Diplomifici: la Campania al 1 posto. L’ indagine di TuttoScuola su di un antico vizio che riguarda però tutta la penisola

Diplomifici. Una storia che comincia negli anni ’80 e che non sembra poter finireStoria vecchia quella dei diplomifici, le scuole ‘private’ che con sistemi peraltro arcinoti al grande pubblico (non fo...

29 luglio 2023 23:35
Diplomifici: la Campania al 1 posto. L’ indagine di TuttoScuola su di un antico vizio che riguarda però tutta la penisola -
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Diplomifici. Una storia che comincia negli anni ’80 e che non sembra poter finire

Storia vecchia quella dei diplomifici, le scuole ‘private’ che con sistemi peraltro arcinoti al grande pubblico (non foss’ altro per il periodico appuntamento con la stampa che con cadenza più o meno quinquennale ne rivela tutti i segreti) garantiscono l’ agognato ‘pezzo di carta’ anche a chi non ha voglia e tempo da dedicare allo studio.

Quest’ anno ad accendere i riflettori sul fenomeno è TuttoScuola, mensile specializzato sul settore scolastico pubblicato dal 1975. Lo fa con un dossier dal titolo «Maturità: boom di diplomi facili», un lavoro sui risultati degli esami di maturità appena pubblicati dal Ministero. Il risultato parla chiaro: esiste una sorta di turismo dei diplomifici (come scrive Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera commentando il dossier) che porta migliaia di persone verso scuole ‘compiacenti’ che garantiscono risultati certi in cambio di cifre che vanno dai tre ai diecimila euro ‘tutto compreso’.

Senonché si tratta di storia vecchia dicevamo; ma vecchia nel senso proprio della parola visto che la prima volta che il fenomeno della compravendita sistematica di titoli di studio finì sotto i riflettori della magistratura e degli organi di stampa risale ad almeno una quarantina di anni fa. Eravamo all’ inizio degli anni ‘90 quando a Poggiomarino, nel napoletano, vengono arrestati il titolare dell’ istituto privato “Settembrini” e la moglie (che figurava come gestore legale) assieme ai titolari di altre scuole del nord Italia nell’ ambito di un’ inchiesta su “diplomi facili” fatti ottenere mediante attestazioni di frequenza false, ovviamente in cambio di corresponsione di somme di denaro.

Più che una scuola privata, il “Settembrini” (con filiali a Montecatini Terme, Roma, Napoli e Cicciano) era un vero e proprio sistema per la vendita di diplomi facili, ‘inventato’ vent’ anni prima dell’ istituzione delle scuole paritarie e della riforma degli esami di maturità, ma il meccanismo utilizzato era lo stesso che descrive il dossier di TuttoScuola. Attestazioni di frequenza false per far risultare i candidati ‘interni’ all’ Istituto e commissioni compiacenti (con i commissari convinti da generose ‘dazioni’ che risulteranno poi dagli atti della magistratura).

Il meccanismo aveva rischiato di incepparsi nel 1983 per la denuncia di un docente che non aveva accettato di stare al gioco ed aveva riferito ai magistrati di Napoli che docenti delle Commissioni di esame e funzionari del ministero delle Pubblica istruzione, erano stati corrotti con somme di denaro e regali per favorire la promozione degli allievi. Finirono nel registro degli indagati i gestori, funzionari del Ministero e del Provveditorato agli Studi e numerosi docenti, imputati di associazione per delinquere e falso. Inspiegabilmente il processo venne continuamente rinviato finché il patron del “Settembrini”, intanto divenuto addirittura direttore della USL 33, non venne arrestato per questioni riguardanti proprio il suo incarico nella sanità e finì nel filone delle inchieste sulle guerre di camorra tra la NCO di Cutolo e la Nuova Famiglia. A quel punto tornò in ballo la denuncia del 1983 ed assieme a Raffaele Rosario Boccia e alla moglie Pasqualina Falanga furono coinvolti perfino magistrati e funzionari del Ministero con l’ inchiesta sul patrimonio della famiglia Boccia che si intrecciava con quelle del sequestro Cirillo e del processo Gava.

Rafele ‘o mbruglione e la moglie furono condannati. Venne dimostrato che vendevano i diplomi a prezzi tra i 10 ed i 30 milioni di lire e risultò la sua affiliazione al clan Alfieri. La sentenza definitiva di condanna della Cassazione arrivò nel 2006, dopo aver diplomato attestandone la regolare frequenza Rosetta Cutolo, la sorella di Raffaele, ex capo della Nuova Camorra Organizzata, ed Ernesto Bardellino, ex sindaco di San Cipriano di Aversa, fratello di Antonio, il fondatore del clan dei Casalesi poi ucciso in Brasile.

Vicenda chiusa? Ma neanche per sogno. Il sistema aveva funzionato alla grande per anni, perché fermarsi per quel malaugurato ‘intoppo’? Nacque così l’ “IseF – Istruzione e Formazione”. Stessi locali, stesso cognome dell’ Amministratore Unico, Antonio, il figlio di Raffaele. Ed a garantire il know-how accumulato negli anni di nuovo la madre, Pasqualina Falanga.

Nel frattempo era arrivata la legge sulla parità scolastica. Meno intoppi burocratici, meno “maniglie” da oliare, una pletora di aspiranti insegnanti pronti a lavorare gratis per accumulare punti nelle neo istituite Graduatorie Permanenti, poi diventate GAE. Ma la strategia ‘commerciale’ era sempre la stessa.

Nel 2011 finiscono di nuovo in tribunale. Ad intervenire è la Procura della Repubblica di Torre Annunziata con le Fiamme Gialle provinciali che sequestrano l’ edificio di Poggiomarino.

L’ allora ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini commentò “si tratta di un gravissimo episodio di malcostume che scredita le istituzioni scolastiche e la professionalita’ di tutti coloro che, negli istituti paritari, svolgono il proprio lavoro con onesta’ e impegno”, ignara forse che quanto stava accadendo era già accaduto pochi anni prima negli stessi luoghi e perfino con gli stessi attori.

Dai dieci milioni del Settembrini si era passati ai cinquemila euro (e circa due presenze mensili) per conseguire un diploma di maturita’ in vari orientamenti: dal liceo scientifico al tecnico professionale, dall’agricoltura al tecnico per le attivita’ sociali.

Con Antonio Boccia e la madre, formalmente dirigente scolastica generale amministrativa della scuola vengono indagate altre sei persone accusate di associazione per delinquere.

Per garantire i requisiti necessari della ”parità”’ scolastica riconosciuta dal ministero dell’Istruzione, negli anni scolastici compresi tra il 2008 e il 2010, circa l’80% degli studenti risultati iscritti all’IseF, e comunicati all’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania, erano persone inesistenti. Una condotta fraudolenta ottenuta falsificando le generalita’ di studenti iscritti ai corsi di studi per preservare i requisiti necessari alla scuola per avere i preziosi “esami in sede” e garantire il conseguimento ”facile” del diploma anche a studenti privatisti provenienti da altre Regioni d’Italia (risultarono candidati provenienti da Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Calabria, Basilicata, Puglia, Sicilia, Sardegna).

Alcuni studenti ”fuori sede” testimoniarono agli investigatori che le prove scritte quadrimestrali e gli esami di maturita’ avvenivano con il pieno supporto di alcuni insegnanti che consegnavano loro elaborati ”solo da copiare”, con le soluzioni dei quiz ”che circolavano in aula su foglietto”. Nella vicenda risultò coinvolto anche Raffaele Rosario Boccia, ex amministratore dell’Istituto, deceduto nel mese di agosto del 2010 e l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Poggiomarino, Salvatore Russo.

Una vicenda emblematica quella della famiglia Boccia che si conclude (almeno per la cronaca) con il sequestro del patrimonio di famiglia ammontante a cinque milioni di euro nel 2016. Emblematica anzitutto per la capacità di muoversi tra le pieghe delle norme e delle autorizzazioni ufficiali, ma anche per la tenacia nel riproporre, nonostante tutto, un modello decisamente efficace malgrado il cambiare dei tempi e delle norme e l’ attenzione ai famigerati diplomifici cresciuta negli anni.

Intanto nel 2014 la questione dei diplomifici era torna puntuale sui giornali. Stavolta però l’ angolazione non riguardava solo la spregiudicatezza dei gestori, ma la ‘complicità’ di fatto dei docenti disposti a tutto pur di accumulare punteggio e passare nei ruoli dello Stato.

A parlare al Fatto Quotidiano nel 2014 è Paolo Latella, segretario Unicobas della Lombardia, che con l’ aiuto di Facebook era riuscito a creare una vera e propria “cartina dello sfruttamento”. « Ho raccolto le testimonianze di oltre 500 docenti che lavorano nelle scuole paritarie senza essere retribuiti, o che ricevono solo 2-3 euro all’ora in cambio del punteggio per le graduatorie scolastiche. Si prestano a questo ricatto perché sanno che in futuro un buon punteggio li potrà aiutare ad entrare nel sistema pubblico dell’istruzione».

Nella mappatura di Latella c’ erano storie sui diplomifici da quasi tutte le province del Sud, ma anche casi anche dal Centro (Latina, Roma, Pescara) e dal Nord (Milano, Varese, Brescia, Sondrio, Pordenone, Trieste).

