Dirigenti Scolastici: immissioni in ruolo, mobilità e graduatorie. Tutti hanno ragione, nessuno ha torto
DS 2023: immissioni, mobilità e graduatorie. Tutti i fronti aperti, tutte le interpretazioni in campo. Chi ha ragione e chi fa finta di averla.
Succede ogni anno, con la regolarità di un rito stagionale. Nelle redazioni dei giornali specializzati nel raccontare la scuola arrivano contributi firmati da singoli o da comitati, che spiegano per filo e per segno cosa dovrebbe succedere, come dovrebbe succedere, e si chiudono invariabilmente con appelli alla politica e ai sindacati: fate rispettare la legalità, difendete i lavoratori. Il registro è sempre quello dell'urgenza civile. Il contenuto, quasi sempre, è la tutela di una posizione specifica.
Quest'anno il rito si è consumato con qualche settimana di anticipo sui tempi canonici, luglio, quando vengono assegnati gli incarichi triennali a tutti i dirigenti, compresi i neoassunti, complice la pressione accumulata da circa 1.900 persone in attesa di immissione in ruolo. Vincitori del concorso ordinario 2023, idonei non vincitori dello stesso concorso, vincitori del concorso riservato (che del concorso ordinario del 2017 è sostanzialmente la coda). A questi si aggiungono circa un migliaio di dirigenti scolastici già in ruolo, immobilizzati fuori dalla regione di appartenenza dal 2019, che da anni tentano il rientro per via giudiziaria senza finora ottenerlo.
La caratteristica comune di tutte le posizioni in campo è una sola: a seconda di chi parla, la legalità, il rispetto della norma e la trasparenza significano cose diverse. È quello che tecnicamente si chiama interpretazione. Interessata.
La procedura del Ministero
Il 30 marzo il Ministero ha illustrato ai sindacati la procedura che intende adottare per le immissioni in ruolo. L'obiettivo dichiarato era calmare le acque già agitate da pareri legali pronti a trasformarsi in nuovi ricorsi. L'effetto è stato l'irrigidimento di tutte le posizioni.
La procedura si articola in tre fasi sequenziali. Prima si accantonano i posti necessari per i vincitori del concorso ordinario regionale (idonei compresi) fino allo scorrimento completo della graduatoria. Se in una regione ci sono 50 posti disponibili e 50 o più candidati nella graduatoria ordinaria, tutti i posti vanno a quella graduatoria. Se i candidati sono meno di 50, i posti residui passano alla seconda fase, quella della mobilità interregionale, che assorbe il 100% dei posti rimasti. Solo se dopo la mobilità avanzano ancora posti, o se nel frattempo se ne sono liberati per i trasferimenti in uscita, si entra nella terza fase: almeno il 60% dei posti residui va agli eventuali idonei dell'ordinario ancora in graduatoria, il resto alla graduatoria nazionale del concorso riservato, senza vincolo territoriale. In assenza di graduatorie regionali, si parte con la mobilità e si procede con il 100% dei posti alla graduatoria nazionale del concorso riservato.
La logica è lineare. Le contestazioni, però, sono già partite su tutti i fronti.
I DS fuori regione: prima la mobilità
I dirigenti immobilizzati fuori regione dal 2019 hanno provato più volte la via giudiziaria sostenendo che, prima di procedere a nuove assunzioni, l'amministrazione avrebbe dovuto garantire la mobilità a chi era già in ruolo. I tribunali hanno finora respinto questa tesi. L'ultima sentenza in questo senso è di febbraio. Ma altri ricorsi sono pendenti e l'esito non è scontato.
Sul merito della procedura ministeriale, i DS fuori regione contestano anche la prima fase. Il loro rappresentante, Nazario Malandrino, sostiene che gli idonei non vincitori non possano essere equiparati ai vincitori a pieno titolo: non andrebbero loro riservati posti nella prima fase, ma immessi in ruolo solo in terza fase, dopo la mobilità. L'effetto pratico sarebbe un aumento immediato dei posti disponibili per i trasferimenti interregionali.
