La nuova riforma del sostegno chiede altri sacrifici, ma non offre più certezze
Presentata come una svolta, la nuova riforma del sostegno rischia di diventare l’ennesimo percorso costoso e incerto scaricato sui docenti precari
Il D.P.R. 12 marzo 2026 introduce le SSSDIS, presentate come la risposta stabile al caos dei cicli autorizzativi che ha segnato fin qui la formazione sul sostegno. Ma il nodo centrale resta irrisolto: che fine farà il TFA sostegno? Il Piano non chiarisce se il nuovo sistema lo sostituirà, lo affiancherà o imporrà altri passaggi formativi a pagamento. Ed è proprio questa ambiguità a pesare di più, perché riguarda migliaia di docenti che da anni cercano di orientarsi tra percorsi costosi, regole variabili e prospettive incerte. Intanto, per chi lavora nella scuola resta soprattutto un dubbio: il nuovo sistema renderà il percorso più chiaro o solo più oneroso?
Dietro la riforma, il conto da pagare
Il nodo più immediato è quello economico. Il TFA sostegno costava già tra i 2.500 e i 4.000 euro, a cui si aggiungevano CFU, spostamenti e altre spese che per molti precari rappresentavano un investimento difficile da sostenere. Con vere scuole di specializzazione universitarie, è difficile pensare a un accesso più equo: è più probabile che diventi ancora più oneroso e selettivo. E con numeri chiusi e “parametri precisi”, il mercato dei corsi privati di preparazione è destinato a crescere ancora. In altre parole, la riforma potrebbe finire per selezionare non solo sul merito, ma anche sulla disponibilità economica di chi prova a entrare o restare nel sistema.
Più formazione, meno certezze
Il punto politico è semplice: si chiede ai docenti di investire di più senza offrire vere garanzie di stabilizzazione. Tutto lascia pensare che il successo della riforma verrà misurato su norme approvate e scuole attivate, non su posti stabili o riduzione del precariato. Questo è il vero limite dell’impianto: si rafforza la macchina della formazione, ma non si scioglie il nodo del lavoro. Così il paradosso è evidente: organizzare meglio l’accesso, moltiplicare i percorsi e rendere il sistema più ordinato, senza però risolvere il problema principale, cioè il precariato che da anni attraversa la scuola.