Il pasticciaccio del CCNI mobilità: quando la contrattazione non può decidere

Il CCNI mobilità firmato il 10 marzo: le decisioni si prendono altrove e la categoria non sciopera su ciò che la riguarda davvero.

15 marzo 2026 09:56
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La firma del CCNI sulla mobilità 2025-2028, sottoscritto il 10 marzo 2026 con la cancellazione di alcune deroghe ai vincoli concordati tra governo e sindacati più di un anno prima, è passata quasi inosservata fuori dal mondo della scuola. Eppure rappresenta uno degli episodi più significativi degli ultimi anni per capire come funzionano oggi le relazioni sindacali nel settore dell'istruzione. Non tanto per il contenuto del contratto definitivo, quanto per ciò che la vicenda rivela: un sistema in cui le decisioni fondamentali vengono prese altrove e la contrattazione collettiva finisce per gestire margini sempre più ristretti.

Pacta servanda sunt? Dipende…

L'accordo risale al gennaio 2025, quando le organizzazioni sindacali concordano con il Ministero una serie di deroghe al vincolo triennale introdotto per i docenti neoassunti. Tra queste, la possibilità di chiedere trasferimento per ricongiungimento ai figli fino ai 16 anni o ai genitori ultrasessantacinquenni. Il contratto integrativo è una disciplina triennale e il risultato della contrattazione è una mediazione tra le esigenze di continuità didattica delle scuole che faticano a trovare insegnanti — concentrate nel profondo Nord — e i diritti familiari di chi accetta un posto lontano da casa — concentrati soprattutto al Sud.

Il problema emerge mesi dopo, quando la mobilità è ormai conclusa. Nell'ottobre del 2025 arrivano i rilievi del Ministero dell'Economia e della Funzione Pubblica: alcune deroghe risultano incompatibili con la normativa vigente e con gli impegni assunti dall'Italia nel quadro del PNRR. La Missione 4 prevede misure per garantire maggiore stabilità dei docenti nelle scuole e ridurre la rotazione del personale. Interviene la legge di bilancio, che salva il primo anno di applicazione ma impone il ridimensionamento delle deroghe negli anni successivi.

La tempistica lascia perplessi. Le regole vengono concordate all'inizio del 2025, la mobilità viene organizzata e conclusa sulla base di quelle regole, e solo nell'autunno dello stesso anno emergono le incompatibilità. In un sistema amministrativo complesso come quello della pubblica amministrazione, i controlli di compatibilità dovrebbero essere parte integrante del processo negoziale, non una verifica postuma. A dire il vero qualche segnale c'era già stato: durante la mobilità 2025 alcuni docenti avevano segnalato il rigetto di domande presentate sulla base delle deroghe previste, casi riportati anche da La Tecnica della Scuola. Col senno di poi, quei rigetti indicavano che l'amministrazione stesse già applicando un'interpretazione prudenziale di un accordo che non aveva ancora raggiunto valore giuridico pieno.

E i sindacati che fanno?

Le organizzazioni firmatarie hanno spiegato che i margini di manovra erano limitati: i vincoli derivavano dalla legge e dagli impegni europei, quindi la contrattazione non poteva modificarli. Firmare era l'unico modo per salvare almeno una parte delle deroghe. È una spiegazione tecnicamente corretta. È anche, però, la fotografia di un problema strutturale: se le decisioni strategiche vengono prese a livello legislativo o europeo, il contratto integrativo rischia di diventare uno strumento che gestisce dettagli tecnici — punteggi, precedenze, modalità procedurali — senza incidere sulle scelte fondamentali.

Va aggiunto un elemento che raramente viene detto esplicitamente: i sindacati confederali della scuola esercitano il loro potere negoziale più per diritto istituzionale che per forza numerica.

Intendiamoci, la scuola è uno dei comparti con più tessere sindacali attive. Ha una tessera sindacale più del sessanta percento dei lavoratori della scuola. Ma la partecipazione agli scioperi, cartina di tornasole della capacità di mobilitazione reale, resta ancorata a percentuali bassissime, da anni inferiori al dieci percento dei lavoratori in servizio.

Questa fragile capacità di mobilitazione si riflette sulla capacità di pressione politica reale. L'ultimo sciopero nazionale del comparto (adesione attorno all’un percento), promosso il 9 marzo da FLC CGIL su temi legati alla parità di genere, si è svolto appena due giorni prima della firma del contratto sulla mobilità.

La coincidenza temporale ha colpito molti docenti per la dissonanza sui temi generali della mobilitazione, stridente con la successiva accettazione al tavolo dei vincoli su questioni direttamente legate alle condizioni di lavoro. Il sindacato nella scuola pubblica, insomma, sembra aver perso la capacità di mobilitare la categoria sui temi che la riguardano più direttamente sostituendola con mobilitazioni su argomenti che però non sembrano avere presa sui lavoratori.

Il nodo vero

Allora è colpa dei lavoratori? Non esattamente. Questo ragionamento rimanda al problema che resta sistematicamente sullo sfondo del dibattito sindacale sulla scuola: la oggettiva scarsa attrattività della professione docente.

Gran parte delle battaglie degli ultimi anni si è concentrata su mobilità, graduatorie e procedure di reclutamento — questioni importanti, ma che riguardano l'organizzazione amministrativa del lavoro. Molto meno spazio è stato dedicato al nodo principale: gli stipendi della scuola risultano poco competitivi rispetto ad altre professioni che richiedano un analogo livello di istruzione, e nelle regioni economicamente più dinamiche del Paese molte scuole faticano già oggi a trovare docenti, soprattutto nelle discipline scientifiche e nel sostegno.

In questo contesto la partita della mobilità è ridotta ad una valvola di compensazione per rendere plausibile accettare un ruolo a centinaia di chilometri da casa, nella prospettiva di un successivo riavvicinamento. Ma è evidente che non risolve nulla di strutturale. Il sistema continuerà a oscillare tra carenze di personale al Nord e forte pressione per i trasferimenti verso il Sud finché insegnare resterà una scelta residuale — l'opzione di chi non riesce a trovare altro di stabile, piuttosto che una professione che attrae chi potrebbe anche scegliere diversamente.

La vicenda del CCNI sulla mobilità non è un cortocircuito amministrativo isolato. È la fotografia di una trasformazione più profonda: le decisioni strategiche vengono prese fuori dalla contrattazione, il sindacato gestisce margini ridotti con una rappresentanza reale più debole di quanto la forma istituzionale lasci intendere, e la categoria non si mobilita sui temi che la riguardano davvero. In questo scenario la domanda su chi possa cambiare le regole del lavoro a scuola ha una risposta implicita scomoda: nessuno, finché insegnare non tornerà ad essere una scelta tra diverse possibilità.

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