È un'interpretazione che per gli idonei è, comprensibilmente, inaccettabile. Ma ci sono sentenze che vengono citate a supporto della distinzione tra vincitori e idonei, e questo basta ad alimentare il fronte. Se quella lettura prevalesse, gli idonei nelle regioni del sud potrebbero aspettare l'immissione in ruolo anche quattro o cinque anni. Una prospettiva che l'amministrazione, a nostro parere, difficilmente vorrà assumersi.
I vincitori del riservato: il 60 e 40 su base diversa
I vincitori del concorso riservato, la cosiddetta coda del 2017 che per i prossimi tre anni verrà immessa prevalentemente nelle regioni del nord, propongono una lettura alternativa della terza fase. Secondo loro, l'accantonamento dei posti dovrebbe sì avvenire sulla base dei vincitori dell'ordinario regione per regione, ma quel contingente andrebbe poi ripartito nella misura del 60% all'ordinario e 40% al riservato.
Va precisato che la norma non dice "60 e 40" ma "almeno 60" e "fino al 40": la formulazione lascia margini. Nel merito, però, l'interpretazione non convince. L'accantonamento regionale esiste proprio perché chi è in quella graduatoria può entrare solo in quella regione. Decurtarlo per alimentare una graduatoria nazionale non ha una logica sistematica evidente. Staremo a vedere se al Ministero e poi i tribunali la penseranno diversamente.
Su questo punto i vincitori del riservato trovano una convergenza tattica con i DS fuori regione: entrambi guadagnerebbero da un ampliamento della quota soggetta alla ripartizione 60/40, sia pure per ragioni diverse.
La politica e il pressing delle lobby
La vera variabile impazzita della situazione, però, non è la norma, ma la pressione che i diversi gruppi esercitano sulla politica. Non è una novità di questo concorso. È la costante storica dei concorsi DS.
Il dato che dovrebbe far riflettere è questo: dal concorso ordinario del 2017 usciranno alla fine circa 5.500 assunzioni, a fronte delle poco meno di tremila originariamente programmate, con una durata complessiva vicina al decennio e un rapporto di un assunto ogni sei partecipanti. Dal concorso ordinario del 2023, il rapporto sarà di uno su trentacinque.
Non è un'anomalia: è proprio il sistema. E lo conferma il fatto che i gruppi di pressione dei candidati sentano il bisogno di ringraziare pubblicamente per gli emendamenti che li favoriscono. Niente di illegale. Ma l'impressione che si ricava è quella di una navigazione a vista, in cui le regole vengono scritte, riscritte e reinterpretate a seconda di chi riesce a farsi sentire di più.
Come andrà a finire
Secondo il presidente dell'ANP Antonello Giannelli, gli ultimi immessi in ruolo dalle graduatorie attuali ci saranno nel 2030-31, con un nuovo concorso atteso tra il 2028 e il 2029. Entreranno tutti, o quasi: l'eccezione sarà chi nel frattempo raggiungerà i requisiti pensionistici.
I vincitori del riservato finiranno in larga parte lontano da casa, alimentando la prossima generazione di DS fuori regione. I DS fuori regione attuali potranno rientrare quasi tutti, ma il conflitto si riaprirà non appena i nuovi immessi dal riservato proveranno a fare lo stesso.
Nel frattempo, il lavoro di dirigente scolastico, di cui tutti si lamentano, continuerà ad essere appetibile: la retribuzione non è misera, e le responsabilità, enormi sulla carta, restano assai poco concrete sul piano reale.
La variabile che nessuno cita abbastanza è la contrazione demografica. L'ISTAT stima una perdita di circa 100.000 studenti all'anno. Il dimensionamento scolastico ha già prodotto un primo assaggio di quello che verrà. È difficile pensare che la scuola resti nelle dimensioni attuali per un altro decennio. E se le scuole si riducono, si riducono anche i posti da dirigere. Questo è il contesto dentro cui si gioca la partita delle graduatorie, dei ricorsi e degli emendamenti. Vale la pena tenerlo a mente.