Generazione armata: perché i nostri figli escono con il coltello (e non solo) - Dott.ssa Filomena Labriola
Generazione armata: perché i nostri figli escono con il coltello (e non solo)
Dall'analisi di Filomena Labriola, pedagogista e già Giudice Onorario Minorile, emerge un quadro allarmante: l’arma come accessorio identitario e l'illusione dell'impunità digitale. Serve un patto di corresponsabilità tra Stato e agenzie educative.
La violenza giovanile in Italia sta cambiando volto e intensità, assumendo contorni sempre più preoccupanti. Le cronache e le statistiche più aggiornate delineano un quadro senza precedenti: negli ultimi dieci anni, le denunce e gli arresti di minori per porto abusivo di armi hanno registrato un incremento verticale del 455%. Questo dato shock, emerso dalle ultime analisi sulla criminalità minorile e ripreso dai principali report di monitoraggio sociale come quelli di Save the Children e del Servizio Analisi Criminale, fotografa una realtà in cui l’arma bianca (come il coltello) è diventata un accessorio quasi "ordinario" nel corredo dei giovanissimi dove la violenza e l’aggressione vengono usati dai giovani com ecodice di comunicazione. Se un decennio fa il possesso di un’arma era un’eccezione legata a contesti di criminalità organizzata, oggi assistiamo a una diffusione capillare che attraversa diverse classi sociali e contesti geografici.
“L'introduzione di armi nei contesti di aggregazione quotidiana, dalle piazze della movida fino alle scuole, impone una riflessione urgente non solo sulle misure di controllo, ma soprattutto sulle radici di un disagio psicologico e sociale che la pandemia ha accelerato e che le istituzioni faticano oggi a contenere.”
La radice del disagio: l'arma come unico linguaggio d'identità
Gli episodi che hanno scosso l'opinione pubblica italiana descrivono uno scenario allarmante, in cui aggressività e possesso di un'arma bianca, spesso un coltello, sono diventati una consuetudine tra i giovanissimi. “Le ragioni che spingono un adolescente a girare armato sono molteplici. Può trattarsi di pura devianza giovanile legata a contesti criminali, ma spesso il gesto prescinde da qualsiasi appartenenza. In molti casi, l’arma diventa il mezzo distorto per rispondere a un imperativo esistenziale: io esisto. È proprio nel tentativo di soddisfare questo bisogno di affermazione che si imbocca la strada più pericolosa e sbagliata” spiega la pedagogista. “Siamo di fronte a una percezione di sé e della realtà circostante profondamente negativa: l'arma diventa necessaria per legittimare la propria presenza, trasformandosi in uno strumento distorto per affrontare le difficoltà quotidiane. Sorge quindi una domanda spontanea: in che modo la nostra società, fino ai vertici della politica internazionale, gestisce il conflitto? Spesso la risposta è la violenza, declinata in forma armata, economica o comunicativa, quest'ultima tristemente diffusa anche tra le mura domestiche.”
Tali azioni ci rivelano una gioventù che adotta la violenza e l'aggressione come vero e proprio codice comunicativo. Assistiamo a un agire sociale violento che sfocia frequentemente in atti criminali estremi, fino alla morte di persone. Probabilmente, la ragione risiede nell'incapacità di accettare e tollerare la frustrazione, derivante anche solo da un richiamo o da un semplice "no".
Oltre la cronaca: il mancato ascolto e il cambiamento del modello familiare
Negli episodi più recenti assistiamo a una netta polarizzazione tra vittima e carnefice, figure che tuttavia, a un'analisi più profonda, tendono a sovrapporsi. Il nodo cruciale risiede nella dinamica relazionale: chi è rimasto inascoltato? Quale bisogno è stato ignorato al punto da esplodere in violenza? Resta da capire se siamo davvero pronti a interrogarci sulla qualità dell'ascolto e della comunicazione che offriamo all'interno delle principali agenzie educative, come la famiglia e la scuola. “Questo fenomeno può essere collegato al cambiamento del modello familiare: il passaggio da una famiglia normativa, che dettava regole spesso non condivise e indiscutibili, a una famiglia affettiva. È importante non dare un’accezione negativa a quest’ultimo termine: la famiglia affettiva non coincide con l'assenza di regole, ma con un sistema che pone attenzione allo scambio relazionale, alle emozioni e alla loro spiegazione.”
È però una famiglia che sembra aver dimenticato il proprio ruolo normativo, ignorando l'importanza di quei "no" necessari alla crescita. Anche nel contesto scolastico si osservano episodi di rifiuto della frustrazione, come l'incapacità di accettare un insuccesso dovuto al mancato impegno. Di conseguenza, è necessario sostenere la famiglia nel difficile compito di educare e poi puntare ad un patto di corresponsabilità tra i diversi enti. Bisogna inoltre porre uno sguardo vigile sulle dinamiche legate al disagio,che può sfociare in devianza e la criminalità organizzata. Le grandi organizzazioni traggono vantaggio da agire antisociale: gli adolescenti possono diventare le nuove leve del potere. In tale contesto, una certa affermazione e il possesso economico rafforzano un'identità che altrimenti non troverebbe realizzazione, né una direzione positiva per lo sviluppo del proprio sé.
