La scuola è aperta a tutti. Ma non può restare soltanto una promessa

Le parole di Mattarella ci ricordano: una scuola davvero aperta a tutti vive di investimenti, diritti e vera inclusione.

A cura di Diego Palma Diego Palma
22 settembre 2026 11:47
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La scuola è aperta a tutti
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Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia “Tutti a scuola” richiamano uno dei principi più limpidi e impegnativi della nostra Costituzione: «La scuola è aperta a tutti».

Non si tratta di una formula rituale, ma di un preciso mandato rivolto alla Repubblica e, quindi, a ciascuno di noi.

Essere aperta a tutti significa che la scuola deve accogliere senza distinguere, senza escludere e senza lasciare indietro nessuno. Significa garantire a ogni bambina e a ogni bambino, a ogni ragazza e a ogni ragazzo, le stesse opportunità di crescita, indipendentemente dalla famiglia di provenienza, dalle condizioni economiche, dal luogo di nascita, dalla presenza di una disabilità o di qualsiasi altra fragilità.

Ma affinché queste parole abbiano un valore reale, e non soltanto simbolico, occorre tornare a investire seriamente nella scuola pubblica.

Da troppo tempo, invece, la scuola viene ricordata soprattutto durante le campagne elettorali. Diventa il terreno di annunci, promesse e slogan spesso scollegati dalla quotidianità vissuta nelle aule. Poi, spenti i riflettori, restano i problemi di sempre: personale insufficiente, precarietà, classi sovraffollate, servizi carenti, difficoltà amministrative, strutture inadeguate e risorse che non bastano.

La scuola non può essere utilizzata come una scenografia elettorale. È una delle infrastrutture fondamentali della democrazia e deve essere trattata come tale, attraverso investimenti stabili, programmazione e una visione capace di superare la durata di una legislatura.

Il primo investimento deve riguardare le persone.

Gli stipendi del personale scolastico italiano sono tra i più bassi d’Europa. E quando parliamo di personale non dobbiamo riferirci soltanto ai docenti. La scuola vive grazie al lavoro degli insegnanti, ma anche dei dirigenti, dei direttori dei servizi generali e amministrativi, degli assistenti amministrativi e tecnici, dei collaboratori scolastici, degli educatori e di tutte le figure che ogni giorno consentono agli istituti di funzionare.

Sono lavoratrici e lavoratori ai quali vengono richieste responsabilità sempre maggiori, mentre il riconoscimento economico e sociale rimane inadeguato. Non si può continuare a celebrare la missione educativa della scuola per giustificare salari insufficienti, precarietà e carichi di lavoro sempre più pesanti. La passione è indispensabile, ma non può sostituire i diritti, la dignità professionale e una retribuzione adeguata.

La precarietà, infatti, non rappresenta più un’emergenza temporanea: è diventata una condizione strutturale della scuola italiana. Ogni anno migliaia di lavoratori attendono una nomina, cambiano istituto, provincia o regione, senza poter costruire una reale continuità professionale e personale. Una precarietà che colpisce chi lavora, ma produce inevitabilmente conseguenze anche sugli studenti, sulle famiglie e sulla qualità dell’offerta formativa.

A questa instabilità si accompagna un sistema di accesso alla professione che troppo spesso non riesce a riconoscere davvero il merito, l’esperienza maturata sul campo e la qualità delle competenze. Le regole cambiano continuamente, i requisiti si sovrappongono e i percorsi diventano sempre più costosi, complessi e difficili da comprendere. Chi aspira a lavorare nella scuola viene costretto a muoversi dentro un labirinto di graduatorie, titoli, crediti, corsi, prove selettive e procedure amministrative.

Il contenzioso legato ai concorsi è la dimostrazione più evidente di un sistema che non riesce a garantire regole stabili, trasparenti e uguali per tutti. Procedure contestate, quesiti errati, esclusioni, ricorsi, sentenze e graduatorie continuamente rimesse in discussione generano incertezza e sfiducia. Non è così che si seleziona e si valorizza il personale destinato a svolgere una delle funzioni più importanti per il futuro del Paese.

Altrettanto gravi sono le disparità prodotte dal sistema delle specializzazioni. Percorsi differenti, modalità di accesso non omogenee, costi elevati e opportunità che variano a seconda del territorio e delle condizioni economiche personali hanno creato lavoratori con diritti e possibilità diverse. Non si può parlare di merito quando l’accesso alla formazione dipende anche dalla capacità di sostenere spese considerevoli, di spostarsi o di conciliare percorsi impegnativi con il lavoro e la vita familiare.

