Dibattito su bocciature e promozioni facili: proposto un nuovo modello di valutazione educativa trasformativa
Ridurre il problema alla scelta tra “bocciare” o “promuovere” significa infatti ignorare il nodo centrale: la crescente difficoltà del sistema scolastico nel garantire percorsi autentici di crescita culturale, emotiva e civile
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il acceso dibattito sviluppatosi attorno al tema delle bocciature e delle cosiddette “promozioni facili” non possa essere affrontato con slogan semplificatori né con contrapposizioni ideologiche che finiscono per impoverire una questione educativa estremamente complessa. La discussione nata sui social, alimentata dal confronto con il modello francese e dalle numerose testimonianze di docenti, genitori ed esperti, evidenzia piuttosto una crisi più profonda che riguarda il significato stesso della scuola nella società contemporanea.
Ridurre il problema alla scelta tra “bocciare” o “promuovere” significa infatti ignorare il nodo centrale: la crescente difficoltà del sistema scolastico nel garantire percorsi autentici di crescita culturale, emotiva e civile. Da una parte emerge il disagio di molti insegnanti che denunciano l’impossibilità concreta di esercitare fino in fondo la propria responsabilità educativa, schiacciati tra pressioni burocratiche, conflittualità con le famiglie, logiche difensive e una diffusa paura del fallimento scolastico. Dall’altra si fa strada una visione rigidamente selettiva che rischia di attribuire esclusivamente agli studenti il peso delle fragilità educative e delle disuguaglianze sociali.
Le più autorevoli riflessioni pedagogiche del Novecento e della contemporaneità ci invitano invece a superare questa falsa alternativa. Don Lorenzo Milani denunciava una scuola capace di proclamarsi egualitaria mentre lasciava indietro proprio i più fragili; Paulo Freire metteva in guardia contro ogni modello educativo fondato sulla colpevolizzazione dell’alunno; John Dewey ricordava che educare non significa preparare meccanicamente alla selezione sociale, ma formare cittadini consapevoli, critici e partecipi della vita democratica. Oggi queste riflessioni appaiono più attuali che mai.
Una scuola realmente inclusiva non coincide con una scuola indulgente. Promuovere studenti privi delle competenze essenziali significa spesso rinviare il problema, trasformando le lacune in esclusione futura, in dispersione implicita, in perdita di fiducia nelle proprie capacità. Allo stesso tempo, una scuola che affida tutto alla logica della severità e della selezione rischia di produrre marginalizzazione, ansia e senso di inadeguatezza, soprattutto nei contesti più fragili.
Il vero interrogativo pedagogico non riguarda dunque la bocciatura in sé, ma ciò che la precede. Quando uno studente arriva al termine del primo ciclo senza strumenti linguistici, logici e culturali adeguati, non è possibile leggere tale situazione esclusivamente come una responsabilità individuale. Occorre interrogarsi sulla qualità dell’accompagnamento educativo ricevuto, sulla tempestività degli interventi di recupero, sull’efficacia dell’orientamento, sulla continuità didattica, sul rapporto educativo con le famiglie e sulla capacità della scuola di costruire comunità formative autorevoli e credibili.
La pedagogia contemporanea parla ormai apertamente di “dispersione implicita”: studenti formalmente promossi ma sostanzialmente privi delle competenze necessarie per esercitare pienamente cittadinanza, autonomia critica e partecipazione sociale. È questa una delle emergenze educative più gravi del nostro tempo, perché produce disuguaglianze silenziose e spesso irreversibili.
Per tale ragione il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene necessario superare sia il paradigma del permissivismo valutativo sia quello della pedagogia punitiva. La scuola italiana ha bisogno di una profonda innovazione culturale capace di ripensare il significato della valutazione non come semplice certificazione finale o strumento sanzionatorio, ma come processo trasformativo continuo.
Occorre introdurre modelli educativi fondati sull’individuazione precoce delle fragilità, su percorsi personalizzati di crescita, su forme di tutoraggio pedagogico stabile e su una valutazione narrativa che accompagni lo studente nella comprensione reale delle proprie competenze e difficoltà. La responsabilità educativa deve diventare realmente condivisa tra scuola, famiglia e studente attraverso un patto formativo progressivo e trasparente che restituisca valore all’impegno, alla consapevolezza e alla costruzione graduale dell’autonomia.
La vera innovazione non consiste nell’essere più severi o più indulgenti. Consiste nel costruire una scuola capace di coniugare verità e cura, rigore e accompagnamento, responsabilità e inclusione. Una scuola che non nasconda le fragilità dietro promozioni simboliche ma che non trasformi l’insuccesso in stigma sociale. Una scuola che torni a essere comunità educativa autorevole, capace di dire la verità agli studenti senza umiliarli e di sostenerli senza ingannarli.
Il diritto all’istruzione non può ridursi al semplice diritto a “passare l’anno”. Deve tornare a coincidere con il diritto di ogni giovane ad essere accompagnato seriamente verso la piena realizzazione della propria persona, della propria dignità e della propria cittadinanza democratica.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU