L'eredità di Paolo Borsellino. Perché la scuola è il primo presidio della democrazia

La lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale.» Paolo Borsellino

A cura di Redazione Redazione
04 luglio 2026 16:17
L'eredità di Paolo Borsellino. Perché la scuola è il primo presidio della democrazia -
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Nel trentaquattresimo anniversario della Strage di Via D'Amelio

«La lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale.»
Paolo Borsellino

Questo contributo è dedicato ai magistrati, agli appartenenti alle Forze dell'Ordine, agli insegnanti, agli educatori e agli studenti che, ogni giorno, scelgono la strada della legalità, della solidarietà e del servizio al bene comune.

Ucim Varese sezione Paolo Borsellino e Rocco Chinnici

Ci sono uomini che appartengono alla storia. E ci sono uomini che continuano ad abitare il futuro. Paolo Borsellino appartiene a questa seconda categoria.

A trentaquattro anni dalla Strage di Via D'Amelio il suo nome non richiama soltanto il sacrificio di un magistrato dello Stato, ma rappresenta una delle più alte espressioni della coscienza civile della Repubblica italiana. La sua testimonianza supera i confini della cronaca giudiziaria per trasformarsi in una lezione permanente di diritto, di etica pubblica e di educazione alla cittadinanza.

Ricordare Paolo Borsellino significa scegliere una memoria che educa. Significa affermare che la legalità non coincide con il semplice rispetto delle norme, ma nasce dalla formazione della coscienza; che la democrazia non si difende soltanto nelle aule dei tribunali, ma anche nelle scuole, nelle famiglie, nelle associazioni e in tutti quei luoghi nei quali si costruisce il senso del bene comune.

Il 19 luglio 1992, alle ore 16.58, una Fiat 126 imbottita di esplosivo venne fatta detonare in Via Mariano D'Amelio, a Palermo. In quell'attentato persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Cinquantasette giorni prima, il 23 maggio 1992, l'Italia era stata sconvolta dalla Strage di Capaci, nella quale furono assassinati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta.

Quelle due stragi rappresentarono l'attacco più violento che la criminalità mafiosa abbia mai sferrato contro la Repubblica. Ma furono anche una sfida ai principi costituzionali, alla fiducia dei cittadini nelle istituzioni e all'idea stessa di Stato democratico.

I cinquantasette giorni della solitudine

Tra Capaci e Via D'Amelio trascorsero appena cinquantasette giorni.

Mai un periodo così breve è apparso tanto lungo nella storia della Repubblica.

Dopo la morte dell'amico Giovanni Falcone, Paolo Borsellino comprese immediatamente che sarebbe stato il prossimo obiettivo di Cosa Nostra. Non era fatalismo. Era la lucida consapevolezza di chi conosceva profondamente l'organizzazione mafiosa, i suoi codici, la sua struttura decisionale e il significato strategico di quell'attacco allo Stato.

Quei cinquantasette giorni sono stati studiati da magistrati, storici e studiosi come il tempo della sua più profonda solitudine istituzionale.

Una solitudine che non coincise con l'abbandono umano. Attorno a lui vi erano colleghi, familiari e uomini dello Stato. Ma Borsellino aveva compreso che si stava muovendo dentro una vicenda complessa, nella quale convergevano interessi criminali, verità ancora da ricostruire e interrogativi destinati ad accompagnare la storia della Repubblica.

Continuò a lavorare senza sosta.

Incontrò investigatori.

Partecipò a riunioni.

Raccolse informazioni.

Preparò interrogatori.

Lavorò fino all'ultimo giorno.

La successiva scomparsa dell'Agenda Rossa, i depistaggi emersi nelle indagini e il lungo percorso processuale costituiscono ancora oggi una delle pagine più delicate della storia giudiziaria italiana e ricordano quanto sia preziosa la ricerca della verità.

Il magistrato prima dell'eroe

La memoria collettiva tende spesso a ricordare Paolo Borsellino come un eroe.

Ed è giusto.

