Il futuro della Sardegna passa dal lavoro di qualità

Samuele Canu, Coordinatore FeLSA CISL Sassari, riflette su spopolamento, giovani e sviluppo dei territori

A cura di Diego Palma Diego Palma
06 luglio 2026 19:05
Il futuro della Sardegna passa dal lavoro di qualità - Samuele Canu, Coordinatore FeLSA CISL Sassari
Samuele Canu, Coordinatore FeLSA CISL Sassari
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Lo spopolamento, il lavoro giovanile e il rafforzamento delle comunità locali sono stati tra i temi centrali del Seminario FQTS dedicato al futuro della Sardegna. In questa intervista, Samuele Canu, Coordinatore FeLSA CISL Sassari, offre il punto di vista del sindacato sulle principali sfide che interessano l'Isola, soffermandosi sulla necessità di promuovere lavoro di qualità, politiche attive, formazione e partecipazione delle nuove generazioni. Una riflessione che guarda oltre la sola dimensione occupazionale e richiama la responsabilità condivisa di istituzioni, parti sociali e Terzo Settore nel costruire una Sardegna più inclusiva, capace di offrire opportunità e prospettive di futuro.

Durante il Seminario FQTS è emerso con forza il tema dello spopolamento come una delle principali emergenze della Sardegna. Dal suo osservatorio sindacale, quali sono le cause più profonde di questo fenomeno e quali politiche ritiene indispensabili per invertire questa tendenza?

Quando si parla di spopolamento, il primo pensiero va inevitabilmente alla mancanza di lavoro. Ed è vero: soprattutto nelle aree interne e nei territori più fragili, la carenza di opportunità occupazionali pesa molto. Ma il fenomeno riguarda anche la qualità della vita, il benessere complessivo e le prospettive che un territorio è in grado di offrire.

Molti giovani e molte famiglie lasciano la Sardegna non perché il lavoro manchi in assoluto, ma perché è sempre più difficile trovare un'occupazione stabile, tutelata e coerente con il proprio percorso di studi e le proprie aspirazioni.

Come FeLSA CISL Sardegna incontriamo ogni giorno lavoratrici e lavoratori in continua transizione: persone in somministrazione, collaboratori, tirocinanti, partite IVA, lavoratori autonomi e giovani che si affacciano al mercato del lavoro attraverso rapporti non standard. Persone che chiedono strumenti, tutele e opportunità per costruire una reale autonomia e progettare il proprio futuro.

Per invertire questa tendenza servono politiche capaci di tenere insieme lavoro dignitoso, politiche attive del lavoro – e non soltanto ammortizzatori sociali –, orientamento continuo, formazione permanente, bilateralità, servizi di prossimità, trasporti efficienti, sostegno all'abitare e una maggiore attenzione alla conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.

L'obiettivo non deve essere semplicemente quello di trattenere le persone, ma di rendere i nostri territori luoghi in cui sia ancora possibile scegliere di vivere, lavorare e costruire un progetto di vita.

Il lavoro giovanile è stato uno dei temi trasversali affrontati durante il seminario. Quale ruolo possono svolgere le nuove generazioni nel rilancio dell'Isola e cosa devono fare istituzioni, parti sociali e Terzo Settore per creare le condizioni affinché i giovani scelgano di costruire qui il proprio futuro?

Le nuove generazioni hanno un ruolo decisivo nel rilancio della Sardegna, ma devono essere messe nelle condizioni di partecipare realmente. Lo dico anche da trentaduenne: troppo spesso si parla dei giovani solo in termini di problemi, perché partono, perché non trovano lavoro o perché sembrano poco coinvolti. In realtà rappresentano una risorsa straordinaria, capace di portare innovazione sociale, competenze, creatività e una naturale capacità di interpretare i cambiamenti del nostro tempo.

Sindacato, istituzioni, imprese, scuola, università, Terzo Settore e parti sociali condividono una responsabilità comune: creare contesti che permettano ai giovani non solo di restare, ma di scegliere consapevolmente se restare o ritornare.

Questo significa investire in un orientamento serio e continuativo, nell'accompagnamento al lavoro, nella formazione professionalizzante, nel riconoscimento delle competenze, nel sostegno all'autoimpiego e nella tutela delle forme di lavoro più fragili, garantendo un accesso reale ai diritti.

Significa anche smettere di considerare la precarietà come una tappa inevitabile. Un tirocinio, una collaborazione, una missione in somministrazione o una partita IVA possono rappresentare opportunità di crescita solo se inseriti in percorsi trasparenti, qualificanti e tutelati. Diversamente rischiano di trasformarsi in vicoli ciechi.

In un contesto segnato da profondi cambiamenti economici e sociali, quale ruolo può svolgere il sindacato nel promuovere inclusione, qualità del lavoro e sviluppo delle comunità locali? E quale visione di Sardegna ritiene possibile attraverso una maggiore collaborazione tra istituzioni, Terzo Settore e parti sociali?

C'è una frase che sintetizza bene il nostro modo di intendere il sindacato: "Se tu sei solo un lavoratore, noi siamo solo un sindacato." È un messaggio che ci ricorda ogni giorno la nostra missione: rappresentare e tutelare le lavoratrici e i lavoratori, promuovendo diritti, sicurezza, formazione e qualità del lavoro.

Oggi questo significa soprattutto essere accanto a chi vive percorsi occupazionali sempre meno lineari, offrendo ascolto, informazione, orientamento e accompagnamento. Il sindacato è, prima di tutto, un presidio di prossimità, capace di leggere i bisogni delle persone e trasformarli in rappresentanza.

Una collaborazione stabile tra istituzioni, Terzo Settore e parti sociali può contribuire a comprendere meglio le esigenze delle comunità e a costruire percorsi realmente partecipati.

La Sardegna che immaginiamo è una regione che mette la persona al centro, valorizza le reti territoriali già esistenti e crea condizioni migliori per vivere, lavorare e partecipare alla vita delle comunità. È un percorso certamente complesso, ma possibile se fondato su responsabilità condivisa, lavoro di qualità e coesione sociale.

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