Nel tentativo di riparare alle carenze accumulate, sono stati inoltre introdotti percorsi straordinari, transitori o emergenziali che, invece di risolvere il problema, hanno spesso prodotto nuove disuguaglianze, confusione e conflitti. Si è cercato di correggere una mancanza senza affrontarne le cause, finendo talvolta per creare più danni che benefici.

La scuola non ha bisogno dell’ennesima soluzione provvisoria. Ha bisogno di un sistema di reclutamento stabile, trasparente, accessibile e realmente capace di valorizzare il merito e l’esperienza. Un sistema che garantisca una formazione di qualità senza trasformarla in un mercato e senza mettere i lavoratori gli uni contro gli altri.

Investire nella scuola significa anche intervenire sugli edifici. In troppe realtà si continua a studiare e lavorare in strutture vecchie, fatiscenti, poco accessibili o non pienamente sicure. Aule fredde d’inverno e soffocanti nei mesi più caldi, infiltrazioni, barriere architettoniche, laboratori inadeguati e palestre impraticabili non sono semplici disagi: rappresentano una violazione concreta del diritto allo studio.

Una scuola realmente aperta a tutti deve essere sicura, accessibile, accogliente e capace di offrire spazi adeguati all’apprendimento, alla socialità e alla crescita.

E poi c’è l’inclusione, una delle prove più importanti per misurare la distanza tra i principi dichiarati e la realtà.

Pochi giorni fa, durante un convegno, ho annunciato il prossimo libro scritto a quattro mani con Maddalena Giocondo. Il testo, intitolato Costruire abbastanza mondo, sarà edito dal Centro Studi Erickson e vanta la prefazione dei dottori Dario Ianes e Stefano Porcu.

È un libro che racconta una storia vera e che parla di inclusione partendo dalla vita, dalle difficoltà quotidiane e dagli ostacoli che ancora oggi incontrano le persone e le loro famiglie. Perché in Italia abbiamo costruito un quadro legislativo avanzato, del quale possiamo essere orgogliosi, ma sappiamo anche che, fatta la legge, resta ancora moltissimo da fare perché l’inclusione diventi autentica.

Non basta iscrivere un alunno in una classe per poter dire di averlo incluso. L’inclusione richiede continuità didattica, personale formato, insegnanti di sostegno in numero adeguato, assistenza specialistica, spazi accessibili, collaborazione con le famiglie e servizi territoriali capaci di dialogare tra loro.

Richiede soprattutto il superamento di quella cultura che continua a considerare la diversità come un problema da gestire, anziché come una dimensione naturale della comunità scolastica.

Quando mancano le risorse, l’inclusione rischia di rimanere affidata alla buona volontà dei singoli. E i diritti non possono dipendere dalla fortuna di incontrare una scuola, un insegnante, un dirigente o un’amministrazione particolarmente sensibili.

Occorre inoltre restituire qualità e dignità agli istituti professionali. Per troppo tempo questi percorsi sono stati considerati una scelta di serie B, quasi il luogo nel quale indirizzare chi non sarebbe ritenuto adatto ad altri studi. È una visione ingiusta e miope.

Gli istituti professionali, e in particolare gli alberghieri, possono rappresentare uno straordinario punto d’incontro tra cultura, competenze, territorio e lavoro. Ma per svolgere questa funzione hanno bisogno di laboratori moderni, attrezzature adeguate, personale sufficiente e rapporti trasparenti con il mondo produttivo. Devono formare cittadini e professionisti, non offrire manodopera a basso costo né limitarsi a inseguire le esigenze immediate del mercato.

Per questo “Salviamo gli alberghieri” non può essere considerato un manifesto riservato a una specifica realtà scolastica. È parte di una battaglia più ampia. È un appello che può e deve diventare: salviamo la scuola pubblica.

Salviamo la scuola costituzionale di cui parlava Piero Calamandrei: un organo vitale della democrazia, chiamato a rimuovere gli ostacoli e a consentire a ogni persona di sviluppare liberamente le proprie capacità.

Salviamo una scuola che non selezioni sulla base del reddito, del luogo di nascita o delle condizioni personali. Una scuola realmente aperta a tutti, non soltanto nei discorsi ufficiali, ma nelle risorse, negli edifici, nei servizi e nelle opportunità.

Facciamolo insieme, partendo anche dall’informazione.

Noi abbiamo scelto fin dal primo giorno di dare voce al mondo della scuola e continueremo a farlo. Senza diktat dall’alto, senza nascondere le difficoltà e senza trasformare i problemi in strumenti di propaganda. Continueremo a raccontare la scuola vera: quella delle persone che ogni mattina aprono i cancelli, accolgono gli studenti, affrontano le emergenze, costruiscono relazioni e rendono possibile, spesso nonostante tutto, il futuro del Paese.

Perché dire che la scuola è aperta a tutti è fondamentale. Ma adesso bisogna renderlo vero.

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