Dalla Costituzione alla strada: come la scuola italiana è diventata teatro di violenza
Il punto di vista degli studenti e dei laboratori: Una parte centrale dell'incontro è stata dedicata ai laboratori interattivi
Di Flora Frate
Già deputata in Commissione Cultura, Scienze, Istruzione
Dal convegno "Violenza nelle scuole: istituzioni, esperti e studenti a confronto", tenutosi il 14 ottobre 2026 nella Sala dei Baroni al Maschio Angioino di Napoli, promosso dalla testata La Voce della Scuola, trasmesso su Radio Radicale e ripreso da Telecapri, ha affrontato il tema della violenza negli istituti scolastici, del bullismo, del disagio giovanile e del rapporto tra scuola, famiglie e istituzioni.
I temi chiave e la struttura dell'incontro
La rete di prevenzione: L'evento, promosso da La Voce della Scuola con Diego Palma, è nato dalla collaborazione tra diverse realtà (tra cui OggiScuola, Unischia, FederIstruzione e la Consulta delle Elette del Comune di Napoli) con l'obiettivo di superare risposte frammentate ai singoli episodi di violenza, puntando invece su una rete stabile di dialogo e su interventi pedagogici strutturati.
Contributi istituzionali e politici: Sono intervenuti esponenti delle istituzioni locali e nazionali la sottosegretaria Paola Frassinetti (tramite videomessaggio), l'assessore all'Istruzione del Comune di Napoli Maura Striano e i rappresentanti degli enti locali – focalizzandosi sulla tutela della dignità del personale scolastico e sulla protezione del benessere psicologico degli studenti.
Analisi tecnica e giuridica: Il dibattito ha visto il contributo di magistrati (come Valeria Rosetti del Tribunale per i Minorenni di Napoli), avvocati, psicopedagogisti con Vincenzo Scarpellino e dirigenti scolastici, che hanno analizzato le dinamiche sociali e relazionali all'origine dei conflitti giovanili.
Il punto di vista degli studenti e dei laboratori: Una parte centrale dell'incontro è stata dedicata ai laboratori interattivi, alle domande e alle proposte avanzate direttamente dagli studenti, offrendo uno spazio di ascolto attivo alle loro istanze.
C’era una volta un tempo in cui varcare il portone di una scuola significava entrare in un luogo solenne e inviolabile. Non per un’aura di autoritarismo, ma perché la scuola rappresentava l'estensione più nobile della Repubblica: il luogo in cui il figlio di un operaio e quello del professionista si sedevano allo stesso banco per conquistare, attraverso la fatica dello studio, gli stessi strumenti di emancipazione.
Oggi quella soglia è diventata permeabile. L'attualità ci consegna con frequenza quasi quotidiana cronache che sembravano impensabili fino a pochi anni fa: docenti aggrediti nei corridoi, genitori che irrompono nelle aule per regolare i conti con i professori, studenti che introducono armi da taglio negli zaini.
Come siamo arrivati a questo punto? La risposta non va cercata unicamente nei bollettini di ordine pubblico. Risiede in una mutazione genetico-culturale che ha interessato la scuola italiana negli ultimi trent’anni: lo scivolamento da presidio di istruzione democratica ad agenzia di gestione sociale ed emotiva, lasciata peraltro in totale solitudine ad affrontare complessità come la devianza.
Per comprendere la portata di questo smarrimento, occorre tornare alle radici del nostro sistema scolastico.
I Padri costituenti avevano una visione chiarissima: la democrazia si costruisce contrastando le disuguaglianze. L’articolo 3 e l’articolo 34 della Costituzione tracciarono un perimetro preciso. La Repubblica si impegnava a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impedivano il pieno sviluppo della persona, garantendo un’istruzione aperta a tutti. Con le grandi riforme degli anni ’60 e ’70 — in primis l’istituzione della Scuola Media Unica e l'integrazione degli alunni con disabilità nel — l'Italia sceglieva la via dell'inclusione attraverso l'innalzamento del livello culturale generale.
L’autorevolezza del docente non derivava da un potere arbitrario, ma dall’essere l’unico depositario di un sapere codificato. La severità cognitiva, il rigore dello studio erano strumenti di equità: consentivano a chi non aveva risorse familiari di acquisire quel capitale culturale indispensabile per esercitare la propria cittadinanza.
A partire dagli anni novanta la scuola è stata spinta a competere sul mercato della formazione per attrarre iscritti. Gli studenti e le famiglie sono stati progressivamente ridefiniti come "clienti" o "utenti", trasformando la relazione didattica -pedagogica in un’erogazione dovuta. Nel tentativo di evitare la frustrazione dell'insuccesso, le soglie d'impegno e i criteri valutativi si sono abbassati a discapito proprio di quel successo formativo che invece si auspica nella norma.
Non c’è dubbio che la scuola deve stare al passo con i tempi. E’ impensabile tornare a quando non c’era la rivoluzione digitale. Non si stava meglio quando si stava peggio. Ma questa necessità di aggiornamento guardando al mercato del lavoro non deve diventare appannaggio di chi non ha coraggio nell’investire nella formazione lavorativa.
In questo schema la scuola, dunque, assorbe molteplici funzioni che non le competono. Deve sostituirsi alle famiglie educando, deve sostituirsi ai servizi sociali intervenendo sulla devianza, deve sostituirsi allo Stato in termini di sicurezza, deve sostituirsi alle imprese nella formazione. Un’abdicazione totale delle istituzioni intermedie: il cortocircuito è presto detto.
E allora perché i Ragazzi si armano?
Quando la scuola cessa di essere percepita come un’istituzione dello Stato e viene ridotta a un erogatore di servizi dove il cliente ha sempre ragione, produce una pericolosa disintermediazione dell'autorità. L'ingresso delle armi tra i banchi e le aggressioni ai docenti sono anche la conseguenza di un processo che vede la progressiva svalutazione del ruolo del docente, pagato poco, male, sempre precario, sovraccaricato di burocrazia e chiamato a gestire classi sovraffollate.
In assenza di una forte identità culturale e istituzionale della scuola, le logiche di strada e di banda penetrano direttamente nelle classi. Una controcultura identitaria che (non sempre ma con grande frequenza) sfocia nella violenza.
Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere né l'indifferenza né la rassegnazione. Bisogna ripartire dal concetto istituzionale di istruzione.
Ben venga l’utilizzo dei metal detector come deterrente per sequestrare armi, ma non dobbiamo e non possiamo rinunciare ad impedire che la mano di un minore si armi. Per disarmare la violenza nelle classi serve una sinergia istituzionale attiva e permanente. Occorre ripristinare la centralità del sapere: formare il pensiero critico attraverso la disciplina e la conoscenza solida degli argomenti. Garantire interventi rapidi e protocolli d'intesa operativi tra scuole, prefetture e procure per interecttare la violenza prima che si manifesti. Responsabilizzare le famiglie, ricostruendo il patto educativo di corresponsabilità, affinché i nuclei familiari tornino a essere alleati dell'istituzione anziché controparti.