Fuori i mercanti dalla scuola!
Dove non c’è scuola, non c’è futuro
Riceviamo e pubblichiamo
Alla cortese attenzione della V.S redazione.
Il pugno di ferro utilizzato dal MIM in questi giorni ha scosso il mondo politico, sindacale e scolastico nazionale, in particolare quello delle quattro regioni commissariate dal Ministro Valditara per inadempienza rispetto all’applicazione del piano nazionale di dimensionamento scolastico. Razionalizzazione ed efficienza, rispetto del PNRR, queste sono le parole d’ordine che arrivano dal Ministero, a ricordarci che la Scuola non è più un pilastro sociale ma una grande azienda, in cui studenti, lavoratori e lavoratrici della scuola sono numeri. Il dimensionamento scolastico, quindi l’accorpamento o la soppressione di istituti scolastici per motivi organizzativi e di bilancio, presentato come una necessità tecnica per ottimizzare risorse, in realtà nasconde una visione riduttiva e aziendalistica della scuola pubblica. Applicare criteri di tipo aziendale alla scuola pubblica, come il numero minimo di alunni per mantenere un’autonomia significa snaturare la missione educativa dell’istituzione scolastica. La scuola non è un’azienda, è un presidio culturale, sociale e democratico. La sua funzione non può essere valutata in termini di costi e numeri. Accorpare più Istituzioni scolastiche sotto un’unica dirigenza significa aumentare il carico amministrativo per il personale Ausiliario Tecnico Amministrativo, dirigenti scolastici e docenti, esponendoli alla disponibilità per eventuali supplenze in altri plessi, distanti spesso anche diversi chilometri l’uno dall’altro e riducendo tempo ed energie da dedicare alla didattica e alla progettazione educativa. Le scuole diventano “macro-istituti” ingestibili, dove il rapporto umano tra docenti, studenti e famiglie diventa sempre più debole o scompare totalmente.
L’articolo 34 della Costituzione italiana sancisce il diritto all’istruzione per tutti. Il dimensionamento, invece, rischia di trasformare l’accesso alla scuola in un privilegio geografico, penalizzando chi vive lontano dai centri urbani. È una forma di disuguaglianza territoriale mascherata da efficienza.
La chiusura di una scuola è spesso il preludio allo spopolamento di un territorio. Dove non c’è scuola, non c’è futuro. Le famiglie si trasferiscono, le comunità si svuotano, e si innesca un circolo vizioso che mina la coesione sociale e lo sviluppo locale.
Il dimensionamento scolastico, non è una soluzione ma un problema. Serve una visione politica che metta al centro la scuola come bene comune, non come voce di spesa da tagliare. La vera efficienza si misura nella capacità di garantire pari opportunità educative, non nel numero di Istituzioni scolastiche chiuse.
Al contrario la mannaia del dimensionamento ha continuato e continua ad abbattersi minando l’autonomia dei territori e con essa l’universalità del diritto all’istruzione.
Sarebbe semplice attribuire alla destra la responsabilità di una svolta in chiave liberista della Scuola ma non possiamo certo dimenticare origini e percorso della stessa.
Non possiamo dimenticare che a dare il via a quello sciagurato processo di razionalizzazione delle Istituzioni Scolastiche è stata la legge Bassanini alla quale ha dato seguito il DPR 275/99, emanato dal Ministro Luigi Berlinguer, che ha conferito alle scuole “autonomia didattica, organizzativa e di ricerca, superando il centralismo ministeriale per adattare l'offerta formativa alle esigenze locali”. Se questo era l’intento, di certo non è stato raggiunto. Le esigenze e le istanze locali sono state disattese e le politiche di razionalizzazione hanno inasprito le già presenti criticità specie in alcuni territori, pensiamo ad esempio all’altissimo tasso di dispersione scolastica in Sardegna, che supera il 20%.
L’allora Ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer nel governo Prodi fu il pioniere del dimensionamento. L’avvicendamento di governi di centro destra e centrosinistra non ha certamente prodotto una discontinuità sul terreno dell’autonomia scolastica né, tantomeno, ha contrastato le politiche di drastica razionalizzazione degli Istituti scolastici.
La “Buona Scuola” del governo Renzi ha decisamente e ulteriormente spianato la strada al lavoro di smantellamento della Scuola Pubblica che, con il ministro Valditara ha raggiunto livelli inaccettabili.
Oggi, dopo il commissariamento delle quattro regioni: Sardegna, Umbria, Toscana e Emilia Romagna, si levano le voci indignate dei governatori. Pur ritenendo legittime e doverose le obiezioni fatte, non possiamo che rilevare e condannare l’azione politica portata avanti negli anni da coloro che si fregiano pubblicamente di essere degni eredi di Gramsci, ma che di fatto hanno contribuito a snaturare e radere al suolo la Scuola Pubblica facendola sprofondare nelle più becere logiche del mercato. Così, in una nota il Partito della Rifondazione i Giovani Comunisti Sardegna PRC – S.E, Enrico Lai Segretario Regionale PRC Sardegna e Lucia Brocca responsabile Dipartimento Scuola Regionale PRC Sardegna.