativa. L'obiettivo è trasformare i problemi incontrati quotidianamente dalle singole comunità in questioni di sistema, da affrontare con strumenti condivisi, una task force dedicata e un confronto stabile sia sul piano tecnico sia su quello politico-istituzionale. Solo costruendo questo ecosistema di accompagnamento sarà possibile consentire anche alle realtà del Terzo Settore, e non soltanto agli operatori più strutturati, di diventare protagoniste della transizione energetica.

Nel corso del seminario è emersa con forza la necessità di superare la logica dei bandi e costruire rapporti fondati sulla fiducia e sulla coprogettazione. Le CERS possono rappresentare un esempio concreto di questo cambio di paradigma, in cui istituzioni, cittadini, imprese e Terzo Settore condividono responsabilità, benefici e sviluppo? Quale messaggio si sente di rivolgere alle associazioni e alle istituzioni sarde che intendono intraprendere questo percorso?

Le CERS possono rappresentare un esempio molto concreto di cambio di paradigma, perché per loro natura richiedono cooperazione stabile. Non possono funzionare se ogni soggetto agisce separatamente: cittadini, associazioni, enti locali, imprese, università e istituzioni devono condividere responsabilità, competenze, rischi e benefici.

Questo significa superare la logica del bando come unico strumento di relazione tra pubblico e Terzo Settore. I bandi possono essere utili, ma non bastano. Una comunità energetica richiede tempi lunghi, fiducia, accompagnamento, capacità di ascolto e una visione condivisa dello sviluppo territoriale.

In questo senso, le CERS sono anche una pratica di amministrazione condivisa. Permettono di costruire politiche pubbliche non soltanto “per” le comunità, ma “con” le comunità. E questo è particolarmente importante nella transizione ecologica, perché la questione decisiva non è soltanto produrre più energia rinnovabile, ma decidere democraticamente dove, come, con quali filiere, a beneficio di chi e con quale impatto sui territori.

Alle associazioni sarde direi di non vivere le Comunità Energetiche come un progetto esclusivamente tecnico, ma come un’occasione per rafforzare il tessuto sociale, costruire alleanze e dare nuova centralità alle comunità locali. Alle istituzioni direi invece di riconoscere il Terzo Settore e le comunità organizzate come interlocutori strategici della transizione energetica.

Il messaggio di fondo è questo: una transizione energetica giusta non redistribuisce soltanto energia o incentivi economici. Redistribuisce anche potere decisionale, conoscenza, responsabilità e capacità di futuro. Le CERS possono essere uno degli strumenti più concreti per farlo.

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