D'Istruzione pubblica. La scuola distrutta dal neoliberismo?
Un documentario a tesi sulla scuola italiana. Denuncia reale, spiegazione parziale. Le domande giuste restano senza risposta.
Il film di Federico Greco e Mirko Melchiorre ha scatenato un dibattito prevedibile — destra contro sinistra, innovatori contro nostalgici. Il problema è che nessuno dei contendenti fa la domanda giusta.
Il film, in breve
D'Istruzione pubblica è uscito nelle sale il 2 febbraio 2026. Lo firmano Federico Greco e Mirko Melchiorre, già autori di PIIGS (2016) sull'austerità nell'Eurozona e di C'era una volta in Italia (2022) sulla privatizzazione della sanità. È il terzo capitolo di una trilogia esplicita sul neoliberismo — la tesi da dimostrare - il che spiega molto sul metodo: una tesi precostituita, ricerca a supporto, montaggio orientato. Non è una critica in sé: tutta la saggistica militante funziona così. Il problema nasce se ci si dimentica di ricordarlo.
Il film individua trent'anni di riforme — da Bassanini-Berlinguer alla Buona Scuola — come strumenti di aziendalizzazione dell'istruzione pubblica. La pedagogia "per competenze", l'autonomia scolastica, la digitalizzazione forzata, la gestione manageriale degli istituti: tutto converge in un unico progetto di smantellamento deliberato. Protagonista del racconto è Lorenzo Varaldo, dirigente scolastico di Torino che si fa chiamare ancora "direttore didattico" — scelta che nel film vale come atto di resistenza simbolica.
La replica del DS Arte e i suoi limiti
Il preside fiorentino Ludovico Arte ha definito il documentario "pessimo" — "opera a tesi, semplificazione e mistificazione che salda lamentatio di sinistra contro il capitale e nostalgia reazionaria". Il giudizio, ripreso da Tecnica della Scuola e ampiamente circolato, ha generato oltre cento commenti e ha rilanciato il dibattito fuori dalle cerchie cinefile.
Arte ha ragione almeno su un punto: il film tende a rimpiangere una scuola del passato che era, nei fatti, autoritaria e classista — selettiva non per merito ma per provenienza sociale. Ignorarlo sarebbe intellettualmente disonesto.
Ma Arte non si accorge che anche la sua difesa dell'autonomia e dell'inclusione ha un sapore altrettanto ideologico. L'autonomia scolastica può essere libertà professionale — o può essere il cavallo di Troia della gestione manageriale, a seconda di come viene implementata. L'inclusione può essere conquista civile — o un alibi per abbassare le aspettative, quando si trasforma in personalizzazione sistematica che livella verso il basso. Proclamare che queste riforme siano "progressi" senza verificarne gli effetti reali è esattamente lo stesso errore speculare che Arte attribuisce al film.
I dati, che nessuno cita bene
Il documentario stesso cita ricerche OCSE che registrano un calo delle competenze degli studenti italiani equivalente — nelle loro parole — a circa mezzo anno scolastico in lettura e tre quarti in matematica. Sono numeri che andrebbero verificati puntualmente, ma la direzione del dato è confermata da più rilevazioni PISA successive al 2000. Il problema non è l'esistenza di un declino: su questo c'è convergenza. Il problema è l'interpretazione causale: il film attribuisce tutto al neoliberismo pedagogico, i difensori delle riforme attribuiscono tutto alla complessità sociale crescente. Entrambe le letture sono parziali.
Certo è che la scuola italiana ha allargato enormemente il suo bacino negli ultimi cinquant'anni — e allargarlo significa, per definizione, includere chi prima ne restava fuori, con tutte le differenze di capitale culturale familiare che questo comporta. Sostenere che i livelli medi siano calati senza tenere conto di questa variabile è un'operazione quantomeno superficiale, da qualunque parte la si faccia.
La domanda che manca: l'istituzione che si conserva
C'è però una chiave di lettura che né il film né Arte toccano, e che è probabilmente quella più utile per chi lavora nella scuola ogni giorno. Non si tratta di neoliberismo né di progressismo pedagogico: si tratta della logica dell'istituzione che si auto-conserva, indipendente dall'ideologia dichiarata.
Questa scuola del quieto vivere — per usare un'espressione che circola nel dibattito — non è un'invenzione del capitale né una conseguenza delle riforme Berlinguer. È una tendenza strutturale di ogni grande istituzione: la forma prevale sulla sostanza, la procedura sul risultato, la certificazione sulla formazione effettiva. Il docente che gonfia i voti per evitare conflitti con le famiglie non lo fa perché ha letto i documenti OCSE sull'orientamento al capitale umano. Lo fa perché l'istituzione premia chi non crea problemi e sanziona — informalmente, capillarmente — chi li crea.
Il film vede questo fenomeno ma lo spiega male, attribuendolo a una regia esterna. Arte lo nega, difendendo l'autonomia come spazio di libertà professionale. Entrambi hanno torto nella misura in cui cercano un colpevole esterno — il mercato, la nostalgia — invece di guardare ai meccanismi interni dell'istituzione.
Perché vale la pena guardarlo lo stesso
D'Istruzione pubblica è un film a tesi — e lo sa. La sua utilità non è nella risposta che propone, che è ideologicamente prevedibile, ma nelle domande che rimette in circolazione. La scuola ha guadagnato democrazia negli ultimi cinquant'anni: è vero, ed è un guadagno che non si può svendere. Ma ha anche perso qualcosa sul piano del rigore culturale, e fingere il contrario è il modo più efficace per non affrontarlo.
Il problema è che il dibattito pubblico sulla scuola italiana continua a svolgersi per fazioni — innovatori contro tradizionalisti, sinistra pedagogica contro destra nostalgica — e nessuna fazione ha interesse a fare le domande scomode. Perché la scuola promuove quasi tutti ma forma sempre meno? Perché la moltiplicazione delle certificazioni di bisogno educativo speciale è cresciuta in modo esponenziale proprio negli anni in cui diventava istituzionalmente conveniente averle? Chi guadagna dal fatto che la scuola sia diventata un luogo dove si gestisce la complessità invece di ridurla?
Queste domande non hanno risposta ideologica. Hanno piuttosto bisogno di una risposta empirica — e l'empiria, in questo dibattito, latita da entrambe le parti.