Istat, 1,7 milioni di donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni

Proposta al ministro Valditara: rafforzare l’educazione alla legalità per prevenire gli abusi e facilitare l’accesso dei minori alla tutela

A cura di Redazione Redazione
17 settembre 2026 10:08
Istat, 1,7 milioni di donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni - Violenza sulle donne, la scuola non può più restare in silenzio
Violenza sulle donne, la scuola non può più restare in silenzio
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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione sui dati contenuti nel rapporto Istat Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta – Anno 2025, che delineano un fenomeno di dimensioni tali da richiedere una risposta pubblica capace di affiancare all’azione repressiva una più incisiva strategia di prevenzione, soprattutto nei contesti nei quali bambini e adolescenti possono acquisire conoscenze utili a comprendere situazioni potenzialmente lesive e a chiedere tempestivamente protezione.

Secondo la rilevazione, l’8,2% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni, poco meno di un milione e 650 mila, e il 3,4% delle straniere, circa 73 mila, dichiarano di avere subito almeno una violenza sessuale prima dei sedici anni. Considerando insieme violenze fisiche e sessuali, il fenomeno riguarda circa tre milioni di italiane, pari al 15,3%, e oltre 244 mila straniere, pari all’11,4%. Nel confronto con il 2014, riferito alla fascia di età tra 16 e 70 anni, la percentuale delle violenze sessuali subite prima dei sedici anni scende dal 10,6% al 7,8%. La diminuzione merita attenzione, ma non modifica la rilevanza sociale del fenomeno né la necessità di intervenire sulle condizioni che ne ostacolano l’emersione.

Particolarmente significativo è il fatto che oltre il 58% delle vittime di violenza sessuale subita da piccole non ne abbia parlato con nessuno. A rendere più difficile la richiesta di aiuto contribuisce anche la prossimità dell’autore: i dati mostrano infatti un’incidenza rilevante di parenti, amici e amici di famiglia. Quando la violenza si sviluppa all’interno di una relazione familiare o fiduciaria, la dipendenza dall’adulto, la paura delle conseguenze e la difficoltà di comprendere pienamente la natura della condotta possono impedire al minore di rappresentare ciò che sta accadendo e di rivolgersi all’esterno.

È proprio su questa distanza tra abuso ed emersione che, secondo il CNDDU, occorre intervenire. La protezione prevista dall’ordinamento diventa realmente efficace quando il minore può accedere a informazioni comprensibili, riconoscere l’esistenza di limiti che nessun adulto è autorizzato a oltrepassare e sapere che esistono persone, servizi e autorità ai quali rivolgersi.

Il quadro normativo attribuisce alla prevenzione un rilievo specifico. La Convenzione sui diritti del fanciullo, ratificata dall’Italia con la legge 27 maggio 1991, n. 176, contempla misure legislative, amministrative, sociali ed educative per la protezione dei minori dalla violenza e dall’abuso. La legge 3 agosto 1998, n. 269 ha rafforzato la tutela contro lo sfruttamento e la violenza sessuale, mentre la Convenzione di Lanzarote, resa esecutiva con la legge 1° ottobre 2012, n. 172, ha consolidato il sistema di prevenzione, protezione delle vittime minorenni e contrasto agli abusi sessuali.

Alla luce della gravità dei dati, il CNDDU rivolge al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, la proposta di valutare un potenziamento dell’educazione alla legalità nelle scuole, attribuendole una più definita funzione di prevenzione delle forme di violenza e abuso sui minori.

La proposta consiste nell’integrare, secondo contenuti e linguaggi adeguati alle diverse fasce d’età, la conoscenza essenziale delle norme che proteggono l’integrità personale con informazioni chiare sui comportamenti che oltrepassano i limiti consentiti dall’ordinamento e sui percorsi attraverso i quali un minore può chiedere aiuto. La finalità non è introdurre nelle classi una trattazione specialistica del diritto penale, ma rendere comprensibile la funzione concreta della norma nella vita quotidiana e far acquisire progressivamente agli studenti la consapevolezza che determinati comportamenti rimangono illeciti anche quando provengono da una persona conosciuta, da un familiare o da un adulto investito della loro fiducia.

