Il ragazzo con il coltello e il segnale che non sappiamo leggere

Il coltello di un tredicenne come segnale debole: non un mostro, ma il prodotto razionale di un sistema che non sa più dire chi siamo.

28 marzo 2026 21:13
Il ragazzo con il coltello e il segnale che non sappiamo leggere - La Voce della Scuola
La Voce della Scuola
Condividi

E se l’aggressione del tredicenne all’insegnante di Trescore Balneario non fosse semplicemente il folle gesto di un ragazzino disadattato? Se non fosse un caso clinico ma un segnale debole, un’informazione rivelatrice di qualcosa di sistemico?

Io metterei da parte la diagnosi che arriva puntuale ogni volta, fatta di considerazioni sui ragazzi più violenti, le famiglie assenti, i social che diseducano, la scuola impreparata. Eviterei anche le prescrizioni di rito, quelle a base di più controlli, più psicologi, più educazione emotiva, più limiti. Perché è una risposta che funziona benissimo soprattutto come rassicurazione collettiva senza pensare di cambiare niente, la cura di un sintomo che trascura la malattia.

Se il ragazzo non fosse un caso isolato e nemmeno un mostro?

Il ragazzo viveva con la madre, il padre era una figura dalla quale non riceveva riconoscimento — tanto da volerlo uccidere, scrive nella lettera che si è premurato di diffondere (in inglese) prima dell’ “insano gesto”. A quanto pare era già seguito professionalmente per il conflitto con la professoressa. I compagni lo descrivevano come tranquillo, a volte divertente, fondamentalmente solo. Su TikTok pubblicava video su come costruire ordigni. Su Telegram ha trasmesso l'aggressione in diretta. L’impressione è che non cercasse affatto di non farsi scoprire, piuttosto che cercava un pubblico.

Il dettaglio della diretta è il più interessante. La violenza pianificata nei dettagli non aveva senso senza spettatori. L'atto in sé non bastava: doveva diventare un contenuto, doveva essere visto, condiviso, commentato. È la logica dei social applicata a un'aggressione con il coltello, non una deviazione dalla norma digitale ma la norma digitale portata alle sue conseguenze estreme.

Ivan Illich, negli anni Settanta, aveva già visto qualcosa che episodi come questo sembrano rivelare. La società, e con lei la scuola, diceva Illich, serve soprattutto a insegnare dipendenza dal sistema. Il curriculum nascosto che i ragazzi imparano a scuola non è la matematica o il francese, ma l'interiorizzazione del fatto che il tuo valore viene certificato da qualcun altro, che esiste una gerarchia legittima di giudizio e che senza istituzioni non sai se vali e quanto vali.

La scuola è diventato il luogo destinato a produrre certificazioni utili al cittadino-consumatore, non persone formate.

Per Illich il soggetto andava liberato da questa dipendenza, magari abolendo la scuola. Non immaginava che mezzo secolo dopo aver elaborato la sua teoria, il mercato digitale lo avrebbe fatto al suo posto suo. Così, oggi, la rete ha smontato l'autorità della scuola come luogo di definizione del valore personale (quanto vali sulla base del voto che prendi), ma non per restituire autonomia agli studenti, piuttosto per sostituire una dipendenza con un'altra, stavolta perfino più vorace: l'algoritmo. Quello che stabilisce quanto conti in rete, non certifica competenze ma certifica visibilità. Un parametro infinitamente più volatile, più arbitrario, più crudele della pagella.

Il risultato è un soggetto strutturalmente instabile. La scuola continua a dire che vale in base a quello che sa. L'algoritmo gli dice che vale in base a quanti lo guardano. La famiglia — sempre più spesso — gli dice che vale comunque, sempre, a prescindere, per definizione. Tre sistemi di valore incompatibili, tutti e tre incapaci di fornire quello che promettono.

Intanto, la scuola non può più garantire che il merito venga riconosciuto. L'algoritmo, da parte sua, non garantisce visibilità permanente. La famiglia non può sostituire il riconoscimento esterno con l'amore interno.

In questo sistema la risposta adattiva razionale per eccellenza è il narcisismo. Lo aveva scritto Christopher Lasch nel 1979. Anche lui mezzo secolo fa. Se il tuo valore dipende dallo sguardo degli altri e quello sguardo è sempre a rischio, l'unica strategia coerente è difenderlo con tutti i mezzi disponibili. Un narcisismo che non è un vizio morale ma un orientamento sociale prodotto da una cultura che ha trasformato ogni relazione in competizione e ogni giudizio in minaccia.

Il ragazzo di Trescore ha tredici anni, vive con la madre, non ha amici, un padre assente, una professoressa che lo mortificava. Nonostante i suoi tentativi nemmeno i social lo hanno riconosciuto.

È rimasto senza nessuno capace di dirgli che esiste. Non la scuola, non la famiglia, non la rete. A questo punto la violenza non è più derubricabile a sfogo emotivo, ma diventa un tentativo disperato di esistere, di entrare nel campo visivo di qualcuno e contare, anche solo per un giorno, anche solo su Telegram.

La madre compiacente e il padre assente avranno responsabilità sul ragazzino, ma non sono la causa di questo sistema. Sono anzitutto loro un suo prodotto, proprio come il figlio. Anche loro sono cresciuti in una cultura che ha promesso riconoscimento continuo senza poterlo garantire. Anche loro sono senza strumenti per insegnare qualcosa che in realtà non hanno mai imparato, ovvero che il valore non si misura, non si certifica, non si guadagna con un coltello.

In questo contesto la scuola è l'istituzione più esposta e meno attrezzata. Continua a parlare il linguaggio della comunità, della crescita, della valutazione formativa, a soggetti che intanto interiorizzano un sistema di valori completamente diverso. E lo fa per inerzia strutturale, perché nessuno ha deciso cosa deve diventare la scuola in un mondo che ha già deciso come si misura il valore di una persona.

Roberta Bruzzone, criminologa seguita da molti, ha commentato l’accaduto scrivendo che non è che stiamo crescendo ragazzi più violenti, ma ragazzi che non sanno cosa farsene della loro rabbia. Ed è vero, ma la domanda successiva — perché non lo sanno, e chi gliel'avrebbe dovuto insegnare, e perché non lo sa fare nemmeno l'istituzione che dovrebbe farlo — quella domanda è la più importante. E portarla fino in fondo significa ammettere che il problema non si risolve con più psicologi nelle scuole o più controlli ai cancelli.

Significa sottintendere che il sistema produce esattamente quello che dovrebbe produrre.

Il ragazzo di Trescore è un segnale debole di quanto oggi produciamo. E la cosa peggiore è che sappiamo già come ignorarlo.

Segui Voce della Scuola