Il 25 aprile certo, ma questa piazza anche no
La Brigata ebraica cacciata dal corteo, le bandiere ucraine bruciate. La piazza del 25 aprile, la memoria e la propaganda che è il suo contrario
Ogni anno, all'avvicinarsi del 25 aprile, nelle scuole italiane si prepara qualcosa: una lettura, un documento, un incontro, talvolta uno spettacolo.
In genere si tratta di panegirici perfino melensi nella loro ritualità. Come contraltare c'è chi, con una certa soddisfazione, ricorda che la Resistenza italiana fu militarmente marginale rispetto alle dinamiche della seconda guerra mondiale.
E i numeri, in effetti, non smentiscono questa lettura. Ma è la domanda ad essere sbagliata. Il 25 aprile non ha liberato l'Italia nel senso in cui Eisenhower liberava un fronte. Piuttosto ha rifondato una nazione che aveva scelto il fascismo, perso la guerra e si era ritrovata allo sbando.
Non una questione militare, ma di riconoscimento, di chi si era e di chi si voleva diventare. È da lì che sarebbe nata la Repubblica, non dalle vittorie sul campo.
Poi, ogni anno, puntuale come una cambiale, arriva la cronaca delle piazze e complica il lavoro.
Quest'anno il copione si è ripetuto con precisione quasi didattica. A Milano, poco prima della partenza del corteo da Porta Venezia, gruppi pro-Palestina hanno contestato con fischi e cori la presenza della Brigata ebraica, quei volontari ebrei che combatterono (e morirono) contro i nazisti. La polizia in assetto antisommossa ha dovuto scortare lo spezzone fuori dal percorso. Qualcuno, tra la folla, ha ritenuto appropriato e “antifa’” urlare agli ebrei presenti "siete solo saponette mancate".
A Roma, un gruppo di manifestanti con bandiere ucraine è stato contestato e aggredito da componenti dell'estrema sinistra; le bandiere sono state strappate e incendiate, mentre i cacciati si allontanavano cantando "Bella Ciao".
Il cortocircuito è completo, e sarebbe persino efficace come esempio da analisi del testo Gli stessi simboli della Resistenza usati per legittimare l'esclusione.
Il meccanismo che si ripete nelle piazze del 25 aprile non riguarda Gaza né l'Ucraina in sé. Riguarda uno strumento di propaganda più antico e più comodo, la trasformazione della memoria in tribunale. Si stabilisce quale lutto vale, quale resistenza è autentica, quale bandiera è ammessa. La Brigata ebraica non sfilava con la stella di David di Netanyahu ma con la memoria di chi combatté il nazismo con le armi. Ma la distinzione tra uno Stato e la sua storia, tra un governo e un popolo, tra un crimine e una tradizione, in piazza non trova spazio. La semplificazione è la moneta corrente.
Chi insegna storia sa che questa logica non è nuova. Sa anche che è esattamente la logica contro cui il 25 aprile, nella sua versione più esigente, dovrebbe vaccinare.
Il problema, per i docenti, non è prendere posizione su Gaza o sull'Ucraina in classe, altro capitolo, legittimo e perfino necessario. Il problema è che la piazza istituzionale della Liberazione si è trasformata in un luogo in cui portare certi simboli espone a violenza, e in cui la memoria collettiva viene gestita come una lista d'invitati. Il dovere di chi insegna è spiegarlo agli studenti. È possibile, ma è soprattutto necessario, una lezione di educazione civica offerta in diretta.
Forse il contributo più utile che la scuola può dare, in questo momento, è aiutare a tenere separati i piani. Il 25 aprile come data storica, la fine di un regime, il prezzo pagato da uomini e donne reali, rimane intatto e non negoziabile. La piazza-manifestazione è un'altra cosa: è un fenomeno politico contemporaneo, con le sue contraddizioni, le sue derive e i suoi protagonisti. Insegnare a distinguerli serve a conservare la memoria del passato ed è l’unico modo per esercitarla correttamente.