L’educazione alla legalità assumerebbe così una funzione preventiva concreta: non affidare al minore il compito di accertare un abuso o di attribuirgli una qualificazione giuridica, ma metterlo nelle condizioni di comprendere che una determinata condotta può richiedere l’intervento di un adulto affidabile e di conoscere i canali attraverso i quali ottenere protezione. La conoscenza della norma, se proposta in maniera proporzionata all’età, può contribuire a ridurre quell’area di inconsapevolezza, paura e isolamento nella quale la violenza rischia di rimanere nascosta e di reiterarsi.

A questa azione dovrebbe corrispondere una formazione specifica del personale scolastico. La scuola non può assumere funzioni investigative, sanitarie o giudiziarie, ma deve conoscere con chiarezza le procedure da seguire quando emerge una possibile situazione di abuso, i limiti delle proprie competenze e le modalità di raccordo con i servizi sociali e sanitari e con le autorità preposte alla protezione del minore. Rendere uno studente maggiormente consapevole senza predisporre un contesto adulto capace di riceverne correttamente la richiesta di aiuto rischierebbe infatti di lasciare incompleto l’intervento preventivo.

Il CNDDU ritiene che un simile potenziamento debba essere inserito in una programmazione stabile, evitando che la prevenzione venga affidata esclusivamente a iniziative occasionali o alla disponibilità delle singole istituzioni scolastiche. L’efficacia dell’intervento dipende dalla continuità educativa, dalla preparazione professionale e dal coordinamento tra scuola e servizi territoriali, nel rispetto delle differenti responsabilità attribuite dall’ordinamento.

La prevenzione presenta inoltre una rilevanza economica che non può essere trascurata. Le conseguenze delle violenze subite nell’infanzia possono protrarsi nel tempo, incidendo sulla domanda di prestazioni sanitarie, psicologiche, sociali e giudiziarie e interferendo con i percorsi scolastici, formativi e lavorativi. Destinare risorse alla prevenzione, alla formazione del personale e al funzionamento delle reti territoriali deve pertanto essere considerato anche come investimento pubblico volto a contenere costi sociali che possono manifestarsi e accumularsi nel lungo periodo.

La stessa rilevazione Istat evidenzia una forte associazione tra le esperienze di violenza precedenti ai sedici anni e quelle riferite nell’età adulta. La quota di donne che dichiara violenze fisiche o sessuali da adulte, pari al 31,9% tra le italiane e al 27,4% tra le straniere, raggiunge rispettivamente il 57,2% e il 56,8% tra coloro che riferiscono di averne subite anche prima dei sedici anni. Il dato non consente di stabilire un automatismo causale, ma rafforza la necessità di considerare l’intervento precoce una componente strutturale delle politiche di prevenzione.

Per il CNDDU, il dato secondo cui oltre la metà delle vittime non abbia parlato con nessuno durante l’infanzia rappresenta il punto sul quale concentrare l’attenzione istituzionale. Ridurre il tempo che separa una situazione di abuso dalla possibilità di chiedere protezione significa intervenire su uno degli aspetti che rendono la violenza più difficile da individuare.

La proposta rivolta al ministro Valditara muove da questa esigenza: fare dell’educazione alla legalità non soltanto un momento di conoscenza delle regole, ma uno strumento preventivo attraverso il quale gli studenti possano comprendere la funzione protettiva della legge e conoscere i percorsi istituzionali di aiuto. Alla maggiore consapevolezza dei minori deve corrispondere una scuola preparata a intercettare una richiesta e a indirizzarla, senza improprie sovrapposizioni di competenze, verso i soggetti cui spetta intervenire.

Anticipare la tutela significa agire prima che il silenzio renda più difficile l’emersione della violenza. È su questo terreno che scuola, formazione del personale e rete dei servizi possono concorrere a rendere effettiva una prevenzione che non intervenga soltanto dopo il danno, ma cerchi di ridurre le condizioni che ne favoriscono l’occultamento e la reiterazione.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

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