I giovani hanno salvato la Costituzione (o forse no)
I giovani hanno votato No in massa. L'affluenza è una buona notizia. Che sapessero su cosa, è un'altra questione.
Elly Schlein esulta. I sociologi applaudono. I colleghi di educazione civica si sentono finalmente ripagati. Hanno tutti torto, ma con stile da ammirare.
Il dato è lì: tra gli under 34, il No ha vinto con oltre il 60%. Ventidue punti sopra gli over 55, che si sono spaccati quasi a metà. «Hanno fatto la differenza i giovani», ha detto Schlein. Sottinteso: consapevoli, formati, eredi di una cultura democratica che finalmente matura. In Italia, quando un risultato ci piace, lo chiamiamo coscienza civica.
Chi insegna sa che la distanza tra il voto di un diciottenne e la comprensione di ciò su cui ha votato può essere siderale. Il referendum sulla giustizia chiedeva di pronunciarsi su separazione delle carriere, composizione del CSM, Alta Corte disciplinare. Materia da giuristi, lontano dall'ora settimanale di educazione civica infilata tra Costituzione e Agenda 2030.
Eppure l'educazione civica torna come spiegazione rassicurante. È la stessa logica che porta a scrivere "obiettivi raggiunti" su una programmazione che nessuno leggerà. Ci si consola con il processo, non con l'esito. È una forma di igiene mentale, non di pedagogia.
Il voto giovanile si spiega meglio con tre moventi che nessuno ha voglia di nominare.
Il primo: la paura del presente. Una generazione che ha attraversato pandemia, caro-affitti e precarietà strutturale sviluppa un riflesso conservativo paradossale. Meglio non toccare niente. Non è saggezza costituzionale. È stanchezza con diritto di voto.
Il secondo: la protesta per delega, contro chi ha il potere ai tempi delle guerre incomprensibili. Meloni voleva il Sì: quindi no. È una logica emotivamente coerente e intellettualmente pigra. Usare un quesito sulla separazione delle carriere per mandare un messaggio al governo è tecnicamente possibile. È anche l'unico modo in cui molti hanno partecipato al merito della questione.
Il terzo è il più scomodo: la suggestione della consapevolezza. I ragazzi hanno percepito che "difendere la Costituzione" era la posizione giusta nell'ambiente di riferimento, e hanno votato di conseguenza. Non manipolazione, ma socializzazione politica. Da qui a chiamarla consapevolezza, il passo è lo stesso che porta a chiamare cultura il possesso di uno smartphone.
L'affluenza al 59% — quasi il triplo del referendum del 2022 sulla stessa materia — è l'unica notizia inequivocabilmente buona della giornata. Gli italiani sono tornati a votare. Non è poco, in un paese che aveva trasformato l'astensione in forma di protesta permanente.
Ma partecipazione non è sinonimo di consapevolezza. Si può tornare alle urne per stanchezza, per protesta, per senso del gregge. Si può votare con convinzione su basi fragili. La democrazia lo consente, e fa bene a consentirlo. La scuola, però, non dovrebbe festeggiare come se avesse fatto il suo lavoro, specialmente se i giudici festeggiano al suono di "o bella Ciao". Le generazioni che sta educando hanno una sola caratteristica in comune: hanno paura. Del futuro. E quindi del presente.