La lezione muta del professor Di Giacomo

Le riforme riscrivono programmi e metodi. Ma in aula contano esperienza, autorevolezza e memoria professionale

17 ottobre 2026 11:09
La lezione muta del professor Di Giacomo -
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La mia idea del mestiere dell’insegnante nasce da una mattina lontana, all’Istituto Magistrale di Vittoria. Il professor Di Giacomo, amico del collega Bufalino, entrò in aula, salì sulla cattedra rialzata di un gradino, salutò e si sedette. Aprì la cartella, ordinò il registro e i documenti. Poi tacque.

I minuti passarono. In classe cresceva l’impazienza; bastava però un suo sguardo a spegnerla. Solo dopo quasi un’ora si presentò e illustrò il programma.

Ma la lezione più importante era già avvenuta. Senza rimproveri né minacce, aveva stabilito ruoli, distanza e autorevolezza. Negli anni successivi quello stile non cambiò: nessuna mancanza di rispetto, nessuna continua battaglia per ristabilire le regole.

Non è un metodo da imitare alla lettera, né un modello valido per ogni epoca. È la prova, però, che un docente insegna prima ancora di spiegare: con il comportamento, le abitudini professionali, il modo di abitare l’aula.

Da quel silenzio nasce una domanda ancora attuale: quanto del saper insegnare viene dai programmi e quanto, invece, dai maestri, dall’osservazione e dall’esperienza?

La distanza tra le riforme e l’aula

Ogni riforma promette di cambiare la scuola: nuovi programmi, nuove metodologie, nuovi obiettivi. È necessario. Le leggi tutelano diritti, organizzano le istituzioni e possono ridurre le disuguaglianze. Ma tra la scuola scritta e quella vissuta resta uno spazio decisivo: l’aula.

Lì non esistono situazioni identiche. Ogni giorno il docente incontra capacità, fragilità e storie diverse. Quando uno studente non capisce, un errore ritorna o la classe non reagisce, non basta consultare una norma. Bisogna osservare, interpretare e decidere, spesso in pochi secondi.

È qui che entra in gioco il vero capitale professionale dell’insegnante: una conoscenza costruita con lo studio, certo, ma anche con tentativi, fallimenti, confronto fra colleghi e memoria dei propri maestri.

Quarant’anni davanti agli studenti

Ho insegnato lingua e cultura italiana a Düsseldorf dal 1970 al 2010. In quarant’anni ho imparato che conoscere una regola non significa saperla spiegare. Tra il sapere e il far capire ci sono gli esempi giusti, l’ordine delle parole, la capacità di individuare il punto in cui nasce l’errore.

Lo stesso vale per la gestione della classe, la correzione di un elaborato, l’incoraggiamento di chi è in difficoltà. Sono competenze lente: alcune si possono descrivere, altre si apprendono soprattutto osservando insegnanti esperti e lavorando accanto a loro.

Tradizione non significa nostalgia

Difendere questa esperienza non vuol dire ripetere il passato. Gli studenti cambiano, la società cambia, gli strumenti cambiano. Ogni generazione deve verificare ciò che ha ricevuto: conservare le pratiche utili, correggere quelle superate, abbandonare quelle inefficaci.

La tradizione didattica è viva solo se viene trasformata. Un giovane docente può avere una preparazione teorica eccellente e avere comunque bisogno di tempo per costruire la sicurezza che nasce da centinaia di situazioni reali.

Per questo la formazione non può fermarsi ai corsi. Servono affiancamento, confronto tra generazioni, osservazione reciproca e spazi nei quali gli insegnanti possano raccontare ciò che ha funzionato — e ciò che non ha funzionato.

Una legge non entra da sola in classe

Le riforme possono indicare la direzione, ma non produrre automaticamente competenza. Una norma può fissare un obiettivo; non può scegliere la spiegazione più efficace per quella classe, in quel momento.

Alle istituzioni spetta garantire il diritto all’istruzione, le risorse e condizioni di lavoro adeguate. Agli insegnanti spetta trasformare gli obiettivi in apprendimento. Per riuscirci servono preparazione, giudizio professionale e tempo per sperimentare.

Il cambiamento non avviene quando una legge viene approvata. Avviene quando raggiunge i banchi e migliora davvero ciò che gli studenti imparano.

Il patrimonio che perdiamo

Ogni volta che un docente esperto lascia la scuola rischia di scomparire una biblioteca invisibile: situazioni affrontate, spiegazioni elaborate, errori riconosciuti, soluzioni sperimentate.

Una parte di questo sapere vive nei libri e nella ricerca. Un’altra resta nella memoria delle persone. Se non la raccogliamo, va perduta.

Occorre creare occasioni in cui gli insegnanti esperti possano documentare le proprie pratiche e discuterle con i colleghi più giovani. Non per trasformare ogni ricordo in una regola, ma per sottoporlo al confronto con altri contesti e con la ricerca educativa.

Il sapere che nessuna riforma può decretare

In quarant’anni di insegnamento ho ricevuto qualcosa dai miei maestri, l’ho messo alla prova e l’ho trasformato. Molto di ciò che ho imparato non era scritto in alcun programma: veniva dall’osservazione, dagli errori e dalla necessità di trovare una risposta concreta.

Il professor Di Giacomo, con la sua ora di silenzio, non mi ha consegnato un metodo universale. Mi ha mostrato quanto un insegnante comunichi prima ancora di parlare.

Le leggi possono organizzare la scuola. I programmi possono fissare gli obiettivi. La ricerca può offrire strumenti nuovi. Ma il sapere insegnare nasce dall’incontro tra studio ed esperienza e cresce solo se viene trasmesso.

Ogni docente è insieme erede e autore. Se la scuola non custodisce questa catena, non perde soltanto dei ricordi: perde una parte del proprio futuro.

Giuseppe Tizza
Insegnante in pensione

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