Dante, il migrante Ulisse, e la rotta di Ceuta

La campagna elettorale è già partita, sulla pelle dei migranti. Tutto il resto non conta.

01 agosto 2026 18:26
Dante, il migrante Ulisse, e la rotta di Ceuta -
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Di recente, lo scontro politico, a livello internazionale, si acceso, intorno alla rotta marocchina dei migranti, che passa per Ceuta, nel Mediterraneo, per via di un improvvido tweet di Antonio Tajani, ministro degli Estri nel governo Meloni, nel quale è stata minacciata la chiusura del così detto «spazio Schengen» con la Spagna, lasciando così intendere che fosse proprio del governo spagnolo la responsabilità sui flussi incontrollati di immigrazione. Le reazioni del governo spagnolo non si son fatte attendere: il ministro José Manuel Alberes, infatti, omologo di Tajani, ha definito le dichiarazioni di Tajani indegne, frutto della demagogia partitica, e non, invece, dell’esercizio della cultura della solidarietà e dell’accoglienza. Lo scontro politico-istituzionale si è spinto fino alla convocazione dell’ambasciatore italiano a Madrid, incrinando così i rapporti tra i due paesi dell’Unione Europea. Il sospetto che in Italia, nel centro-destra, ci sia molto nervosismo è molto fondato, visti i sondaggi che danno sempre in crescita la nuova formazione politica del generale Vannacci, con effetti di drenaggio del consenso tutto interno al centro-destra, non all’esterno. Di qui, la gara a chi la spara più grossa (remigrazioni, sospensione di Schengen, e chissà cos’altro). La campagna elettorale è già partita, sulla pelle dei migranti. Tutto il resto non conta.

Se solo Tajani, prima di scrivere e pubblicare quel tweet, si fosse ricordato degli anni liceali, avrebbe, di certo, da uomo raffinato e colto qual è, i versi del canto XXVI dell’Inferno dantesco, nei quali, per voce di Ulisse, Setta (Ceuta) viene citata al verso 111: «da l’altra già m’avea lasciata Setta». Canto celeberrimo, questo di Ulisse, in rapporto all’intero poema dantesco, con l’eroe greco (oggi, tornato così di moda, grazie, anche, al recentissimo film di Christopher Nolan, Odissea), che ammonisce l’umanità a non ripetere gli errori del passato, ricordando a ciascuno di noi che non fummo “fatti” «a viver come bruti», quanto, piuttosto, per «seguir virtute e canoscenza». Il lettore, a partire dal verso 79 del canto XXVI, ascolta l’«orazion picciola» di Ulisse, il «maggior corno» di quella fiamma antica (condivisa con l’amico Diomede), nell’ottava bolgia del cerchio ottavo, quella dei consiglieri fraudolenti. Rispondendo a Virgilio, Ulisse racconta di come avesse seguito l’«ardore», cioè, il desiderio di «divenir del mondo esperto», e «de li vizi umani e del valore», una volta partitosi da Circe. La descrizione che segue, ai versi 101-111, della rotta mediterranea seguita dal migrante Ulisse (che affronta le insidie de «l’alto mare aperto»), con un gruppo di altri migranti (la «compagna / picciola»), con un solo «legno» (un solo barchino), è una descrizione geografica velocissima, con una vista dall’alto, quasi una veduta cinematografica, come se Dante, cioè, avesse potuto disporre di una veduta ottenuta con un odierno drone:

L’un lito e l’latro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,

e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov’Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lascia Sibilia,

da l’altra già m’avea lasciata Setta.

[Vidi l’una e l’altra costa (lito) [del Mediterraneo], fino alla Spagna, al Marocco, e [vidi] la Sardegna e le altre [isole], che quel mare bagna tutt’intorno. Io e i miei compagni eravamo vecchi e lenti (tardi), quando giungemmo a quel passaggio (foce) stretto, dove Ercole pose i suoi segni (riguardi) [le colonne], affinché (acciò che) l’uomo non procedesse oltre; a destra, lasciammo Siviglia (Sibilia), a sinistra (da l’altra), avevamo già lasciato Ceuta (Setta).]

È in Paradiso IX (82 e ss.), che Dante dà una definizione del Mediterraneo come «maggior valle», nella quale, cioè, l’acqua «si spande». Il Mediterraneo in quanto «interstizio»: la costa, le terre bagnate da quel mare, ma anche la valle, la conca, il contenitore. L’interstizio come spazio ibrido. Questo, interstizio, nei secoli, ha dato vita a racconti, che hanno viaggiato tra i «discordanti liti», con narrazioni sulle diversità di quelle terre e di quei popoli (voci, echi, storie, tradizioni). Lo sguardo di Dante sul Mediterraneo è uno sguardo di scorcio, assunto cioè con il punto di vista dalle periferie (dei «discordanti liti»). Comincia con Dante quella visione, che tornerà in Boccaccio, di una cultura mediterranea ibrida, da odierno social network, mobile e mutevole, liquida, non chiusa, o rigida (del resto, per Ulisse, nel momento in cui varca le colonne d’Ercole, Dante utilizzerà la forma «venimmo», e non «uscimmo», proprio in segno di continuità tra l’Oceano, che inghirlanda la terra, e il mar Mediterraneo).

Caro Tajani, dunque, ieri come oggi, per quanto Ercole, o chi per lui, lo Stato italiano, o chiunque altro, si sforzi e metta «riguardi», cioè, metta confini, colonne, paletti, divieti, leggi, sospensioni della libera circolazione, ebbene, quei versi di Dante stanno lì a ricordarci che non ci sarà mai nulla (o nessuno) che potrà imprigionare l’umanità. Nulla e nessuno potrà mai far sì che «l’uom più oltre non si metta», per una semplice ragione: la Terra è di tutti. La terra è una gran «piazza universale» (Tommaso Garzoni, 1585: La piazza universale di tutte le professioni del mondo), affollata, nella quale, però, nessuno viene respinto, e tutti, ma proprio tutti, trovano il proprio spazio (per esercitare la propria professione).

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