La Sardegna e il diritto alla mobilità
Quanto costa, davvero, la distanza?
Per chi vive su un’isola, tornare a casa non è mai soltanto una questione di organizzazione. Non basta decidere di partire, comprare un biglietto e salire su un aereo o su una nave. Per molti di noi, tornare a casa è diventato un lusso. Sono originaria di Napoli e vivo lontano dalla mia città, dalla mia famiglia, dai miei affetti. Come me, sono tantissime le persone che hanno scelto o per forza di cose si sono ritrovate a costruire la propria vita lontano dal luogo in cui sono nate. E vivere in Sardegna può essere meraviglioso, ma c’è una parte di questa esperienza di cui si parla troppo poco: la difficoltà, spesso enorme, di poter semplicemente uscire dall’isola. Non parlo di viaggi di piacere. Parlo di tornare a casa. E allora comincia la ricerca. Si controllano compulsivamente i voli. Si confrontano le date. Si prova a partire il martedì invece che il venerdì, all’alba invece che la sera, si sposta il rientro di qualche giorno, si incastrano ferie e impegni nella speranza di trovare quel prezzo che renda possibile il viaggio. Io lo faccio continuamente. Cerco offerte, confronto tariffe, provo a prevedere quando costerà meno. E più lo faccio, più mi rendo conto di quanto questa situazione sia diventata una delle mie più grandi fonti di sofferenza. Perché a un certo punto non stai più scegliendo quando tornare a casa. Stai cercando di capire se puoi permetterti di farlo. Ed è una differenza enorme. Il problema non riguarda soltanto il singolo cittadino. Riguarda un’intera regione e il modo in cui questa regione è collegata al resto del Paese. Gli aerei diventano troppo costosi. I posti disponibili si riducono. Le alternative diminuiscono. Le navi, nei periodi di maggiore affluenza, si riempiono fino all’inverosimile e anche una soluzione che dovrebbe essere accessibile può diventare complicata, costosa e poco sostenibile. E poi c’è la continuità territoriale, che dovrebbe rappresentare una garanzia per chi vive su un’isola e che invece, agli occhi di molti cittadini, finisce per tradursi in un sistema difficile da comprendere e da vivere. Quando vengono meno le alternative, quando le compagnie riducono o eliminano collegamenti e quando i prezzi aumentano, il cittadino rimane con una sola possibilità: pagare. Se può. Altrimenti resta. Ed è forse questo l’aspetto più paradossale: spesso la distanza geografica sembra trasformarsi in una distanza sociale. Come se per chi vive qui fosse necessario pagare un sovrapprezzo per esercitare qualcosa di estremamente semplice: la libertà di spostarsi. Questa situazione ha inevitabilmente conseguenze anche sul turismo. Una regione che vuole essere attrattiva non può pensare soltanto a come far arrivare le persone. Deve anche chiedersi quanto sia facile arrivarci, quanto costi farlo e quanto sia semplice ripartire. Ma prima ancora del turista viene il residente. Perché chi vive qui tutto l’anno non può essere considerato un passeggero occasionale. Non può essere trattato come qualcuno che viaggia per scelta, quando può permetterselo. C’è chi deve partire per lavoro. Chi per studio. Chi per motivi familiari. Chi perché ha bisogno di un ospedale o di un servizio che sull’isola non trova. E c’è chi, come me, vuole semplicemente poter tornare nella propria città senza dover trasformare ogni viaggio in una piccola operazione finanziaria. Non dovrebbe essere un privilegio. Dovrebbe essere normale. Vivere su un’isola comporta già delle difficoltà strutturali. La distanza dal continente non è qualcosa che possiamo eliminare. Ma proprio per questo dovrebbe essere compito delle istituzioni ridurre, per quanto possibile, gli ostacoli che quella distanza produce. Non possiamo cambiare la geografia. Possiamo però cambiare il modo in cui la gestiamo. Perché non è accettabile che una persona debba rinunciare a vedere la propria famiglia perché un biglietto costa troppo. Non è accettabile che tornare a casa debba essere pianificato con mesi di anticipo. Non è accettabile che una scelta lavorativa o di vita compiuta in Sardegna finisca per trasformarsi, negli anni, nella sensazione di essere sempre più lontani da tutto ciò che abbiamo lasciato. E questa è la sensazione che più mi pesa. A volte mi sento bloccata. Come se avessi costruito la mia vita dentro una bellissima isola che, contemporaneamente, può diventare una prigione invisibile. Non perché la Sardegna lo sia. Ma perché quando uscire diventa economicamente difficile, la distanza smette di essere soltanto geografica. Diventa emotiva. Diventa psicologica. Diventa una forma di isolamento. E allora la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto costa un biglietto aereo. La domanda dovrebbe essere: quanto costa a una persona sentirsi lontana dalla propria casa? Quanto costa rinunciare a un compleanno, a una festa di famiglia, a un Natale, a un weekend improvvisato, a un abbraccio? Quanto costa, nel lungo periodo, sentirsi costretti a scegliere tra la vita che si è costruita e le persone che si sono lasciate dall’altra parte del mare? La Sardegna non ha bisogno di essere semplicemente più raggiungibile per i turisti. Ha bisogno di essere più accessibile per chi la abita. Perché vivere su un’isola non dovrebbe significare essere isolati. E soprattutto, tornare a casa non dovrebbe essere un lusso.