La Sardegna si svuota: come fermare il declino demografico
Dall'inverno demografico alla fuga dei giovani, Vania Statzu traccia il quadro dell'Isola e indica le priorità
Intervista esclusiva a Vania Statzu
La Sardegna davanti alla sfida demografica: dati, prospettive e soluzioni
Dottoressa Statzu, durante il Seminario FQTS Sardegna ha presentato un quadro molto dettagliato dell'evoluzione demografica dell'Isola. Qual è il dato che più dovrebbe preoccupare la politica e l'opinione pubblica?
Dal punto di vista demografico, i due dati che dovrebbero farci riflettere sono la percentuale di under 15, che è la più bassa d’Italia sotto il 10%, e il tasso di fecondità, pari a 0,85, che non solo è il più basso d’Italia ma anche uno dei più bassi d’Europa e il più basso tra le realtà insulari del Mediterraneo. Per capire l’ampiezza del fenomeno dobbiamo, però, guardare al passato: l’Italia ha un tasso di fecondità inferiore al valore di ricambio, pari a 2,1, dal 1976, cioè da 50 anni. La Sardegna ha avuto un tasso di fecondità superiore alla media nazionale fino al 1990: dal 1991 i rapporti si sono invertiti. In questi trent’anni la situazione è andata via via peggiorando senza che ce ne fosse adeguata consapevolezza.
Lo spopolamento e il 2050
Le proiezioni demografiche al 2050 delineano una Sardegna profondamente diversa da quella che conosciamo oggi. Quali sono i numeri più significativi e quali territori rischiano maggiormente di essere colpiti dallo spopolamento?
Le stime mediane al 2050 indicano una popolazione scesa sotto il milione e mezzo di abitanti e con la percentuale inferiore in Italia di under 15, ma anche di popolazione attiva, ovvero quella fascia di persone che vanno dai 15 ai 64 anni e che convenzionalmente si usa come riferimento per identificare la popolazione potenzialmente occupabile. Questo significa meno persone che svolgono un’attività lavorativa e che, attraverso il pagamento delle tasse, possono contribuire al welfare pubblico, nazionale e locale. Di contro, crescerà la quota di over 64: saremo la regione con l’età media più elevata. Non solo, però, avremo più anziani: se i trend rimangono quelli attuali avremo anche molti più anziani soli, privi di una rete di sostegno familiare, in una società che avrà sempre più difficoltà a sostenere i servizi erogati dal pubblico.
Quando si parla di spopolamento si pensa spesso solo ai piccoli comuni dell'interno. In realtà il fenomeno riguarda anche le città? Come sta cambiando la geografia della popolazione sarda?
La popolazione cala ovunque. Quasi tutti i comuni della Sardegna hanno un saldo naturale, cioè la differenza tra nati vivi e morti, molto negativo. A livello regionale i morti sono oltre 12mila in più rispetto ai nati vivi. E benché il saldo migratorio sia positivo, in particolare quello con l’estero, non è tale da compensare il saldo naturale. Questa situazione è diffusa: in un primo momento, in Sardegna, lo spopolamento ha caratterizzato le aree interne, che si svuotavano a favore delle aree costiere, poi anche queste hanno cominciato a registrare saldi negativi: ora la popolazione tende a calare ovunque e a concentrarsi in pochi centri, caratterizzati da un’economia più vivace e dotati dei principali servizi, come ospedali, asili nido e scuole, uffici postali e banche, ecc.
Quali saranno le conseguenze economiche e sociali se questo trend non verrà invertito? Pensiamo ai servizi sanitari, alla scuola, al lavoro e alla tenuta delle comunità locali.
In generale, se la popolazione cala, diventa troppo onerosa l’erogazione dei servizi pubblici, perché non si possono sfruttare le cosiddette “economie di scala”. Allo stesso tempo, se non vi sono servizi adeguati, la popolazione si sposta, preferendo risiedere nei centri che di quei servizi sono dotati. Questo è vero in particolare per le famiglie giovani che hanno maggiori esigenze e costi da sostenere, in un momento storico in cui la Sardegna registra la quota record di circa 6 famiglie su 10 che non riescono a risparmiare e di oltre 5 su 10 che non sono in grado di far fronte ad una spesa imprevista.
È difficile fare ipotesi sul futuro. Quello che possiamo vedere oggi è, da una parte, una progressiva concentrazione della popolazione in alcune aree, come già emerso, e dall’altra il trasferimento altrove di giovani, sia dei sardi che dei migranti di seconda e terza generazione, ma anche dei meno giovani che altrove trovano migliori condizioni di vita.
Il calo demografico
La Sardegna continua a registrare uno dei più bassi tassi di natalità d'Europa. Quanto pesa questo dato rispetto all'emigrazione dei giovani nella crisi demografica dell'Isola?
