L'AI e la scuola: fermarsi alla domanda sbagliata

Un saggio americano denuncia l'assenza della sinistra dal dibattito sull'AI. Il pattern vale anche per la scuola italiana.

23 febbraio 2026 19:55
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Il 16 febbraio scorso la newsletter americana Transformer ha pubblicato un lungo saggio di Dan Kagan-Kans dal titolo The Left Is Missing Out on AI — "la sinistra si sta perdendo l'AI". La tesi, in sintesi: mentre destra e tecno-ottimisti occupano il dibattito sull'intelligenza artificiale, la cultura progressista — politica, intellettuale, accademica — ha scelto di non parteciparvi seriamente. Non con una critica strutturata, ma con qualcosa di più simile a un'alzata di spalle ideologica.

Il saggio parla degli Stati Uniti, ma il pattern è riconoscibile anche da noi. Su questo stesso sito è intervenuto di recente Gianfranco Scialpi con una riflessione sulla natura dell'AI, collocandosi in un filone di critica accademica ormai consolidato — il paper Stochastic Parrots di Emily Bender, la formula "spicy autocomplete" resa popolare dall'attivista digitale Cory Doctorow — che riduce i grandi modelli linguistici a previsione statistica sofisticata, senza comprensione reale, senza giudizio, senza ancoraggio al significato.

Non è una posizione sbagliata in senso tecnico. È una posizione incompleta in senso politico.

Il punto che Kagan-Kans solleva — e che vale anche per chi lavora nella scuola — è questo: fermarsi alla domanda "cos'è davvero l'AI?" significa non arrivare mai alla domanda che conta, che è "chi la governa, come, e per fare cosa?" Se l'AI è solo un trucco statistico, non c'è niente da governare. Ma intanto quegli stessi strumenti entrano nelle classi, valutano elaborati, suggeriscono percorsi didattici, alimentano piattaforme di e-learning, orientano i ragazzi nelle scelte universitarie e lavorative. Qualcuno le regole le sta scrivendo. La domanda è se chi conosce la scuola dall'interno — insegnanti, dirigenti, pedagogisti — partecipa a scriverle, o preferisce astenersi in attesa di una risposta ontologica definitiva che non arriverà.

L'accademia, osserva Kagan-Kans, arriva sistematicamente in ritardo rispetto ai ritmi dell'industria: i tempi di peer review e pubblicazione sono incompatibili con la velocità dei cambiamenti tecnologici. Chi si fida solo dell'accademia — e nella cultura scolastica italiana questa fiducia è strutturale — sente quindi prevalentemente le voci più scettiche, ignaro che nei laboratori privati lavora una quantità significativa di ricercatori con le stesse credenziali. Il risultato è una percezione distorta e, soprattutto, un'assenza dal tavolo dove si decidono le cose.

Criticare la concentrazione di potere nelle mani di pochi attori privati è necessario. Preoccuparsi dell'impatto sull'apprendimento e sull'autonomia cognitiva degli studenti è legittimo e urgente. Ma farlo senza sviluppare una proposta alternativa sull'uso di queste tecnologie nella scuola significa lasciare il campo a chi una proposta, nel bene o nel male, ce l'ha già.

L'assenza non è neutra. È anche quella una scelta politica. E qualcuno ne raccoglie i frutti.

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