L'AI e la scuola: fermarsi alla domanda sbagliata
Un saggio americano denuncia l'assenza della sinistra dal dibattito sull'AI. Il pattern vale anche per la scuola italiana.
Il 16 febbraio scorso la newsletter americana Transformer ha pubblicato un lungo saggio di Dan Kagan-Kans dal titolo The Left Is Missing Out on AI — "la sinistra si sta perdendo l'AI". La tesi, in sintesi: mentre destra e tecno-ottimisti occupano il dibattito sull'intelligenza artificiale, la cultura progressista — politica, intellettuale, accademica — ha scelto di non parteciparvi seriamente. Non con una critica strutturata, ma con qualcosa di più simile a un'alzata di spalle ideologica.
Il saggio parla degli Stati Uniti, ma il pattern è riconoscibile anche da noi. Su questo stesso sito è intervenuto di recente Gianfranco Scialpi con una riflessione sulla natura dell'AI, collocandosi in un filone di critica accademica ormai consolidato — il paper Stochastic Parrots di Emily Bender, la formula "spicy autocomplete" resa popolare dall'attivista digitale Cory Doctorow — che riduce i grandi modelli linguistici a previsione statistica sofisticata, senza comprensione reale, senza giudizio, senza ancoraggio al significato.
Non è una posizione sbagliata in senso tecnico. È una posizione incompleta in senso politico.
Il punto che Kagan-Kans solleva — e che vale anche per chi lavora nella scuola — è questo: fermarsi alla domanda "cos'è davvero l'AI?" significa non arrivare mai alla domanda che conta, che è "chi la governa, come, e per fare cosa?" Se l'AI è solo un trucco statistico, non c'è niente da governare. Ma intanto quegli stessi strumenti entrano nelle classi, valutano elaborati, suggeriscono percorsi didattici, alimentano piattaforme di e-learning, orientano i ragazzi nelle scelte universitarie e lavorative. Qualcuno le regole le sta scrivendo. La domanda è se chi conosce la scuola dall'interno — insegnanti, dirigenti, pedagogisti — partecipa a scriverle, o preferisce astenersi in attesa di una risposta ontologica definitiva che non arriverà.
L'accademia, osserva Kagan-Kans, arriva sistematicamente in ritardo rispetto ai ritmi dell'industria: i tempi di peer review e pubblicazione sono incompatibili con la velocità dei cambiamenti tecnologici. Chi si fida solo dell'accademia — e nella cultura scolastica italiana questa fiducia è strutturale — sente quindi prevalentemente le voci più scettiche, ignaro che nei laboratori privati lavora una quantità significativa di ricercatori con le stesse credenziali. Il risultato è una percezione distorta e, soprattutto, un'assenza dal tavolo dove si decidono le cose.
Criticare la concentrazione di potere nelle mani di pochi attori privati è necessario. Preoccuparsi dell'impatto sull'apprendimento e sull'autonomia cognitiva degli studenti è legittimo e urgente. Ma farlo senza sviluppare una proposta alternativa sull'uso di queste tecnologie nella scuola significa lasciare il campo a chi una proposta, nel bene o nel male, ce l'ha già.
L'assenza non è neutra. È anche quella una scelta politica. E qualcuno ne raccoglie i frutti.