Il silenzio che divide: il minuto di raccoglimento per Papa Francesco, la denuncia di ADUC e la nuova battaglia sulla laicità delle scuole
Il 26 aprile 2025, alle 10 in punto – mentre in piazza San Pietro si celebravano le esequie di Papa Francesco, morto il 21 aprile – in ogni edificio pubblico italiano sono riecheggiati soltanto i rint...
Il 26 aprile 2025, alle 10 in punto – mentre in piazza San Pietro si celebravano le esequie di Papa Francesco, morto il 21 aprile – in ogni edificio pubblico italiano sono riecheggiati soltanto i rintocchi delle campane. Le bandiere italiana ed europea a mezz’asta, «manifestazioni in forma sobria», un minuto di silenzio imposto tramite circolare congiunta di Palazzo Chigi e Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM). Per gli istituti scolastici chiusi il sabato, la circolare disponeva di recuperare il raccoglimento lunedì 28, primo giorno di rientro dopo il ponte del 25 aprile.
La scelta ha scatenato subito un’ondata di proteste. Molti studenti e docenti hanno raccontato di essersi sentiti “obbligati” a partecipare, senza alcuna possibilità di dissenso. «Chi ha provato a rimanere seduto o uscire dall’aula è stato redarguito», denuncia l’Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori (ADUC), che parla di “abuso di potere” e annuncia querela alla Procura di Firenze contro il MIM. L’accusa ruota attorno a un principio chiave: la scuola pubblica è costituzionalmente laica; se lo studente può esonerarsi dall’ora di religione, deve poterlo fare anche da una cerimonia religiosa, sia pure in forma di silenzio.
Per ADUC, guidata da Vincenzo Donvito Maxia, la circolare calpesta l’articolo 19 della Costituzione (libertà di culto) e, indirettamente, l’articolo 33 (libertà dell’insegnamento). «Non esiste più una religione di Stato dal 1984; costringere tutti a commemorare il capo di una confessione è un precedente pericoloso», spiega il presidente, ricordando che già nel 2005 – per la morte di Giovanni Paolo II – l’allora ministro Moratti parlò di “facoltà” e non d’obbligo.
Sul fronte opposto, diversi dirigenti scolastici difendono la circolare richiamando il decreto della Presidenza del Consiglio che ha proclamato il lutto nazionale. «È un atto di coesione civile, non di culto», sostengono, citando la prassi osservata per figure considerate simboliche, dal presidente Pertini all’attentato di Nassiriya. Ma i critici fanno notare che neppure per la morte di Silvio Berlusconi, avvenuta con lutto nazionale nel 2023, il governo impose un minuto di silenzio nelle aule; in quel caso le scuole si fermarono solo “spontaneamente”, come successe per l’omicidio di Giulia Cecchettin.
La vicenda ha fatto irruzione nel dibattito politico. I partiti di area cattolica – da Noi Moderati a un’ala di Forza Italia – lodano la scelta di «onorare un papa che ha saputo parlare a credenti e non credenti». Le opposizioni laiche (Più Europa, Avs) chiedono invece di revocare la circolare e di “istituire criteri oggettivi” per le commemorazioni, con consultazione del Parlamento. Intanto l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR) ha chiesto al Garante dell’Infanzia di verificare «l’eventuale violazione del diritto dei minori alla libertà di coscienza».
Al di là della cornice giuridica, il caso fotografa un’Italia in rapida trasformazione culturale. Secondo i dati ministeriali, nell’anno scolastico 2023-24 oltre 1 milione 160 mila alunni (16,2 % del totale) hanno scelto di non frequentare l’ora di religione; a Firenze la quota supera il 50 %. Questa crescita del pluralismo rende più sensibile ogni intervento che sembri privilegiare il culto cattolico. «È un cortocircuito tra tradizione e società multiculturale», osserva la sociologa Chiara Giaccardi, «e la scuola è il primo spazio dove il conflitto emerge».
In difesa del provvedimento, il ministro Valditara ha ricordato che il minuto di silenzio è «un gesto universale di rispetto, non di adesione religiosa». Nella stessa nota, però, il MIM ha pubblicato una seconda circolare invitando i docenti a modulare verifiche e compiti per evitare sovraccarichi: un tentativo, dicono i sindacati, di «cambiare discorso» mentre infuria la polemica.
Dal punto di vista strettamente legale, la partita si giocherà su due norme: il decreto-legge 22/2025 che ha formalizzato il lutto nazionale e l’articolo 97 della Costituzione sull’imparzialità dell’amministrazione. Se il decreto avesse valore di fonte primaria, la circolare non sarebbe arbitraria; ma ADUC sostiene che il decreto stesso eccede i limiti della laicità e quindi può essere disapplicato dal giudice ordinario. In assenza di una decisione della Consulta, la Procura di Firenze potrebbe chiedere l’archiviazione o rinviare la questione al TAR.
Gli storici ricordano che l’Italia ha adottato minuti di silenzio in contesti molto diversi: dal disastro di Vermicino (1981) alla strage di Capaci (1992). «Il principio comune», spiega il costituzionalista Roberto Zaccaria, «è la condivisione di un lutto percepito come collettivo. Il problema sorge quando un simbolo religioso rischia di essere trasformato in obbligo civile». La Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza Lautsi vs. Italia (2011), riconobbe ampia discrezionalità agli Stati in materia di simboli, ma precisò che nessuno può essere costretto a partecipare a un atto di culto.
Nel frattempo, nelle aule la discussione prosegue. Alcuni studenti dei licei romani hanno lanciato l’hashtag #SilenzioLibero: «Non siamo contro il Papa, siamo contro l’imposizione», scrivono. Dall’altra parte, l’associazione Agesc dei genitori cattolici pubblica un video di ringraziamento: «Quel minuto ci ha uniti oltre le differenze». Il paradosso è che il gesto pensato per unire rischia di lasciare un Paese più diviso di prima.
Quale che sia l’esito giudiziario, il caso apre un interrogativo destinato a tornare: quale spazio pubblico per la religione in un’Italia che, pur rimanendo a maggioranza cattolica, conta ormai quasi un terzo di non praticanti e oltre 2,6 milioni di residenti di fede diversa? Il governo potrà limitarsi a difendere la circolare, ma la società chiede regole chiare e condivise. Altrimenti il prossimo minuto di silenzio, anziché un momento di raccoglimento, rischia di diventare l’ennesimo detonatore di polemiche.