L’esercito delle maestre

Gesualdo Bufalino diceva che la criminalità sarebbe stata sconfitta da un esercito di maestre elementari

05 settembre 2026 12:20
L’esercito delle maestre -
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di Giuseppe Tizza


Ogni volta che penso a questa frase, mi viene spontaneo riflettere sulla forza delle sue parole. Bufalino era un insegnante e conosceva bene il valore dell’educazione e il ruolo fondamentale della scuola nella formazione delle nuove generazioni.

Bufalino insegnava all’Istituto Magistrale Statale di Vittoria.

E quella scuola ha avuto un significato particolare anche nella mia vita, perché l’ho frequentata anch’io.

Questo legame rende ancora più significativa quella frase.

Bufalino insegnava a ragazze e ragazzi che un giorno sarebbero diventati insegnanti. Non aveva quindi davanti soltanto degli studenti: aveva davanti le future persone alle quali sarebbe stato affidato il compito di educare intere generazioni di bambini.

L’esercito di cui parlava comprendeva quindi anche tutte quelle maestre che sarebbero venute dopo di lui.

La sua idea dell’educazione è stata trasmessa attraverso gli insegnanti dell’Istituto Magistrale e attraverso gli studenti che da quell’istituto sono usciti. Da lì, quella cultura educativa è entrata nelle scuole, nelle classi e nella vita di migliaia di bambini.

Perché un insegnante non trasmette soltanto nozioni.

Trasmette un atteggiamento verso la vita.

Insegna a leggere, ma insegna anche a leggere la realtà.

Insegna a scrivere, ma insegna anche a trovare le parole per dire ciò che non va.

Insegna la storia, ma insegna anche a non ripeterne gli errori.

E soprattutto insegna a non considerare normale ciò che normale non è.

La criminalità non si combatte soltanto quando ha già prodotto un danno.

La si combatte molto prima.

La si combatte quando un bambino impara che la prepotenza non è forza.

Quando capisce che il più forte non ha automaticamente ragione.

Quando scopre che rispettare gli altri non significa essere deboli.

Quando impara che la libertà degli altri vale quanto la propria.

Quando comprende che davanti a un’ingiustizia non bisogna abbassare lo sguardo.

È qui che comincia il lavoro delle maestre.

Un lavoro apparentemente piccolo, quotidiano, quasi invisibile.

Una parola.

Una spiegazione.

Un rimprovero.

Un incoraggiamento.

Un libro aperto.

Un bambino ascoltato.

Ma proprio da queste piccole cose nasce qualcosa di enorme.

Una persona educata alla libertà è più difficile da intimidire.

Una persona abituata a ragionare è più difficile da ingannare.

Una persona che ha imparato a rispettare gli altri è meno incline ad accettare la sopraffazione.

E una persona che ha imparato a riconoscere l’ingiustizia non la considera normale.

Questo è il vero esercito di Bufalino.

Un esercito senza armi.

Un esercito che non marcia nelle strade, ma entra ogni mattina nelle aule.

Un esercito che non combatte con la forza, ma con la cultura.

Bufalino aveva scelto le maestre elementari perché la battaglia più importante si combatte prima che una persona diventi adulta.

Si combatte quando ancora si può insegnare a un bambino che cosa significa essere libero.

Oggi, ripensando al fatto che proprio lui insegnava all’Istituto Magistrale di Vittoria, e che io stesso ho frequentato quella scuola, quella frase acquista per me un significato ancora più concreto.

Gli insegnanti usciti da quell’istituto hanno portato con sé una parte di quella cultura e l’hanno trasmessa ai loro alunni.

Da un insegnante a uno studente.

Da uno studente a un bambino.

Da una generazione alla successiva.

Questa è la vera forza della scuola.

Un insegnante può non sapere fino a dove arriveranno le sue parole, ma il suo insegnamento continua a vivere nelle persone che ha formato.

Una buona idea, una volta seminata, continua a viaggiare.

E allora quella frase di Bufalino non è soltanto una bella metafora.

È una responsabilità.

Se vogliamo sconfiggere la criminalità, non possiamo limitarci a combatterne le conseguenze.

Dobbiamo costruire una società nella quale sempre meno persone siano disposte ad accettarne la mentalità.

E il primo luogo nel quale questa società si costruisce è quello che Bufalino conosceva così bene:

una classe, una maestra, un bambino.

E un’idea semplice, ma rivoluzionaria:

nessuno deve avere paura di nessuno.

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