Un altro dato che spesso non si cita è il fatto che non solo la Sardegna ha la percentuale più bassa di under 15 in Italia tra la popolazione generale, ma anche tra la popolazione straniera. E questo determina che il tasso di fecondità per le donne straniere residenti nell’Isola sia il più basso d’Italia. L’emigrazione dei giovani sardi, il loro mancato rientro nell’Isola ma anche la ridotta attrattività per giovani stranieri riducono la quota di persone nell’età in cui è possibile fare progetti di genitorialità. I risultati preliminari dell’analisi qualitativa che il CREI Acli ha tuttora in corso hanno messo in evidenza come la precarietà lavorativa, abitativa, economica sia ritenuta la principale causa della mancata genitorialità e probabilmente è la medesima motivazione che ha motivato la ripresa dell’emigrazione. I dati AIRE indicato che sono oltre 133mila i sardi residenti all’estero e di questi il 70% ha un’età compresa tra i 18 ed i 64 anni.
Quali politiche ritiene prioritarie per rendere la Sardegna un luogo in cui i giovani possano scegliere di restare, costruire una famiglia e investire il proprio futuro?
Ogni anno il capitolo finale di METE sottolinea la necessità di contrastare la precarietà lavorativa, abitativa e reddituale con un insieme di misure finalizzate a supportare chi resta o torna nell’Isola, ma anche ad attrarre nuovi residenti.
La Sardegna deve diventare una regione attrattiva per le persone e per gli investimenti, dando la possibilità ai giovani sardi di rientrare e di creare qui le basi per condurre la propria esistenza e far crescere una famiglia, ma anche dando a giovani stranieri, soprattutto quelli con competenze e professionalità utili allo sviluppo socioeconomico dell’Isola, la possibilità di scegliere la Sardegna come luogo in cui creare una famiglia.
Ogni anno il presidente regionale della Acli della Sardegna APS, Mauro Carta, sottolinea la necessità di creare una Cabina di Regia che metta assieme tutti i soggetti pubblici e privati, inclusi gli Enti del Terzo Settore che si occupano di questi temi e che possono collaborare nella creazione di politiche ed iniziative che vanno nella direzione auspicata.
Giovani, istruzione e dispersione scolastica
Nel suo intervento ha affrontato anche il tema dell'istruzione. Qual è oggi la situazione della dispersione scolastica in Sardegna e quali sono le principali criticità rispetto alla media nazionale?
In Sardegna, nonostante i netti miglioramenti registrati, la dispersione scolastica oggi si presenta come un problema ancora rilevante, soprattutto nella forma della dispersione implicita, cioè dei bassi livelli di competenza raggiunti dagli studenti. Rispetto alla media nazionale, l’isola registra valori peggiori nell’uscita precoce dal sistema formativo, nei NEET, oltre a una quota più bassa di laureati tra i 25 e i 39 anni. Per quanto riguarda le competenze, i ragazzi sardi che al termine del primo ciclo della scuola secondaria non hanno competenze numeriche e alfabetiche adeguate crescono e sono costantemente al di sopra della media nazionale.
Esiste una correlazione tra dispersione scolastica, povertà educativa e spopolamento? In altre parole, il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso che impoverisce ulteriormente i territori?
In realtà non abbiamo dati per dimostrare questa correlazione. A lasciare la Sardegna oggi sono sia persone con basso titolo di studio che laureati. Sicuramente abbiamo tante persone con competenze che al momento non hanno spazio nell’attuale sistema economico e, viceversa, molte aziende non trovano competenze a loro necessarie. Sicuramente, date le caratteristiche dell’attuale mondo del lavoro, chi esce troppo presto dal sistema formativo e chi non acquisisce competenze adeguate rischia di rimanere intrappolato all’interno del cosiddetto “lavoro povero” o di non essere sufficientemente resiliente per adattarsi alle continue modifiche richieste dal mondo del lavoro attuale.
Quale ruolo può svolgere il Terzo Settore nel contrasto all'abbandono scolastico e nella costruzione di opportunità educative, soprattutto nelle aree interne?
Il Terzo Settore è in prima linea sia nei piccoli comuni che nei comuni più grandi per supportare i ragazzi che hanno difficoltà a scuola. Sono numerose le associazioni, incluse le Acli, che promuovono attività di supporto scolastico, doposcuola o corsi su materie specifiche. Importante è anche l’attenzione che enti come le Acli della Sardegna APS, grazie alle ricerche dello IARES, mettono nel cercare di identificare le possibili cause che spingono i giovani a lasciare la scuola, che sono numerose e vanno dai costi che in certi periodi alcune famiglie non riescono a sostenere alla difficoltà di affrontare lunghi viaggi giornalieri per andare a scuola e rientrare a casa con poco tempo e risorse per poter poi studiare.
Il ruolo del Terzo Settore
Il Terzo Settore svolge un importante ruolo di presidio sul territorio, entrando strettamente in contatto con le persone, le loro difficoltà e le difficoltà dei territori in cui vivono.
Oggi più che mai le novità introdotte dalla Riforma del Terzo Settore permettono una chiara integrazione degli ETS e del loro patrimonio di conoscenze e competenze nell’analisi dei bisogni e nella formulazione delle politiche.