Ma prima dell'eroe vi fu il magistrato.

Prima del martire vi fu il giurista.

Insieme a Rocco Chinnici, che intuì per primo il valore del lavoro collegiale tra magistrati, e successivamente sotto la guida di Antonino Caponnetto, che costituì il Pool Antimafia, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone contribuirono a costruire uno dei più importanti modelli investigativi della storia italiana.

La loro rivoluzione non fu soltanto morale.

Fu scientifica.

Compresero che la criminalità organizzata non poteva essere contrastata limitandosi ai singoli reati. Occorreva studiarne la struttura economica, i patrimoni, i rapporti finanziari, le connessioni imprenditoriali e i sistemi di potere.

Nacque così un metodo investigativo fondato sulla cooperazione tra magistrati, sulla condivisione delle informazioni, sull'analisi dei flussi economici e sulla ricostruzione sistemica delle organizzazioni criminali.

Una lezione che conserva oggi una straordinaria attualità.

Dalla mafia alla criminalità organizzata

Se nel 1992 la parola "mafia" evocava immediatamente le stragi, oggi il fenomeno ha cambiato volto.

Le organizzazioni criminali sono meno visibili.

Meno appariscenti.

Ma molto più sofisticate.

Investono nell'economia legale.

Riciclano capitali.

Corrompono.

Condizionano appalti.

Sfruttano le tecnologie digitali.

Operano nei mercati internazionali.

Per questo oggi è più corretto parlare di criminalità organizzata, una realtà che non riguarda esclusivamente il Mezzogiorno, ma interessa l'intero Paese e rappresenta una delle principali minacce alla sicurezza democratica, allo sviluppo economico e alla libertà dei cittadini.

Il contrasto a questo fenomeno non può essere affidato esclusivamente alla magistratura e alle Forze dell'Ordine.

Occorre costruire una società capace di riconoscere e rifiutare l'illegalità prima ancora che essa si manifesti.

Ed è qui che entra in gioco la scuola.

La Costituzione come progetto educativo

La Costituzione italiana non è soltanto il fondamento giuridico della Repubblica.

È un grande progetto educativo.

L'articolo 2 richiama il dovere inderogabile della solidarietà politica, economica e sociale.

L'articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona.

L'articolo 9 riconosce nella cultura e nella ricerca strumenti essenziali di progresso civile.

L'articolo 54 richiama ogni cittadino alla responsabilità verso le istituzioni.

Dentro questi principi vive il senso più autentico dell'educazione civica.

Non una disciplina aggiuntiva.

Ma una forma di educazione alla libertà.

Educare alla solidarietà

Quando si parla di legalità si rischia talvolta di dimenticare una parola fondamentale: solidarietà.

Eppure è proprio la solidarietà il primo antidoto contro ogni forma di criminalità organizzata.

Le mafie prosperano nell'individualismo.

Nell'indifferenza.

Nella paura.

Nell'isolamento delle persone.

La scuola costruisce esattamente il contrario.

Costruisce comunità.

Educare alla solidarietà significa insegnare che il bene comune viene prima dell'interesse personale.

Significa imparare a prendersi cura degli altri.

Significa comprendere che la giustizia non è soltanto applicazione della legge, ma riconoscimento della dignità di ogni persona.

La solidarietà è la legalità vissuta.

È la cittadinanza che diventa responsabilità.

È il volto umano della democrazia.

Aveva ragione Piero Calamandrei quando definiva la scuola un organo costituzionale della Repubblica.

Ed aveva ragione don Lorenzo Milani quando ricordava che soltanto cittadini istruiti possono diventare cittadini veramente liberi.

La scuola come primo presidio della democrazia

Ogni lezione sulla Costituzione.

Ogni laboratorio di educazione civica.

Ogni libro dedicato alla memoria di Falcone, Borsellino, Chinnici e di tutte le vittime innocenti delle mafia.

Ogni Consiglio Comunale dei Ragazzi.

Ogni marcia della legalità.

Ogni progetto di volontariato.

Ogni gesto di solidarietà.