Antonio Siragusa de Il Fatto raccolse la testimonianza (ovviamente anonima) di un docente di una scuola paritaria della provincia di Napoli: «Mi davano delle buste paga fasulle, le firmavo senza ricevere alcun introito economico. Loro, in cambio, mi versavano i contributi, per cui io risultavo stipendiato. Si tratta di un ricatto vero e proprio  perché i proprietari dell’istituto ti fanno sentire questa condizione come un piacere che ti stanno facendo. Sanno che, se non ti presti tu a questo ricatto, ci sarà sicuramente qualcun altro che lo farà al posto tuo. È quasi un rapporto di schiavitù che si instaura tra noi e queste persone».

Il modello Boccia sembrava aver fatto scuola. «La parità scolastica – scriveva Siragusa -, entrata in vigore nel 2000, pone sullo stesso livello le scuole paritarie (private o gestite dagli enti locali) alle scuole pubbliche statali, previo accertamento da parte dell’Ufficio scolastico regionale del possesso dei requisiti di qualità ed efficacia previsti dalla legge. Il riconoscimento della parità permette a una scuola di rilasciare titoli di studio aventi valore legale e ai docenti di prestare un servizio di insegnamento cumulabile, in termini di punteggio, a quello svolto nelle scuole statali».

Va detto che in molti casi le paritarie svolgevano e svolgono una funzione importante di supporto alle carenze del sistema statale, soprattutto quelle più antiche, legate in genere ad ordini religiosi e soprattutto nella materna e nella primaria nelle zone dove il tempo pieno è una chimera. Senza contare che esistono paritarie di eccellenza, anche se costosissime, sparse a macchia di leopardo in tutta Italia.

Quello che già dieci anni fa era chiaro, però, era l’assenza di controlli e la difficoltà da parte del ministero di monitorare il mantenimento dei requisiti di qualità ed efficacia, oltre che il rispetto della legalità.

Già dieci anni fa era la Campania la meta preferita del turismo per il ‘diploma facile’. Le cause? Anzitutto una questione di numeri. Qui gli ispettori ministeriali sono appena tre e le scuole da monitorare, tra statali e non statali, più di 8mila, i controlli non possono arrivare in tutti gli istituti e, in alcuni casi, è emerso un sistema di collusione dei proprietari con le autorità di controllo. E’ successo all’”Achille Lauro” di Torre Annunziata, dove ad aprile 2013 l’intervento della Guardia di Finanza ha portato all’arresto di un ispettore dell’Ufficio scolastico regionale. O con il sequestro del “Luca Pacioli” di Nola che fece  emergere un sistema di collusione a tutti i livelli. E soprattutto una rete di ‘procacciatori di aspiranti diplomati’ diffusa prevalentemente al nord.

Le irregolarità più diffuse riguardano da sempre la scuola secondaria di primo e secondo grado, dove moltissimi docenti firmano false buste paga in cambio di lavoro non retribuito o retribuito pochissimo se non, addirittura, si pagano da soli anche i contributi. A completare il quadro la struttura delle commissioni degli esami di maturità. Se il vecchio Boccia cadde perché costretto a corrompere una commissione composta da tutti commissari esterni, con le commissioni miste o, peggio, con le commissioni fatte tutte da interni, il gioco è sempre più facile e meno costoso.

I docenti raramente denunciano il trattamento ricevuto, anzi: capita spesso che siano loro stessi a proporre patti al ribasso in cambio di punti riconosciuti nelle graduatorie e nelle procedure concorsuali statali. Con il paradosso di moltissimi docenti in cerca di raccomandazione per lavorare senza retribuzione nelle paritarie, malpagati o non pagati e consapevoli  di essere di fatto complici di gravi violazioni, come la truffa allo Stato o le false dichiarazioni di presenza degli studenti. E l’ onta del sospetto di aver lavorato nei diplomifici…

Quando il governo Monti costrinse i datori di lavoro a versare lo stipendio tramite bonifico bancario, la fantasia di datori ed assunti prese forme impensabili, con i datori che versavano lo stipendio chiedendone poi la restituzione in contanti.

Scrive Gian Antonio Stella su il Corriere «Due numeri: negli anni 90 gli ispettori che facevano le verifiche erano 696. Ne sono rimasti in servizio solo 24. Alcuni prossimi alla pensione. Ai quali si aggiungono 59 dirigenti tecnici con incarichi triennali che dovrebbero vigilare su circa 8 mila istituzioni scolastiche statali e circa 12 mila paritarie. Ottantatré ispettori per 20 mila scuole…». In Gran Bretagna ce ne sono duemila, in Francia tremila. Qui da noi si fatica perfino a bandire un nuovo concorso. Che poi sarebbe solo il terzo in trenta e passa anni…

E allora? La soluzione per Stella passa dall’ abolizione del valore legale del titolo di studio che indubbiamente azzererebbe il mercato dei titoli ‘facili’ e porterebbe al fallimento i diplomifici. Un modo per buttare il bambino con l’ acqua sporca, si potrà obiettare. Ma, conclude Stella «che senso ha restare inchiodati lì, alla scartoffia timbrata, in un contesto così»?

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