Dal controllo alla cura: la necessità di un “esercito di educatori”
Naturalmente, questi episodi non scaturiscono mai dal vuoto. Senza alcuna intenzione di giustificare la violenza, le scienze umane si pongono l’obiettivo di comprendere il fenomeno, assemblando molteplici elementi per fornirne una spiegazione e, laddove possibile, adottare strategie di riparazione o risoluzione. Se la linea politica prevalente è quella di "clinicizzare" ogni comportamento rendendolo patologico, la direzione intrapresa è errata: la priorità per la società e la politica deve essere la prevenzione. “Lavorare sulla prevenzione significa, innanzitutto, formare gli addetti al settore a una comunicazione autentica ed efficace. Tali figure devono essere coadiuvate da personale esperto che le aiuti a interpretare le necessità dei giovani. La risposta non può essere la militarizzazione, la quale, pur avendo una funzione di deterrenza, non rappresenta la soluzione definitiva. Ciò di cui abbiamo realmente bisogno è un esercito di educatori professionisti che operino sul campo.”È necessario uno Stato che si coalizzi per dar vita a un vero patto di corresponsabilità tra territorio, politica, forze di sicurezza, scuola e parrocchie. Tuttavia, il fulcro deve essere la figura adulta: dobbiamo investire sulla formazione degli adulti, affinché diventino capaci di leggere, comprendere e rispondere ai bisogni del mondo giovanile. “Quando un adolescente impugna un’arma, la risposta non può esaurirsi nella sola condanna” sostiene la dott.ssa Labriola. “È importante agire attraverso percorsi di recupero, la messa alla prova e, soprattutto, secondo il principio della giustizia riparativa, un concetto applicabile anche agli adulti. Limitarsi alla punizione richiama la riflessione di Michel Foucault sullo Stato che sorveglia e punisce, se questo metodo viene però traslato nelle agenzie educative, come la famiglia e la scuola, i risultati sono fallimentari.” L'esperienza legislativa recente, come il Decreto Caivano, ha puntato sull'inasprimento delle pene. Sebbene lo Stato debba dare risposte decise, la severità delle sanzioni non può essere l'unica soluzione. Lo dimostra il fenomeno dei femminicidi: nonostante l'introduzione del Codice Rosso e di numerosi protocolli normativi, l'incidenza della violenza sulle donne continua ad aumentare. Questo conferma che il solo blocco repressivo è insufficiente.
Effetto social: la violenza come contenuto per la reputazione online
“In questo scenario, i media giocano un ruolo cruciale. I modelli proposti dai social esercitano un'influenza fortissima: la realtà odierna è segnata dal paradosso per cui l’esposizione digitale diventa prioritaria rispetto al vissuto stesso, portando alla nascita delle identità iperconnesse. L'immagine privata diventa un "iper-self" dove la reputazione online premia spesso la spettacolarizzazione del negativo” (TikTok, testi musicali, YouTuber).Un nodo critico è rappresentato dalla percezione di impunità. Molti adolescenti ignorano che, al superamento dei 14 anni, scatti la piena responsabilità penale. Commettere un atto violento e filmarlo è un "doppio reato" le cui conseguenze sono spesso sottovalutate. È dunque prioritario che l’educazione civica includa una formazione specifica sul concetto di punibilità.
L’importanza di figure stabili all’interno delle scuole
Risulta indispensabile supportare i ragazzi nel dare un nome alle proprie emozioni (rabbia, angoscia, tristezza). “La prima misura che richiederei domani è l’inserimento in pianta stabile di figure esperte all'interno delle scuole. È fondamentale superare la logica delle progettualità temporanee per garantire una presenza costante che possa coadiuvare l’insegnante. Il docente deve potersi dedicare all'istruzione; non gli si può richiedere un sovraccarico di compiti educativi che esulano dalle sue mansioni” conclude la pedagogista. L'analisi dei comportamenti a rischio impone un'attenzione rigorosa verso i segnali premonitori: distacco emotivo, distanziamento dagli adulti e linguaggi aggressivi. In ultima analisi, è necessaria una rinnovata educazione socio-affettiva, essenziale per contrastare alla radice anche i tragici fenomeni di violenza di genere.
BIO
Filome LabriolaPedagogista, dottore di ricerca e docente in Scienze delle relazioni umane. Svolge attività di consulenza e formazione in ambito educativo, con particolare attenzione ai processi di corresponsabilità tra scuola, famiglia e territorio, alla tutela dell’infanzia e alla consulenza pedagogica nei contesti giuridici. Esperta interventi a sostegno della genitorialità.
È stata Presidente regionale dell’Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani (ANPE) per Puglia e Basilicata, ruolo attraverso il quale ha promosso iniziative formative, partecipato a tavoli tecnico-istituzionali e contribuito al dibattito pubblico sulle politiche educative, già Giudice Onorario Minorile.
Combina attività professionale, formativa e di advocacy per la professione pedagogica.