I giorni dell'abbandono

Continuitá didattica e ottimizzazione della sede, il binomio assente che distrugge la scuola

03 giugno 2026 16:15
I giorni dell'abbandono - La Voce della Scuola
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Gli ultimi giorni di scuola sono i giorni dei saluti, e lo sono sempre piú spesso per tutti i docenti. In un sistema scolastico in cui nessuno investe sulla continuitá didattica, gli ultimi giorni di scuola sono, in veritá, i giorni dell'abbandono, quei giorni in cui la maggior parte dei docenti ormai, si chiede se il lavoro di un anno intero sia stato vano oppure no. Ci sono frasi di circostanza con cui ci si consola reciprocamente quando si è in procinto di lasciare una classe per il solito ignoto, la classica è: "un buon insegnante lascia sempre il segno", certo, da chi ama disquisire sui massimi sistemi va pure bene, in veritá peroʻ, la domanda che un buon insegante si pone è un'altra: "se è andata bene, quanto ancora avrei potuto fare per loro?". E naturalmente non potrá farlo, perché se si tratta di un docente precario, dovrá giá solo ringraziare per aver lavorato, se di ruolo poi dipende, perché siccome la maggior parte dei docenti di ruolo deve penare anni per ottimizzare la sede di servizio, ogni anno si gioca la carta della mobilitá prima, e dell'assegnazione provvisoria dopo, a meno che non sia bloccato dal vincolo, a cui di base tutti provano, se sono fuori sede, "chissá perché", a sfuggire. Il problema è che le soluzioni per il personale scolastico si prendono sempre troppo alla leggera, o meglio alla larga, senza mai centrare il cardine intorno al quale dovrebbero muoversi tutte le politiche scolastiche: ogni docente vuole lavorare nella sua provincia di residenza, e non é un capriccio quanto piuttosto una necessità, perché chi sceglie di insegnare non lo fa certo per i lauti guadagni, e quando non si guadagna abbastanza bisogna lavorare ognuno a casa propria. Nei fatti, invece, si fanno voli pindarici intorno a questa ovvietà e chi ne paga le spese, oltre ai docenti, sono gli alunni. Se è impensabile che un bambino o un adolescente cambi genitori ogni anno, perchè mai dovrebbe cambiare i suoi insegnanti, che sono la seconda agenzia educativa dopo mamma e papá? Il sistema lo prevede solo in teoria: i docenti si cambiano ad ogni passaggio di grado, stop. Invece il cambio avviene di continuo, anche piú di uno nell'arco di un anno scolastico, e poi ci lamentiamo che abbiamo perso autorevolezza, che non c'è piú rispetto, che si sono persi i valori, e bla bla bla. Eppure non c'è bisogno di essere pedagogisti per comprendere che educare richiede presenza e costanza, e che un educatore deve essere innanzitutto un punto di riferimento. Invece noi, per come stanno le cose, stiamo rafforzando la stessa precarietá che i ragazzi giá vivono, purtroppo, finanche in ambito familiare, stiamo insegnando loro che, di base, panta rei, tutto scorre, è fluido, inafferrabile, del tutto instabile e tremendamente, inevitabilmente precario. Quando un docente, proprio in questi giorni, saluta i suoi alunni sapendo che non li rivedrá piú, e avverte sulla pelle quel senso di impotenza che fin troppi conoscono, è quello il momento esatto in cui la scuola ha fallito, quando una classe ti si stringe intorno chiedendoti perché te ne vai, perché non puoi restare, e tu sai che è difficile finanche spiegarlo, ecco, in quel momento, se anche è tangibile la bontá del tuo lavoro, il fallimento lo supera. E allora possiamo dibattere quanto vogliamo di emergenza educativa, di violenza, di disinteresse, di mancanza di ascolto e di tutto quello che ci pare, ma nulla potrá mai sostituire un buon insegnante che c'è, rispetto ad uno che se ne va.

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