Sono tutti tasselli di un'unica grande opera educativa.

La prevenzione della criminalità organizzata inizia molto prima delle aule dei tribunali.

Comincia nelle scuole.

Comincia quando un insegnante riesce a trasformare una lezione in un'esperienza di cittadinanza.

L'impegno dell'UCIIM: una memoria che genera futuro

È dentro questa visione che si colloca l'impegno dell'UCIIM e, in particolare, della Sezione di Varese "Paolo Borsellino e Rocco Chinnici", che ogni giorno promuove percorsi di educazione alla legalità, alla cittadinanza democratica e alla solidarietà.

L'impegno dell'UCIIM nasce da una convinzione profonda: la legalità non può essere insegnata come una disciplina separata, ma deve attraversare ogni esperienza educativa. Educare alla legalità significa educare alla pace, alla solidarietà, alla responsabilità, alla cura del bene comune, al rispetto delle differenze e alla dignità della persona.

La memoria, infatti, non può limitarsi alla commemorazione.

Deve diventare progettualità.

Per questo il Premio Nazionale di Educazione Civica "Rocco Chinnici", che nel settembre 2026 inaugurerà la sua terza edizione, rappresenta molto più di un concorso scolastico: è un laboratorio nazionale di cittadinanza, nel quale studenti e docenti sono chiamati a confrontarsi con i valori della Costituzione, della responsabilità personale e dell'impegno civile.

Accanto a questa iniziativa cresce il progetto nazionale “Pensilina Rossa 1522 – Il Valore delle Donne contro ogni forma di violenza”, ideato dai familiari di Rita Borsellino e oggi dedicato alla sua memoria operante. Un percorso educativo che promuove il rispetto della persona, il contrasto ad ogni forma di violenza e la cultura della solidarietà, coinvolgendo scuole di ogni ordine e grado in tutta Italia.

Questi progetti si affiancano alle marce della legalità, ai laboratori di lettura, agli incontri con magistrati, giornalisti, studiosi, familiari delle vittime innocenti delle mafie, ai Consigli Comunali dei Ragazzi e alle numerose iniziative che ogni giorno testimoniano come la scuola italiana rappresenti uno dei più importanti presìdi democratici del nostro Paese.

La memoria che costruisce il domani

Paolo Borsellino non ci ha lasciato soltanto il ricordo del suo sacrificio.

Ci ha consegnato una responsabilità.

La responsabilità di educare.

Di costruire comunità.

Di custodire la democrazia attraverso la cultura, lo studio e la partecipazione.

Oggi la criminalità organizzata cambia volto, ma continua ad alimentarsi dell'indifferenza e dell'ignoranza.

Per questo la risposta più forte resta l'educazione.

Ogni insegnante che educa al pensiero critico.

Ogni studente che sceglie la strada della responsabilità.

Ogni famiglia che testimonia il valore del rispetto.

Ogni associazione che promuove la cultura della legalità.

Contribuisce a costruire quella società giusta e solidale immaginata dai Padri Costituenti.

Ricordare Paolo Borsellino significa allora assumere un impegno concreto: fare dell'educazione il primo presidio della libertà, della giustizia e della solidarietà.

Perché una scuola che educa alla legalità educa anche alla pace.

Una scuola che educa alla solidarietà costruisce comunità.

Una scuola che educa alla responsabilità rende più forte la democrazia.

Nel trentaquattresimo anniversario della Strage di Via D'Amelio, il modo più autentico per onorare Paolo Borsellino non è soltanto guardare al passato, ma continuare a seminare futuro nelle aule delle nostre scuole.

Con la forza della cultura.

Con il coraggio della verità.

Con la responsabilità dell'educazione.

E con quelle parole che oggi risuonano più attuali che mai:

«Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.»

Noi aggiungiamo:

Parliamone nelle scuole. Ogni giorno. Perché è lì che nasce la libertà di un Paese.

Filippo Tomasello
Presidente UCIIM Varese – Sezione "Paolo Borsellino e Rocco Chinnici

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