Fermi tutti! Non cambiate il liceo classico
Il classico scende al 5,2% delle iscrizioni. Non va riformato, non va ammodernato. Va lasciato com'è: difficile, inutile e necessario.
C'è una notizia che mi preoccupa più dell’allarme climatico, dello spread, perfino più delle indagini della Procura di Palermo. Il liceo classico è sceso al 5,20% delle iscrizioni per il 2026/27. Cinque virgola venti. Una percentuale che suona come un referto autoptico.
Confesso: anche io ho fatto il liceo classico. Per fortuna non vivevo dove ti chiedono "ma latino, greco, a cosa servono?" con l'aria di chi ti chieda se collezioni francobolli. Vivevo a Napoli, dove nulla serve veramente a qualcosa di importante. Così il classico era ancora, negli anni Ottanta, una buona scelta, un po’ questione di orgoglio familiare, un po’ rito di passaggio che separava chi sapeva declinare polis da chi no. Una distinzione sottile, ma fondamentale, come quella tra chi sa cos'è un congiuntivo e chi conduce un talk-show televisivo, categorie sempre più sovrapponibili.
Ricordo il professore di greco. Per noi era semplicemente uno stronzo e anche un po’ sadico. Era semplicemente onesto. Un giorno, verso la fine del quarto ginnasio, aprì la grammatica a una pagina con tutti gli aoristi irregolari. Quella pagina spiegava egregiamente perché i Greci fossero poi tramontati come civiltà dominante, perché anche loro alla fine si dovevano essere stancati.
Il professore aprì la pagina e disse con la serenità di chi annuncia l'orario dei treni: «Questi sono irregolari perché sono irregolari. Non c'è niente da capire. Dovete impararli a memoria. Ci vediamo dopodomani.» Due giorni. Il tempo come variabile negoziabile per gli ignoranti che eravamo noi. Noi che più che altro eravamo terrorizzati. Il che, come dicevano i greci, è il primo passo verso la saggezza.
Il Rocci, il dizionario di greco per chi non l'ha frequentato, ossia per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, e quasi per il cento percento dei ministri dell'istruzione degli ultimi vent'anni, era un oggetto di proporzioni bibliche stampato in caratteri che sembravano disegnati da qualcuno con un preciso rancore verso la vista umana. Lo si consultava chinati, come se fosse una preghiera: fa' che la parola ci sia, fa' che non sia un verbo deponente, fa' che non sia un composto di preposizione che cambia tutto il senso e chi ci capisce più niente.